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    La cultura della paura

18 Luglio 2019

La cultura della paura

Paura: un’emozione tra due secoliDavide Bennato
Artefici del nostro destinoIntervista a Frank Furedi [Leggi la versione in inglese]
Siamo davvero in pericolo?Fabio Ambrosino

Paura: un’emozione tra due secoli

Percezione, narrazione, media ed effetti sulla società

Davide Bennato, Sociologo dei media digitali, Dipartimento di scienze umanistiche, Università di Catania

Quando pensiamo alle emozioni, siamo tentati a immaginarle come qualcosa che ci riguarda personalmente o comunque che ha a che fare con la nostra sfera personale e individuale. Amore, felicità, odio: sono tutti termini che sembrano rimandare alla nostra interiorità, a qualcosa che ci appartiene ed è solo nostro. In realtà le emozioni sono fenomeni sociali per due motivi. In primo luogo perché noi impariamo dai nostri rapporti sociali a dare un nome alle emozioni. Nell’educazione dei bambini, ad esempio, prima interagiamo con le emozioni attraverso il corpo, essenzialmente con le espressioni del viso. Solo successivamente – quando il bambino è in grado di parlare – gli insegniamo a dare un nome: tristezza, gioia, rabbia. La capacità di dare un nome alle nostre emozioni è una competenza sociale, sia perché è socialmente appresa sia perché è socialmente condivisa, ovvero la usiamo per interagire con i nostri simili. Volendo ricorrere a un’immagine cinematografica, potremmo ricordare i novelli sposi, Ivano e Jessica, del film di Carlo Verdone Viaggi di nozze, in cui Jessica conclude il periodo della luna di miele dicendo di sentirsi “apatica”, termine usato per la prima volta in una coppia in cui l’uso del vocabolario emozionale è assolutamente limitato (“Lo famo strano” è la battuta tormentone del film).

In secondo luogo le emozioni hanno delle conseguenze sociali, ovvero sono alla base di comportamenti collettivi che cambiano sia il nostro rapporto con gli altri sia la società in cui viviamo. Pensiamo agli effetti della gelosia, frutto di un particolare modo di intendere il rapporto di coppia che in alcuni ambienti sfocia in fenomeni violenti. O alla felicità, il cui spasmodico raggiungimento di questa emozione piuttosto sfuggente porta a comportamenti come la ricerca del benessere, anche attraverso l’aiuto farmacologico. Senza dimenticare poi la terminologia che è andata imponendosi negli ultimi anni per descrivere la situazione economica, legittimata dal successo scientifico e mediatico dell’economia comportamentale, in cui per descrivere la volatilità e l’instabilità dei mercati si ricorre a termini come “fiducia”, “attesa”, “paura”. E proprio la paura è una delle emozioni più caratteristiche di questo periodo, un lascito velenoso ma anche carico di responsabilità del XX secolo. C’è un motivo culturale per cui la paura è una delle emozioni che meglio si presta a descrivere la contemporaneità: viviamo in un mondo troppo grande, troppo complesso e troppo fuori dal nostro controllo, in totale assenza di guide (religiose, scientifiche) che ci aiutino a orientarci nel quotidiano. In pratica una variante ancora più complessa di quello che diceva Woody Allen: “Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento troppo bene”. Ma procediamo con ordine.

La sociologia della paura
La psicologia ci aiuta a definire la paura come la sensazione di pericolo che abbiamo rispetto a una minaccia. Il termine che si usa per definire questa situazione sono le fobie: ovvero le paure per elementi o situazioni avvertiti come non controllabili. Pericolo e percezione sono anche alla base dell’analisi sociologica della paura, con un elemento aggiuntivo: il concetto di “agency”. Detto in maniera molto semplice, la paura è un’azione sociale che nasce come risposta a una condizione percepita come rischiosa o pericolosa. Descritta in questi termini, la paura è anche frutto della rappresentazione sociale, ovvero di come la società descrive una situazione come pericolosa e di come suggerisce di affrontarla. In pratica è la società che dice non solo di cosa avere paura ma anche come fronteggiarla.

Il coraggioso non è chi non ha paura del pericolo, ma chi conosce il pericolo.

Il linguaggio sociologico della paura ha diversi autori – Mary Douglas, Ulrich Beck, Anthony Giddens – ma è stato Niklas Luhmann a sviluppare un linguaggio analitico [1]. Luhmann distingue tra rischio, ovvero i danni che derivano da una specifica azione, e pericolo, ovvero i danni che dipendono da elementi esterni non controllabili. Consideriamo, ad esempio, la situazione in cui si trova una persona che si lancia da un aereo con un paracadute: se è preparata a quell’azione e la svolge consapevolmente, sta compiendo un’azione rischiosa; ma se non è preparata all’azione, e quindi non sa come comportarsi, l’azione è pericolosa perché i danni potrebbero essere colpa di un mancato controllo. Da qui emerge il fatto che il coraggioso non è chi non ha paura del pericolo, ma chi conosce il pericolo, si assume i rischi e sa quali sono gli elementi che gli permettono di controllare ciò che è controllabile. La differenza sostanziale, quindi, è la categoria di scelta: il rischio è un pericolo calcolato.

