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    Le grandi paure

22 Luglio 2019

Le grandi paure

Cosa temono i cittadini del mondoCristina Da Rold
L’era delle grandi paure ambientaliPaola Michelozzi
Droghe e dipendenze: tanta paura e poco coraggioAntonella Camposeragna, Laura Amato
Anche gli animali hanno paura?Eleonora Degano

Cosa temono i cittadini del mondo

Cambiamento climatico, terrorismo islamico, cyber attacchi: le grandi paure della popolazione mondiale

Cristina Da Rold

Il 15 marzo 2019 giovani studenti e non solo da tutto il mondo hanno riempito 1700 piazze di oltre 100 paesi in occasione dello sciopero mondiale per il clima. Si è trattato di un fenomeno mai visto prima: milioni di persone hanno manifestato contro le politiche che negli ultimi duecento anni hanno spremuto, inquinato e surriscaldato il nostro pianeta. Ma qual è la reale presa di coscienza del problema climatico a livello globale? Una stima la propone un recente sondaggio di Pew Research, condotto in 26 paesi del mondo. Il riscaldamento globale e le sue conseguenze sono al primo posto come preoccupazione in 13 dei 26 paesi presi in considerazione, fra cui Canada, Messico, Brasile, Argentina, Australia, Svezia, Germania, Regno Unito e Spagna. Nel complesso si tratta dei due terzi degli intervistati nel sondaggio.

Il problema climatico
In Europa il paese più preoccupato del cambiamento climatico è la Grecia, dove il 90 per cento degli intervistati lo ha indicato come maggiore paura, seguita dalla Francia (83 per cento di risposte affermative) e dalla Spagna (81 per cento). In Italia, invece, nonostante si posizioni al quarto posto, con il 71 per cento degli italiani che dichiara di essere spaventato dal cambiamento climatico, la principale paura resterebbe il terrorismo di matrice islamica, indicato dall’80 per cento degli intervistati. Siamo dopo la Francia il paese europeo più spaventato dal terrorismo, sebbene siano diminuite nell’ultimo anno le persone che si dicono preoccupate da questo pericolo. Infine, quasi la metà degli italiani si sente minacciata dalla possibilità di cyberattacchi. Ancora meno che in Italia si preoccupano di cambiamento climatico i cittadini di Stati Uniti e Russia: il 59 per cento degli statunitensi e solo il 43 per cento dei russi ne sono spaventati. La più grande paura degli statunitensi è quella dei cyberattacchi da parte di altre potenze, mentre anche per i russi è il terrorismo islamico. Coerentemente con l’essere allarmati per le conseguenze del riscaldamento globale, la maggior parte dei cittadini greci si è detta preoccupata anche dell’andamento dell’economia globale, ma si tratta di una mosca bianca. Lo stacco rispetto agli altri paesi, Italia inclusa, in questo senso è assai rilevante: solo il 35 per cento degli intervistati europei si sente minacciato nella propria sicurezza dalle logiche dell’economia globale. In generale il cambiamento climatico preoccupa più delle minacce del programma nucleare della Corea del Nord. Persino in Giappone e in Corea del Sud, non più del 73 per cento e del 67 per cento della popolazione rispettivamente dichiara di temere il disastro nucleare. Anche negli Stati Uniti il 58 per cento della popolazione teme le iniziative di Kim Jong-un. L’evoluzione della percezione della popolazione sul problema climatico rispetto al 2013, cioè ben prima che fosse firmato l’accordo sul clima di Parigi, è molto interessante. Sei anni fa solo il 56 per cento degli intervistati nei 23 paesi dichiarava di leggere il cambiamento climatico come una grave minaccia per il proprio paese. La percentuale è poi salita al 63 per cento nel 2017 e al 76 per cento nel 2018.

Siamo dopo la Francia il paese europeo più spaventato dal terrorismo.

E nel resto del mondo?
Un’area del pianeta molto attenta alle questioni climatiche è l’America centro-meridionale. Tra i tre paesi dell’America Latina dove sono state condotte le interviste – Brasile, Argentina e Messico – il cambiamento climatico continua a essere la preoccupazione principale, confermando una tendenza consolidata. Già nel 2015 un altro studio condotto sempre da Pew Research rilevava che l’America Latina era particolarmente sensibile al problema. L’80 per cento circa dei messicani afferma oggi che il cambiamento climatico è una grave minaccia, con un aumento di 8 punti percentuali dal 2017 e di 28 punti dal 2013. Quasi i tre quarti degli argentini e dei brasiliani considera il cambiamento climatico un enorme pericolo globale. Diversamente da quanto accade in altre parti del mondo, l’istruzione svolge un ruolo significativo nel modo in cui gli intervistati latinoamericani valutano la minaccia del cambiamento climatico. In Brasile, per esempio, più di otto su dieci di quelli con un’istruzione secondaria o superiore ritengono che il cambiamento climatico sia un grave problema, rispetto a sei su dieci di quelli con livelli minori di istruzione. La maggioranza degli intervistati in America Latina esprime inoltre una preoccupazione significativa per la condizione dell’economia globale. Più di sei intervistati su dieci, in tutti e tre i paesi esaminati, la considera una minaccia, rendendo l’instabilità economica il secondo problema percepito in Argentina e Brasile e il terzo in Messico. Oltre la metà dei sudamericani è poi spaventata dagli armamenti nucleari, come il programma nucleare della Corea del Nord, e dagli attacchi informatici da parte di altri paesi. Spostandosi in Africa, l’Isis rappresenta la più grande minaccia in Nigeria. In Kenya, invece, dove la siccità e gli eventi meteorologici estremi hanno influenzato negativamente l’agricoltura, il principale problema percepito è ancora il cambiamento climatico: il 71 per cento della popolazione keniota si dice preoccupata. In Sudafrica, infine, meno del 60 per cento delle persone condivide questo timore, con un forte bias legato al livello di istruzione e quindi di reddito: i gruppi più avvantaggiati economicamente sono più inclini a vedere il cambiamento climatico come una delle maggiori minacce per il paese.

Leggere i dati
È necessario tuttavia osservare bene i dati: il fatto che in alcuni paesi il riscaldamento globale sia il principale timore della popolazione non significa che la maggior parte degli abitanti di quel paese sia realmente preoccupato dalle questioni ambientali. In Canada, per esempio, è vero che la fetta più grossa dei rispondenti ha indicato come maggiore minaccia percepita il cambiamento climatico, ma è anche vero che si registra in media una scarsa preoccupazione da parte della popolazione per tutti i rischi paventati, tanto che a essere preoccupati per il riscaldamento globale è solo il 66 per cento dei canadesi. Anche rimanendo in Europa si osserva che ci sono paesi come Grecia, Francia e Spagna che si dicono più spaventati su tutti i fronti proposti, altri come Polonia e Ungheria, dove le percentuali di cittadini che hanno risposto affermativamente a ogni domanda sono minori.

Gli europei che si sentono vicini a posizioni politiche di destra sono meno interessati al riscaldamento climatico.

L’influenza della politica
Stando ai dati raccolti, l’influenza del “Trump pensiero” – nel suo complesso, non solo sulle questioni ambientali – pare tutt’altro che secondaria. In quasi tutti i paesi esaminati si è registrato un significativo aumento dal 2013 al 2018 circa l’impatto che la politica americana sta avendo sul proprio paese. In Germania e Francia, in particolare, la metà degli intervistati è di questa opinione, il 30 per cento in più rispetto a cinque anni fa. In Italia, invece, sembreremmo essere molto meno preoccupati: solo il 22 per cento della popolazione considera l’influenza statunitense un problema per il paese. Si osserva una forte connessione tra il considerare gli Stati Uniti come una minaccia e la mancanza di fiducia nel loro presidente Donald Trump. In 17 paesi esaminati, le persone che dichiarano di avere poca o nessuna fiducia in Trump sono più propense a interpretare l’influenza degli Stati Uniti come una minaccia per il proprio paese. Infine, i dati mostrano che gli europei che si sentono vicini a posizioni politiche di destra sono meno interessati al riscaldamento climatico. I sostenitori della Alternative for Germany (AfD), per esempio, hanno il 28 per cento in meno di probabilità di sentirsi minacciati dal global warming. La maggiore preoccupazione fra i partiti di destra europei e americani rimane il fondamentalismo islamico.

luglio 2019


L’era delle grandi paure ambientali

Tra problemi economici, rischi per la salute ed emergenza sociale, la crisi ambientale sembra essere in atto. Ma che ruolo gioca la paura?

Paola Michelozzi, Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1

“Time to Panic. The planet is getting warmer in catastrophic ways. And fear may be the only thing that saves us”. Così intitolava un articolo del New York Times pubblicato qualche mese fa [1]. Anche per Greta Thunberg, la giovane attivista svedese diventata simbolo della lotta ai cambiamenti climatici, la paura sul tema dei cambiamenti climatici sembra l’unico sentimento a cui appellarsi: “Non voglio la vostra speranza, voglio che entriate nel panico. Tutti devono sentire la paura che io provo tutti i giorni… Ma non è troppo tardi per agire”. Quindi panico ma anche azione.

La crisi ambientale
Secondo il Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa, un’indagine condotta in sei paesi europei (Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Ungheria) su un campione di circa mille abitanti per ciascun paese, i rischi che preoccupano di più gli italiani sono i temi ambientali, gli eventi meteorologici estremi, il fallimento delle politiche per combattere i cambiamenti climatici, i disastri ambientali causati dalle attività umane, la perdita di biodiversità. Le principali paure evidenziate dall’indagine sono quelle connesse in particolare all’inquinamento (64 per cento dei rispondenti) e alla distruzione dell’ambiente e della natura (60 per cento) [2]. La crisi ambientale in atto e la consapevolezza sul destino del nostro pianeta sembrano dunque suscitare sentimenti di paura. Quanto questo sia dovuto alla mancanza di azioni efficaci ad oltre tre anni dalla conferenza sul clima di Parigi (COP21), dove 195 paesi avevano siglato il primo accordo sul clima, e quanto giochino fattori diversi o perfino elementi irrazionali è degno di riflessione. Innanzitutto, ci sono elementi scientifici sufficientemente comprensibili dalla gente in grado di far percepire il pericolo legato al degrado ambientale?

I rischi per la salute
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e il progetto Global burden of disease hanno stimato che nel mondo, ogni anno, circa 4,2 milioni di decessi sono attribuibili all’esposizione a inquinamento atmosferico e nove persone su dieci sono esposte a livelli di inquinamento superiori alle normative vigenti [3]. In Italia, l’inquinamento atmosferico è all’ottavo posto tra le cause di malattia e di mortalità con circa 30.000 decessi prematuri l’anno [4]. I cambiamenti climatici devono essere considerati come un moltiplicatore dei principali fattori di rischio già esistenti in grado di produrre effetti sulla salute della popolazione attraverso meccanismi diretti e indiretti. L’Oms ha stimato circa 250.000 decessi l’anno tra il 2030 e il 2050 nella popolazione anziana, una stima conservativa che considera solo l’effetto dovuto all’incremento di temperatura atteso e non considera i numerosi esiti di salute associati a fattori legati ai cambiamenti climatici (malnutrizione, diarrea, malattie infettive trasmesse da vettori, traumatismi causati da eventi estremi come inondazioni, incendi) [5]. Cambiamenti climatici e inquinamento atmosferico sono le due emergenze ambientali del nuovo secolo e sono fortemente interconnessi: la principale causa dell’inquinamento atmosferico, cioè l’uso di combustibili fossili, è anche il maggior determinante dei cambiamenti climatici. La crisi ambientale in atto, se non fermata, sarà in grado di trascinare con sé una crisi economica, insieme a una crisi sociale e globale della salute [6]. Il tema dell’immigrazione è oggi al centro del dibattito politico ma occorre tener presente che in futuro, tra le cause di migrazione forzata, i processi di degrado ambientale assumeranno un ruolo crescente destinato a incrementare il fenomeno [7]; nel 2018 circa 17,2 milioni sono stati gli sfollati a causa di disastri ambientali [8], con un trend in aumento e un numero di “migranti ambientali” atteso nel 2050 di oltre 400 milioni di persone [9].