Questa conseguenza è molto importante perché porta al secondo elemento della sociologia della paura: le narrative del controllo. Se il pericolo, infatti, è frutto di qualcosa che non conosciamo, uno dei modi per ridurre la paura derivante da esso sono le cosiddette “narrative del controllo”. Queste non sono altro che discorsi – con diversi tassi di legittimazione – con cui cerchiamo di contenere la componente ignota del pericolo facendola diventare nota e dando indicazioni su come comportarsi. Ad esempio, uno dei rituali a cui ci sottoponiamo quando prendiamo un aereo è la spiegazione delle procedure di sicurezza: gli assistenti di volo ci danno indicazioni precise su come affrontare qualsiasi evento che potremmo percepire come pericoloso. Identificare le uscite di sicurezza, sapere come allacciare un giubbotto salvagente, saper usare una maschera di ossigeno sono le componenti della narrativa del controllo della paura di volare. Ma chiunque abbia paura di volare sa bene che nulla tranquillizza più di una preghiera fatta durante la fase di decollo, che si trasforma in un applauso catartico non appena il velivolo tocca la pista di atterraggio. Anche le preghiere possono essere considerate delle narrative del controllo: modi per affrontare l’ignoto del volo aereo. Le strutture di queste narrative possono essere formali – teorie della probabilità, procedure di emergenza, protocolli – oppure informali – stereotipi, preghiere, complotti – e, nonostante siano due cose molto diverse, sociologicamente svolgono lo stesso compito: ridurre il timore di ciò che non conosciamo.

Questo ragionamento porta al terzo elemento della sociologia della paura: il ruolo dei media. I media – non importa se mass media o social media – sono lo strumento attraverso il quale ci costruiamo una immagine del mondo. Noi non viviamo nel mondo reale, così come costruito dalla nostra esperienza, ma nel mondo rappresentato – cioè raccontato – dai media e dalla nostra esperienza. Anche qui è un problema di percezione: sono i media che ci aiutano a definire cos’è pericoloso (percezione) e ci danno una mano su come affrontare il pericolo (narrative del controllo). Esistono moltissimi casi storici in cui i media sono causa e soluzione delle paure collettive. Nel 1938, un racconto radiofonico eccessivamente realistico, messo in scena da un giovanissimo Orson Welles, fece credere a milioni di radioascoltatori che gli Stati Uniti fossero stati invasi dai marziani con relative scene di panico e disordine, ad eccezione di coloro che avevano capito che ciò che stavano ascoltando era una fiction e non la realtà [2]. Fake news diremmo oggi [3].

Gli effetti della paura
Nel 1972 il sociologo americano Stanley Cohen [4] usò il termine “panico morale” per descrivere la paura collettiva ingiustificata costruita dai media negli anni sessanta contro i gruppi giovanili dei mods e dei rockers, che li etichettò come soggetti pericolosi portatori di comportamenti antisociali (violenza, droghe, sesso). Nel 1980, lo studioso americano George Gerbner nel suo studio sulla rappresentazione della violenza nella fiction televisiva (soprattutto nei telefilm polizieschi) coniò il concetto di “sindrome del mondo cattivo”, ovvero la sensazione di essere vittime di violenza e la paura a camminare soli di notte, di cui soffrivano coloro che guardavano molte ore di televisione al giorno [5]. Negli anni novanta due studiosi – Frank Furedi [6] e Barry Glassner [7] – arrivano entrambi a definire la nozione di cultura della paura, una situazione costruita da un particolare contesto mediale e politico in cui emerge una forte ossessione per la sicurezza e in cui viene alimentata la paura verso una specifica categoria sociale per raggiungere obiettivi politici o economici attraverso pregiudizi emotivi.

Sono i media che ci aiutano a definire cos’è pericoloso e ci danno una mano su come affrontare il pericolo.