La crisi ambientale in atto e la consapevolezza sul destino del nostro pianeta sembrano suscitare sentimenti di paura.

Adattamento, mitigazione e sostenibilità sociale
La transizione ecologica dovrà essere accompagnata quindi da interventi sociali per garantirne la sostenibilità sociale e politica: “L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non è possibile affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale” [10]. La frase di Papa Francesco, unita ai dati scientifici, avvalora le tesi della gravità del rischio invitando ad adottare politiche di contenimento. Il rapporto fra le politiche da mettere in atto e il guadagno di salute è del resto molto evidente: ridurre i livelli di esposizione della popolazione all’inquinamento atmosferico, per esempio, equivale a ridurre il carico di malattia associato all’inquinamento, come dimostrato dai dati epidemiologici. L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change del 2018 [11] ha evidenziato gli effetti dei cambiamenti climatici che potrebbero essere evitati limitando il riscaldamento globale a 1,5 °C, rispetto a un incremento di 2 °C o oltre: si ridurrebbero gli impatti sugli ecosistemi e sulla salute umana. Lo stesso rapporto ha anche evidenziato come il tempo utile per l’azione si stia rapidamente riducendo. Identificare interventi in grado di ridurre le emissioni di gas serra che al contempo migliorino la qualità dell’aria, affrontando le complesse interazioni tra i due fenomeni, è stato il tema della prima conferenza mondiale sull’inquinamento atmosferico, organizzata dall’Oms nel 2018 [12]. Non c’è dubbio, quindi, che le politiche ambientali costituiscano la principale sfida globale e nazionale per le importanti ripercussioni sulla salute che potranno determinare. Fra esse, quelle fondamentali sono: la strategia energetica e il contrasto ai cambiamenti climatici, le politiche per la mobilità sostenibile e la riduzione dell’inquinamento atmosferico, il tema dello smaltimento dei rifiuti, la disponibilità di acqua, l’alimentazione, la vita nelle aree urbane, il sostegno alle problematiche sociali. Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze è, inoltre, uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo, evidenziando come la sostenibilità non possa essere una questione unicamente ambientale ma anche economica e sociale.

La crisi ambientale in atto, se non fermata, sarà in grado di trascinare con sé una crisi economica, insieme a una crisi sociale e una crisi globale della salute.

Serve avere paura?
Abbiamo ormai la certezza, quindi, che lo sfruttamento irresponsabile del nostro pianeta stia determinando gravi danni al nostro ecosistema con conseguenze forse irreversibili. Indubbiamente questa convinzione crea paura nella popolazione. Ma che ruolo ha questa paura? Come suggerito dal filosofo Hans Jonas, che ha coniato l’euristica della paura [13], dobbiamo usare la paura come stimolo per azioni ispirate al principio di precauzione. Secondo Jonas, di fronte all’incertezza è importante considerare l’ipotesi peggiore e richiamare il Vorsorgeprinzip, il principio di precauzione, inserito oggi sempre di più nei processi decisionali in materia ambientale. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di certezza scientifica non deve servire da pretesto per rimandare l’adozione di misure di protezione della popolazione, quando, come nel caso dell’inquinamento atmosferico e dei cambiamenti climatici, anche nell’incertezza degli scenari futuri, la posta in gioco per la salute collettiva è ritenuta comunque molto alta. Paura e coraggio sono due sentimenti contrastanti, il primo considerato soprattutto con accezione negativa, qualcosa che paralizza e rende inabili all’azione. Il coraggio, invece, è il sentimento positivo che aiuta a superare i problemi. Secondo i neuroscienziati, però, la paura è anche una delle emozioni più importanti che consentono alle specie animali di sopravvivere in un ambiente ostile: uno stato emozionale che si attiva per motivare l’organismo a fronteggiare eventi che lo minacciano [14] legato all’istinto di conservazione che ha consentito alla nostra e ad altre specie animali di sopravvivere ed evolversi. La paura può essere interpretata quindi anche come un’emozione sana e utile: nel caso dei rischi ambientali come un campanello d’allarme della vulnerabilità del nostro pianeta e della nostra specie.

Obiettivo emissioni zero
Per quanto riguarda la crisi ambientale in atto gli scenari che abbiamo di fronte sono del resto poco rassicuranti: la limitata prevedibilità delle possibili interazioni negative dei fattori in gioco, le difficoltà di controllo, la presenza di fattori di rischio che implicano la necessità di misure globali di difficile attuazione, gli interessi economici ancora rivolti verso l’uso dei combustibili fossili che rappresentano oggi forse il principale ostacolo a un cambiamento di rotta. Di fronte al cambiamento climatico si aprono due strade, che a livello internazionale vengono definite come “adattamento” e “mitigazione”. Entrambe sono indispensabili per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici ma, a lungo termine, solo la seconda sarebbe in grado di contrastarne le cause attraverso una riduzione dell’emissione di gas serra. La paura ai livelli delle responsabilità istituzionali ha avuto alcuni effetti importanti. I democratici americani hanno lanciato a febbraio di quest’anno il programma “Green new deal” che ha l’obiettivo di incentivare gli Stati Uniti a utilizzare il 100 per cento di fonti rinnovabili di energia, con emissioni zero di gas serra entro dieci anni [15]. Anche per la Commissione europea l’obiettivo è quello delle emissioni zero, da raggiungere entro il 2050: una strategia a lungo termine che richiederà impegni vincolanti da parte di tutti i paesi con l’obiettivo di mantenere l’incremento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 °C e possibilmente entro 1,5 °C [16]. Un’utopia? Quello che è certo è che per raggiungere obiettivi così ambiziosi serve l’impegno di tutti. E se la paura dei singoli può essere la chiave per la promozione di tale impegno, la partecipazione è forse tra le parole chiave più importanti per superare la crisi ambientale e vincere la paura.

luglio 2019

Bibliografia

[1] Wallace-Wells D. Time to panic. New York Times, 16 febbraio 2019.
[2] Demos & Pi e Fondazione Unipolis. XI Rapporto sulla sicurezza, febbraio 2019.
[3] World health organization. Air pollution – www.who.int/airpollution.
[4] Cohen A J. Estimates and 25-year trends of the global burden of disease attributable to ambient air pollution: an analysis of data from the Global Burden of Diseases Study 2015. Lancet 2017;389:1907-18.
[5] Haines A, Ebi K. The imperative for climate action to protect health. N Engl J Med 2019;380:263-73.
[6] Intergovernmental panel on climate change. Fifth assessment report. Climate change 2014. Geneve: Intergovernmental panel on climate change, 2015.
[7] Abela GJ, Brottrager M, Cuaresma JC, Muttarak R. Climate, confl ict and forced migration. Glob Environ Change 2019;54:239-49.
[8] www.internal-displacement.org.
[9] Fao. The future of food and agriculture – trends and challenges. Rome: Food and Agriculture Organization of the United Nations, 2017.
[10] Papa Francesco. Laudato si’. Maggio 2015.
[11] Intergovernmental panel on climate change. Special Report: Global Warming of 1.5 ºC. Geneve: Intergovernmental panel on climate change, 2018.
[12] World health organization. Air pollution and health: improving air quality, combatting climate change, saving lives. Ottobre 2018.
[13] Jonas H. Das Prinzip Verantwortung: Versuch einer Ethik für die technologische Zivilisation. Berlin: Suhrkamp Taschenbuch, 1984.
[14] Lang PJ, Davis M, Öhman A. Fear and anxiety: animal models and human cognitive psychophysiology. Journal of affective disorders. J Affect Disord 2000;61:137-59.
[15] Green party US. The Green new deal – www.gp.org/green_new_deal.
[16] Commissione europea. Strategia a lungo termine per il 2050 – ttps://ec.europa.eu/clima/policies/strategies/2050_it

Il coraggio di Greta

Greta Thunberg, 16 anni, è la giovane studentessa svedese che ha iniziato a scioperare da scuola ogni venerdì per promuovere politiche e comportamenti sostenibili, sensibilizzando intere generazioni al tema dei cambiamenti climatici. La sua battaglia, iniziata a nove anni, si compone di piccole tappe e tanto coraggio, dai primi passi mossi in casa per ridurre l’impatto ambientale della sua famiglia fino ai discorsi tenuti al COP24 delle Nazioni Unite. Abbiamo chiesto a bambini e ragazzi tra i 9 e i 18 anni cosa pensano del coraggio di Greta e della battaglia che sta portando avanti.

“È terribile pensare che una ragazzina di soli sedici anni debba temere per il proprio futuro. Siamo giunti al punto di non ritorno e alla preoccupazione per le condizioni del nostro pianeta ed il riscaldamento globale si sostituisce la paura. La stessa che Greta Thunberg dice di provare e che cerca di trasmettere a tutti coloro che continuano a mostrarsi indifferenti di fronte al disastro climatico a cui stiamo andando incontro. È con questa consapevolezza, insolita per la sua età, che Greta ha scelto di diventare un’attivista ambientale e di scioperare, trascinando con sé nella sua protesta i ragazzi di tutto il mondo. Si parla spesso del coraggio che è stata in grado di dimostrare e di quanto sia difficile e spesso pericoloso esporsi in questo modo all’opinione pubblica e ai media, soprattutto quando si è così giovani, portando le proprie idee e la propria immagine agli occhi di tutti. Eppure, a mio parere, il coraggio di Greta non si ferma a questo. Questa ragazza non è solamente riuscita a comprendere la gravità della situazione in cui il pianeta si trova, ma ha anche reagito con determinazione, forte della consapevolezza che, se ci muoviamo ora, ci potrebbe essere ancora una speranza. Greta è stata quindi in grado di trasformare la paura, che spesso le si contesta, nella forza che le ha permesso di agire per cambiare le cose”. Viola, 18 anni

“L’obiettivo di Greta Thumberg è quello di sensibilizzare le persone riguardo i cambiamenti climatici in atto. Nonostante il suo impegno, non sta riuscendo nella sua impresa, ma scommettiamo che non si darà per vinta fino a quando il suo scopo non sarà raggiunto. Anche se ha solo 16 anni, ha avuto un grosso impatto su noi giovani che ci ispiriamo a lei per sensibilizzare i grandi del mondo e per dare, alle prossime generazioni, un barlume di speranza. Il 19 aprile, il giorno in cui siamo andati ad incontrarla in Piazza del Popolo a Roma, è stata in grado di trasmetterci una grande determinazione e speranza. Ci ha dimostrato che un futuro sostenibile è possibile. Noi, in quanto nuova generazione, ci dobbiamo impegnare più di tutti per far sì che questo futuro diventi realtà”. — Luca, 9 anni, e Davide, 14 anni

“Per me Greta è una ragazza forte e decisa che ha fatto aprire gli occhi a milioni di persone, perché io stessa non avevo ben chiara la situazione drastica del mondo oggi, quindi grazie a lei spero che oggi l’umanità faccia più attenzione a mantenere un mondo migliore”. — Agata, 13 anni