Il pericolo come frutto della percezione collettiva, uso di narrative del controllo, ruolo dei media: sono questi i tre elementi per una sociologia della paura che ci consentono di analizzare quelli che potremmo chiamare gli effetti sociologici della paura. Gli effetti politici della paura sono l’idea di essere una società sottoposta a una minaccia – un qualcosa percepito come pericolo – e la conseguente richiesta di una risposta forte rappresentata da leader e partiti politici percepiti rispettivamente come potenti e come decisionisti. Gli effetti economici sono quelli che prendono la forma della sfiducia nel futuro e nella propria condizione sociale, con conseguente riduzione dei consumi e crescita dell’acquisto di beni rifugio (metalli preziosi, pietre preziose, immobili). Gli effetti culturali si riconoscono nella diffusione di un costante senso di instabilità che spesso prende la forma del meccanismo di ricerca di colpevoli immaginari che abbiano la caratteristica di essere considerati estranei alla società (streghe, untori, minoranze politiche e religiose, migranti). In definitiva la principale conseguenza collettiva della paura è la sospensione dei valori sedimentati nei periodi di stabilità sociale: tolleranza, apertura, fiducia si trasformano in intransigenza, chiusura, diffidenza. Ma c’è una cosa che emerge con forza dall’analisi sociologica della paura: il vero problema non è avere paura di qualcosa, ma è la paura della paura. Su questo elemento, infatti, non è possibile intervenire e serve solo prendere atto che avere paura, così come non avere paura, è frutto della nostra percezione. Basterebbe cambiare la nostra percezione delle cose per cambiare la sensazione di paura, se non fossimo così impegnati ad averla.

luglio 2019

Bibliografia

[1] Luhmann N. Sociologia del rischio. Milano: Mondadori, 1996.
[2] Cantril H. The invasion from Mars: a study in the psychology of panic. Princeton: Princeton University Press, 1940.
[3] Bennato D. L’emergere della disinformazione come processo sociocomputazionale. Il caso Blue Whale. Problemi dell’Informazione 2018;3:393-420.
[4] Cohen S. Folk devils and moral panics: the creation of the Mods and Rockers. Londra: Routledge, 2002.
[5] Gerbner G, Gross L, Morgan M, Signorielli N. The “mainstreaming” of America: violence profile no.11. Journal of Communication 1980;30:10-29.
[6] Furedi F. Culture of fear. Risk taking and the morality of low expectation. Londra: Continuum, 1997.
[7] Glassner B. The culture of fear: why Americans are afraid of the wrong things. New York: Basic Books, 1999.


Artefici del nostro destino

Coraggio e propensione al rischio per combattere la cultura della paura

Intervista a Frank Furedi, professore emerito di sociologia, University of Kent

Il sociologo ungherese Frank Furedi è autore di diversi saggi sul tema della paura, tra cui Culture of fear: risk-taking and the morality of low expectation e How fear works: culture of fear in the 21st century, dove spiega come la società sia “diventata innocentemente estranea ai valori – come coraggio, giudizio, ragionamento, responsabilità – che sono necessari per la gestione della paura”.

Cosa si intende con il concetto di cultura della paura?
In molti pensano che significhi che oggi le persone sono più spaventate che in passato, ma non è così. Anche perché non esiste un modo per misurare se il livello di paura di una società sia aumentato o diminuito rispetto a un dato periodo di tempo. Quello che intendo, invece, è che rispetto a qualche anno fa parliamo molto di più della paura. Sembra che tutto nella vita si associ a una preoccupazione, che qualsiasi cosa rappresenti una minaccia. L’esperienza umana in sé è ormai vista come una fonte di minaccia, anche in aree che in passato venivano viste come normali. Nel mio ultimo libro (ndr, How fear works: culture of fear in the twentyfirst century) emergono due aspetti fondamentali: il primo è che la sicurezza è diventata il valore più importante della nostra società, il secondo è che c’è una tendenza a medicalizzare tutti i problemi dell’esistenza umana. Quelli che una volta sarebbero stati visti come problemi morali o esistenziali, oggi vengono riformulati in termini medici.

Quando ha pubblicato il suo libro Culture of fear, nel 1997, questo concetto era relativamente nuovo. Oggi, invece, la paura è al centro del dibattito politico e sociologico. Cos’è cambiato in questi vent’anni?
Penso che tutto abbia avuto inizio verso la fine degli anni novanta, da quando l’utilizzo della parola paura è stato profondamente politicizzato e la gente ha cominciato a pensare al futuro in modo sempre più distopico e negativo. Siamo diventati una società presentista: distaccata dal passato e spaventata dal futuro. Il risultato è quello che vediamo oggi, con la paura che è diventata, per la quasi totalità delle persone, la prospettiva culturale dominante. Si pensi alla politica: è interessante vedere come l’unica cosa che lega destra e sinistra sia il fatto che entrambe le parti utilizzano la carta della paura. Possono indirizzare l’attenzione verso minacce diverse ma entrambe sfruttano la paura per ottenere consensi. Quindi non c’è una reale differenza tra i due approcci, solo che la destra parla della paura dell’immigrazione e la sinistra della paura dell’estinzione umana. Quello che è cambiato, in generale, è il modo di relazionarsi con il futuro: si è passati dal promuovere un messaggio di speranza, di trasformazione, di riforma, a un approccio conservativo fondato sul “non farlo, non rischiare”.