“Su Greta ho un’opinione un po’ diversa da quella di molte persone. C’è chi dice che Greta ci aiuterà a cambiare il mondo, che ci ha aperto gli occhi, e che ha avuto molto coraggio. In parte è vero, hanno ragione, e anche io ammiro molto Greta per quello che ha fatto. Molti già sapevano quello che ha detto Greta, ma avevano paura di manifestarlo. Greta, invece, ha avuto il coraggio di dirlo anche davanti a gente molto importante. Il problema è che io non vedo cambiamenti concreti da quando lei ha iniziato ad attivarsi quindi forse stiamo sprecando tempo. Greta parla tanto ma non basta parlare. Ci sono persone che invece fanno davvero qualcosa, ma nessuno le ringrazia. Ci sono volontari per l’ambiente, ci sono persone che mettono a repentaglio la propria vita, altre che ogni giorno puliscono le strade. Allora va bene parlare di Greta, ma parliamo anche di loro”. — Janne, 13 anni

“Una poesia per Greta Thumberg
Greta ha una paura ma…
l’affronta con coraggio.
Perché la sua paura è più
una preoccupazione che molto probabilmente
tra pochi anni sarà la realtà. 🙁
Molta gente va in piazza a manifestare
ma in realtà i pozzi di petrolio negli Emirati Arabi
sono ancora in funzionamento.
E c’è un’isola di plastica nel bel mezzo dell’oceano.
Il coraggio di Greta è in un piccolo ma grande gesto.
Ogni venerdì va a manifestare davanti il parlamento:
Skoltrejk för klimatet questo è il suo motto
Sciopero scolastico per il clima.
Lei non ha paura di ciò che dice la gente
perché lei tiene al suo e al nostro futuro”.
— Mia, 12 anni

“Greta Thunberg è una bambina che tutti i venerdì andava davanti al Parlamento svedese protestando per il nostro pianeta. Quello che sta facendo non sta aiutando solo la Terra, ma anche noi a stare più attenti. Dobbiamo pensare ai nostri futuri eredi e fargli vedere questo pianeta magnifico”. — Anita, 9 anni

“Trovo che quello che dice Greta sia vero e che sia coraggioso far sapere a tutte le persone che fino ad ora non si sono accorte di quello che sta succedendo la verità, che la nostra casa sta andando in fiamme”. Caterina, 12 anni


Droghe e dipendenze: tanta paura e poco coraggio

Attingere alle evidenze e alle buone pratiche per affrontare il problema delle dipendenze

Antonella Camposeragna e Laura Amato Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1

Parlare di droghe evoca sentimenti contrastanti, tra cui paura e timore, sovente generati dagli stereotipi e dai pregiudizi verso chi assume sostanze stupefacenti. La stessa parola, droga, ha almeno tre significati differenti: spezia, farmaco e sostanza stupefacente. Alcune droghe, quindi, evocano paura mentre altre potrebbero evocare il coraggio della cura.

Sappiamo tutti come sulla paura delle droghe o dei “drogati” si siano costruite carriere professionali e politiche che poco avevano a che fare con il coraggio di farsi carico del problema. Tuttavia, da sempre l’essere umano ha utilizzato sostanze stupefacenti con vari obiettivi: guarire le malattie, migliorare le prestazioni fisiche e intellettuali, procurarsi il sonno, evadere dalla realtà, ottenere piacere. Nell’antichità non esisteva il problema morale dell’uso delle droghe, assumerle non era giudicato giusto o sbagliato, perché era parte integrante del rapporto con le divinità, una connessione con il proprio corpo, oppure per l’impiego a fini medici. Sappiamo che gli antichi Egizi usavano l’oppio come antidolorifico, così come anche i Romani, inclusi i loro imperatori. Facendo poi un salto nel tempo, ricordiamo che Sigmund Freud scrisse nel 1884 il saggio Sulla cocaina, prescrivendola per la cura di malesseri fisici e psichici e per la disassuefazione da altre sostanze.

Le droghe che fanno paura
Perché oggi parlare di droghe ha una connotazione cosi emotivamente forte? Partiamo dalla modalità di classificazione delle droghe. Per farlo, si utilizzano criteri di tipo chimico, in base alla struttura chimica del principio attivo, sintomatologico, in base alle modificazioni psico-fisiche che producono, di preparazione, distinguendo tra sostanze che si trovano in natura (per esempio, l’oppio) e quelle sintetiche prodotte in laboratorio (per esempio, il fentanyl), oppure di tipo legislativo, separando le droghe legali, quali tabacco, alcol, caffè, da quelle illegali, quali oppiacei, cannabis e stimolanti. È indiscutibile che questa ultima possibile classificazione incida più delle altre a esporci a giudizi morali ed emotivi, piuttosto che squisitamente scientifici e razionali. Ma non tutte le droghe fanno paura. Perché droghe come l’alcol o il tabacco sono legali? Oppure perché in alcuni paesi sono disponibili dosi massicce di farmaci oppioidi per le cure palliative mentre in altri ci troviamo di fronte alla situazione opposta? Per l’Organizzazione mondiale della sanità, proprio il consumo pro capite di morfina è un indicatore importante della qualità della terapia del dolore cronico da cancro. Tuttavia, secondo un rapporto pubblicato dal Lancet [1], il 90 per cento di tutta la morfina nel mondo è consumata dal 10 per cento della popolazione nei paesi più ricchi. Anche la distribuzione di questi farmaci mostra un divario tra paesi, rispecchiando le disuguaglianze nella salute. Delle 298 tonnellate di oppioidi equivalenti alla morfina distribuiti nel mondo ogni anno (distribuzione media nel 2010-13), solo 0,1 tonnellate sono distribuite nei paesi a basso reddito. La quantità di oppioidi equivalenti alla morfina distribuiti ad Haiti è pari a 5 mg per ciascun paziente che necessiti di cure palliative all’anno, il che significa che oltre il 99 per cento del bisogno non è soddisfatto. Al contrario, la distribuzione annuale di morfina è di 55.000 mg per ciascun paziente che necessiti di cure palliative negli Stati Uniti e più di 68.000 mg in Canada –molto più del necessario per soddisfare tutte le cure palliative e altre esigenze mediche per gli oppioidi sulla base delle stime della commissione del Lancet. Sembra che la paura del dolore superi quella dell’uso di droghe, ma questo vale solo per alcuni paesi. Oppure, nel caso di alcol e tabacco, sembra che alcune droghe siano percepite come meno dannose, e quindi legali, e pertanto facciano meno paura di altre. Un articolo del 2010 [2], ormai diventato un cult, confronta la pericolosità delle varie sostanze secondo diversi criteri. L’alcol risulta essere quella ritenuta più dannosa, con un punteggio complessivo di 72/100, seguita dall’eroina (55/100) e dalla cocaina (54/100). L’articolo conclude che la pericolosità non sembra correlarsi con le classificazioni, ovvero le tabelle delle sostanze adottate dal Regno Unito, che quindi non prendono in considerazione il danno, perché altrimenti l’alcol dovrebbe essere bandito, essendo molto più dannoso di altre droghe illegali quali cannabis, acido lisergico (lsd) e funghi psicotropi.

Affrontare l’argomento basandosi sulle paure non solo è inefficace ma può anche essere dannoso.

Emotività versus razionalità
Anche a livello globale è stata alimentata una paura verso le droghe, con la guerra dichiarata nel 1998 dalla United nation general assembly special session on drugs (Ungass), ovvero il summit di più alto livello per valutare e discutere le scelte politiche mondiali sulla droga, quando si è riunito con lo slogan “A Drug Free World – We can do it”. A distanza di circa vent’anni ci si è resi conto che tutto ciò, anziché risolvere, ha inasprito alcune delle problematiche di salute pubblica droga-correlate: sono aumentate le carcerazioni, sono state alimentate la corruzione, la violenza e il mercato nero degli stupefacenti, tant’è che la cadenza decennale dell’as-semblea prevista per il 2019 è stata anticipata al 2016. Il summit del 2016 si è concluso affermando che “il problema mondiale della droga rimane una responsabilità comune e condivisa che dovrebbe essere affrontata in un contesto multilaterale, attraverso efficaci e maggiori sforzi di cooperazione e che richiede un approccio integrato, multidisciplinare, mutuale, bilanciato, basato sull’evidenza scientifica e onnicomprensivo” [3]. Quindi alcuni governi si sono parzialmente messi in discussione e con coraggio hanno riaffrontato il tema droghe, rendendosi conto che affrontare l’argomento basandosi sulle paure non solo è inefficace ma può anche essere dannoso. Ma lo stesso approccio non sembra essere messo in atto da alcuni politici, e non solo, che spesso si rivolgono all’opinione pubblica con toni allarmanti. Recentemente su una testata giornalistica nazionale [4] è stato scritto “che i genitori (di ragazzi, ndr) che consumano non sanno che fare. Sono disperati. Uno di loro ha raccontato (…) qualcosa che può apparire terribile, ma è invece esperienza comune (…) che molti padri e madri sperano con tutto il cuore che i loro figli siano fermati e processati per un reato”. Quindi facendo loro paura, e non affrontando il tema partendo dalla diffusione di conoscenze, senza ideologie, senza dare giudizi, sui reali rischi e sui veri danni che causano le droghe, per rendere i consumatori, ma anche tutti i giovani in generale, consapevoli e informati, liberi di scegliere. Ma ci vuole coraggio ad affrontare il tema droga con questa diversa modalità, un coraggio che combatta la paura e che parta dalla conoscenza e diffusione di pratiche che si basano sulle evidenze, per fare qualcosa che serva veramente.

luglio 2019

Bibliografia

[1] Knaul FM, Farmer PE, Krakauer EL, et al. Alleviating the access abyss in palliative care and pain relief—an imperative of universal health coverage: The Lancet Commission report. Lancet 2017;391:1391-454.
[2] Nutt DJ, King LA, Phillips LD. Drug harms in the UK: a multicriteria decision analysis. Lancet 2010;376:1558-65.
[3] www.ungass2016.org
[4] Polito A. La droga e i nostri ritardi. Corriere della Sera, 14 febbraio 2019.


Anche gli animali hanno paura?

Studiare la personalità delle specie animali per migliorarne il benessere e conservarle in natura.

Eleonora Degano

Fino a pochi decenni fa, alcuni filoni di studio che oggi indagano la mente animale sarebbero stati impensabili. Non avremmo potuto parlare di cultura animale senza ottenere scetticismo e magari l’accusa di voler umanizzare le altre specie, né sarebbe stato semplice studiare come tra due esemplari di una stessa specie ci siano differenze anche dal punto di vista della personalità. Ovvero, quando l’individualità di un singolo si manifesta in modo consistente in diversi contesti attraverso il tempo. Chi vive insieme a un animale difficilmente ha dubbi sul fatto che abbia una personalità: fifone, coraggioso, curioso, pigro. Ma possiamo studiarlo in modo sistematico? E cosa fare dei risultati ottenuti? Oggi sappiamo che la personalità ha una componente ereditaria, che studiarla nelle varie specie ci aiuta a migliorarne il benessere e potenzialmente a conservarle in natura. Due degli “estremi” più studiati sono il tratto fearful/shy (pauroso/timido) e fearless/bold (coraggioso/audace) in quello che nel linguaggio tecnico prende il nome di boldness/shyness axes.

“Se le differenze nella personalità si evolvono insieme ad altri tratti, come quelli morfologici, possono facilitare la speciazione e la conservazione degli adattamenti. La presenza di diversi tipi di personalità in una popolazione ne determinerà l’abilità di perdurare”, spiega a Forward Marie-Antonine Finkemeier, che al Leibniz institute for farm animal biology (Fbn) di Dummerstorf, in Germania, studia la personalità negli animali [1]. Dal punto di vista della paura, per esempio, “questo significa che una popolazione in natura può persistere solo quando ci sono stabili proporzioni di individui che mostrano in modo consistente comportamenti paurosi, coraggiosi e intermedi tra i due”. Da un punto di vista evolutivo, dice Finkemeier, la paura è fondamentale per la sopravvivenza di un individuo ed è influenzata da molti fattori ambientali. Che si tratti di fuggire o nascondersi da un predatore, non essere audaci è spesso la scelta migliore per salvarsi la vita. Al contempo, esserlo può permettere di scoprire nuove fonti di cibo o di trovare un partner più rapidamente. “Gli studi su cinciallegre, spinarelli e guppy hanno mostrato che i singoli si adattano a queste situazioni e che una certa capacità di adattarsi è fondamentale per la sopravvivenza. Anche i conspecifici possono influenzare il coraggio, la timidezza e l’esplorazione”. Nel caso degli spinarelli in cattività, per esempio, quelli che vivono da soli sono più audaci di quelli che condividono la vasca con altri.

La presenza di diversi tipi di personalità in una popolazione ne determinerà l’abilità di perdurare. – Marie-Antonine-Finkemeier

“Misurare e definire i comportamenti legati alla paura è sempre strettamente legato alla specie che si sta studiando e alla nicchia ecologica che occupa. Questi comportamenti quindi possono essere simili tra specie, ma non vengono manifestati allo stesso modo. Al momento sto lavorando con le capre nane nigeriane per trovare i tratti di personalità della specie e scoprire se sono legati alle performance cognitive”. Per capirlo, insieme ai colleghi, Finkemeier ha osservato il comportamento delle capre in un ambiente aperto in presenza di un oggetto nuovo ed “esplorabile”; la misura della boldness era legata ai comportamenti indirizzati all’oggetto nuovo, potenzialmente rischiosi proprio perché le capre non l’avevano mai incontrato prima. Misurare le differenze individuali nei comportamenti legati alla paura, in situazioni diverse, “è, in un certo senso, il punto di partenza per accettare che gli animali abbiano personalità differenti”.

Per esempio, studiando i porcellini d’India selvatici, Finkemeier e colleghi hanno visto che normalmente i maschi sono più temerari delle femmine. Altresì nelle iene i maschi sono più timorosi e nervosi delle femmine, perché il rango di dominanza è trasmesso con un sistema matrilineare e le femmine sono più grosse.

“Spesso queste differenze – spiega la ricercatrice – si trovano in specie che durante la vita adottato strategie diverse: nelle cavie, dopo la maturazione sessuale i maschi devono disperdersi per cercare nuove femmine e formare il proprio harem”. Essere audaci, dunque, torna loro molto utile. Finkemeier racconta che una cavia in particolare, incontrata anni fa mentre lavorava alla tesi, le è rimasta impressa. Un maschio, “completamente diverso dalle altre cavie, era curioso e voleva esplorare. Non mostrava alcuna paura nei miei confronti, il che è atipico per questi animali selvatici, e io avevo bisogno di qualche foto da portare a una conferenza: l’ho potuto prendere dalla gabbia senza stress, è venuto lui da me. L’ho messo a terra e lasciato esplorare per scattare le foto. Guardava sempre nella mia direzione, poi mi è saltato sulle ginocchia per annusare la fotocamera e l’ho potuto accarezzare. Le cavie in genere odiano essere toccate e non ritornano da un umano”.

Personalità animali
Ci è voluto molto tempo per arrivare a parlare di personalità animale e, in alcuni casi, i ricercatori preferiscono ancora usare il termine temperamento o coping, ovvero le strategie messe in atto per risolvere un problema. Ma il temperamento non è la stessa cosa, avverte Finkemeier: sono tendenze ereditarie che si manifestano molto presto, per continuare durante tutta la vita e fare da fondamenta per la personalità. Quest’ultima, invece, è un set di tratti fisiologici e comportamentali del singolo individuo, coerenti nel tempo e in diversi contesti. Se è ormai normale parlare di personalità per un pet o un animale incontrato allo zoo, l’uso del termine per quelli “da fattoria” come bovini, ovini e suini inizia a crescere solo ora. Le informazioni sulla personalità per migliorare il benessere negli allevamenti “sono considerate sempre di più”, rassicura Finkemeier, “per via degli interessi pratici ed economici. La percezione della situazione può rilasciare un’intera cascata di meccanismi fisiologici e ormoni dello stress, come il cortisolo, che influenza negativamente la qualità della carne”. La personalità, dunque, ha un impatto verificabile. Un possibile approccio per usarla in allevamento – migliorando i risultati e al contempo il benessere animale – è considerarla nella riproduzione. Alcuni tratti sono altamente ereditabili, come per esempio l’aggressività nei maiali. “In Francia il docility test [test della docilità] viene usato ormai dal 1992 per selezionare gli animali della razza bovina Limousin. Il temperamento, definito come la disponibilità alla mungitura e la velocità di mungitura, è stato incluso negli obiettivi d’allevamento di alcuni paesi come Norvegia e Regno Unito. Anche i cavalli, soprattutto gli stalloni da riproduzione, vengono valutati in base alla performance – salto, salute, resistenza – e alla personalità – attenzione e reattività, comportamento durante le attività di gestione, interesse e capacità di apprendimento”.

Gli equini sono un ottimo esempio se parliamo di paura, coraggio e personalità in generale: nell’ambiente equestre permangono convinzioni più legate a vecchie tradizioni che alla scienza, come l’idea che i cavalli –in quanto prede – ci vedano come predatori e che su questo si possa far leva nell’addestramento. È sensato? “Trovo che sia un’offesa per i cavalli pensare che non siano in grado di distinguere una persona da un lupo o da un leone; certo se poi la persona prende il manico della scopa, non è un predatore ma semplicemente un essere vivente che provoca del dolore e dal quale è meglio stare lontani. I cavalli sono perfettamente in grado di riconoscere una persona da un gatto, da un cane o da un gabbiano e di capire se ci si può stare accanto perché questa porta benefici, come di comprendere che è meglio tenersi alla larga da un cane mordace”, spiega Paolo Baragli, che si occupa di etologia e fisiologia del cavallo presso il Dipartimento di scienze fisiologiche dell’Università di Pisa [2]. “Non credo che il cavallo abbia paura nell’accezione che intendiamo noi, è più corretto parlare di comportamenti volti a tutelare la propria incolumità e perciò finalizzati alla salvaguardia della specie. Essendo una preda, per il cavallo è normale usare cautela nell’affrontare una situazione nuova o approcciare un oggetto nuovo. Tutto ciò che non conosce potrebbe essere una minaccia e, in molti casi, potrebbe essere utile prima fuggire (allontanarsi) e poi cercare di capire la situazione. In natura aspettare può essere estremamente pericoloso”. Tutto questo va considerato anche nella gestione quotidiana del cavallo e nella sua relazione con noi. “L’obiettivo dovrebbe essere far capire al cavallo che nelle nostre azioni non troverà una minaccia. Non antropomorfizzando il suo comportamento, ma con la corretta applicazione delle regole psicologiche dell’apprendimento animale. Cosa che praticamente nessuno fa, ad oggi”, spiega Baragli. “Ogni volta che il cavallo si sente minacciato e cerca la fuga o la difesa, è bene sapere che in quel momento l’unica cosa che apprende è come uscire da una situazione che ritiene dannosa per la sua incolumità. Non imparerà nient’altro. Per questo qualsiasi ricorso alla forza e alla costrizione – non solo fisica – da parte umana è assolutamente controproducente”. Se siamo nervosi o preoccupati, poi, capita di sentirsi dire che è bene tranquillizzarsi perché il cavallo la nostra paura la sente.

È più corretto parlare di comportamenti volti a tutelare la propria incolumità. – Paolo Baragli

“Tornando agli aspetti evolutivi della paura – continua Baragli – ci verrebbe da ipotizzare che saper leggere il comportamento di altri animali potrebbe essere vantaggioso. Le informazioni che abbiamo lasciano supporre che ci siano meccanismi simili e che ne esista uno di comunicazione fra specie diverse più profondo del semplice comportamento esteriore macroscopico. È molto probabile che le persone che hanno paura si comportino in maniera diversa da chi non ce l’ha, dall’espressione del volto fino alla dinamica corporea”.

Habitat contaminati
La presenza umana influenza il comportamento animale, persino quando non vorremmo fosse così. È il caso dei ricercatori che studiano fauna selvatica sul campo: quanto sono affidabili i dati raccolti, se gli animali si comportano in modo meno naturale in nostra presenza? Quali conseguenze per la loro tutela, se dovessero abituarsi troppo a noi? Raccogliere i dati con fototrappole, magari mimetizzate nell’ambiente, può essere una soluzione. “Sempre più studi usano le fototrappole, perché permettono di ottenere informazioni per un gran numero di specie con un costo limitato”, conferma Mattia Bessone, biologo, che ha studiato le grandi scimmie nell’ambito di un imponente progetto, The Pan African programme – The cultured chimpanzee, coordinato dal Max Planck institute for evolutionary anthropology. “La ricerca in questo senso è frenetica, soprattutto nello sviluppo di metodi per monitorare le popolazioni animali e stimarne le densità/abbondanze a partire dai video registrati. La reazione che la specie ha verso la macchina è di grande importanza, perché generalmente si assume che la videocamera non alteri il comportamento degli animali”.

Una comunità abituata alla presenza dei ricercatori potrebbe diventare un facile bersaglio. – Mattia Bessone

Si è osservato per esempio che questi primati, oltre a essere perfettamente consapevoli della presenza delle fototrappole, reagiscono in modi diversi: se gli scimpanzé sono quasi indifferenti, bonobo e gorilla sembrano più preoccupati e si tengono a distanza [3]. In generale, commenta Bessone, i primati che vivono a stretto contatto con i ricercatori “mostrano una ridotta diffidenza verso oggetti estranei al loro ambiente. Il fatto che siano meno paurosi non dovrebbe avere una grande influenza nel breve termine, perché in genere la presenza di ricercatori porta a minor pressione antropica, bracconaggio in particolare”. E se i ricercatori dovessero lasciare l’area di studio? “In questo caso, un inasprirsi del bracconaggio esporrebbe le comunità con una ridotta percezione del pericolo a un maggior rischio. Una comunità abituata alla presenza dei ricercatori potrebbe diventare un facile bersaglio. Questo, verosimilmente, è già accaduto in molte realtà africane a seguito del deteriorarsi della stabilità politica e securitaria di un’area. La prolungata presenza di gruppi armati nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo sta avendo un impatto catastrofico sui primati e non solo. Se una comunità abituata agli umani dovesse far fronte a una situazione simile, le possibilità che venga annientata sono più alte”.

Studiare le grandi scimmie in natura è fondamentale anche per questo. “Gli oranghi in cattività mostrano una forte attrazione verso oggetti nuovi, tuttavia questo non accade in natura. Allo stesso modo, molti studi in cattività si basano su singoli individui ma il comportamento di un individuo può cambiare radicalmente quando è in gruppo – maggiore coraggio, minore interesse – e le grandi scimmie sono animali molto sociali”. Sapere che una specie è diffidente aiuta a fare stime più attendibili dei loro numeri in natura. Per esempio, sapere che i bonobo osservano le fototrappole da una distanza di alcuni metri “permetterà di sviluppare tecniche che considerino il loro comportamento quando si stimano le popolazioni a scopi di conservazione”, conclude Bessone.

[1] Finkemeier MA, Langbein J, Birger P. Personality research in mammalian farm animals: concepts, measures, and relationship to welfare. Frontiers in Veterinary Science 2018; 5. 10.3389/fvets.2018.00131.
[2] Baragli P, Vitale V, Sighieri C, et al. Consistency and flexibility in solving spatial tasks: different horses show different cognitive styles. Scientific Reports 2017;7:16557.
[3] Kalan AK, Hohmann G, Arandjelovic M, et al. 2019. Novelty response of wild African apes to camera traps. Curr Biol 2019;2:1211-7.

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