Sembra che tutto nella vita si associ a una preoccupazione, che qualsiasi cosa rappresenti una minaccia.

Quali sono le conseguenze di questo approccio per quanto riguarda la scienza e l’innovazione?
Di fatto ha portato allo svuotamento della cultura sperimentale. In inglese, la parola “experiment” ha ormai assunto un’accezione più negativa che positiva. Se guardiamo ai film usciti negli ultimi anni, nella maggior parte dei casi gli scienziati non sono gli eroi, sono i cattivi. L’idea è che non ci si può fidare della scienza, che l’innovazione è sbilanciata verso il lato dei problemi. Tutte le volte che mi ritrovo a parlare di intelligenza artificiale, di terapie genetiche, di biotecnologie, la reazione di chi mi ascolta è sempre quella di mettere in evidenza i possibili effetti collaterali e i potenziali sviluppi negativi. Dicono che “non si deve giocare a fare Dio”. C’è un forte sospetto nei confronti della scienza. Questo si vede anche in ambito medico: anche l’isterismo antivaccinista, ad esempio, è parte di questo sospetto.

Su altri temi, invece, sembriamo fin troppo poco preoccupati. Ad esempio, per quanto riguarda i cambiamenti climatici…
Questo è molto interessante. Qualche anno fa ho condotto un progetto di ricerca che indagava le principali paure dei cittadini europei: quello che è emerso è che non erano spaventati dalle grandi questioni di cui si parlava sui giornali – come il terrorismo o il riscaldamento globale – ma da cose come l’insicurezza economica, la disoccupazione, le pensioni, i figli. L’unica cosa rilevante da un punto di vista mediatico era la paura della criminalità, per il resto si trattava di cose relativamente banali. Penso che, per quanto riguarda i cambiamenti climatici, il tema sia stato politicizzato a tal punto da far sviluppare nei suoi confronti un’attitudine ritualistica, per cui la gente non lo prende seriamente.

Pensa che l’efficacia della politica della paura possa giungere a un punto di saturazione?
Si dice spesso che i dittatori utilizzano la paura per tenere uniti i cittadini. Quello che abbiamo capito, invece, è che la paura non unisce i popoli ma, al contrario, li frammenta, li segmenta. Ad esempio, dopo l’11 settembre George W. Bush parlò molto di quanto i terroristi rappresentassero una minaccia per il popolo americano e per qualche settimana questo servì a mantenere uniti gli americani. Tuttavia, dopo solo un anno una minoranza significativa di persone metteva addirittura in discussione la versione dei fatti fornita dal governo. Questo è l’effetto a lungo termine. In fin dei conti se tutto quello che hai da offrire è una sorta di performance della paura, senza alcuna visione politica, ideologica o intellettuale, dopo un po’ questa si trasforma in routine. Al momento, tuttavia, la “cultura della paura” sta diventando sempre più forte e non credo che le cose cambieranno da qui a dieci anni. Stiamo arretrando sull’idea di essere umano come artefice del proprio destino, da un punto di vista sia politico che culturale. Questo è un grosso problema.

Dobbiamo riscoprire alcuni valori che sono stati messi ai margini, come il coraggio e la propensione al rischio.

Cosa si può fare per invertire questa tendenza?
Dal mio punto di vista è prima di tutto necessario cambiare il modo in cui educhiamo i nostri figli. Perché è lì che nasce il problema: insegniamo loro a restare infantili piuttosto che a diventare delle persone indipendenti. Di fatto, quello che facciamo è impedirgli di esplorare la loro libertà, di fallire. Invece dobbiamo riscoprire alcuni valori che sono stati messi ai margini, come il coraggio e la propensione al rischio. Sono elementi che dobbiamo tornare a prendere sul serio, per ritornare a un’idea di essere umano in grado di agire e di controllare il proprio destino. Chi controlla il futuro: noi o la sorte? Nel Rinascimento c’è stato un grande dibattito su questi temi. Dobbiamo trovare un modo per mettere in evidenza come, in fin dei conti, l’umanità ha sempre avuto un grande controllo sul proprio futuro. Piuttosto che affrontare passivamente quello che ci succede, dovremmo costruirci la nostra storia.

Non evitare i rischi, quindi, ma imparare ad affrontarli…
Esatto. Perché il rischio fa paura ma può essere molto utile. Ti rende consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza. Se non corri mai nessun rischio non puoi scoprire che persona sei. Diventi un individuo passivo, a cui le cose semplicemente accadono.

Fabio Ambrosino


Siamo davvero in pericolo?

Il paradosso è questo: proprio mentre la paura ricopre un ruolo sempre più importante nella cultura delle società occidentali, queste vivono quello che è probabilmente il periodo più sicuro della loro storia. Si pensi ai dati Istat relativi alla criminalità in Italia: se da un lato il numero di omicidi, furti e rapine è da anni in costante calo, dall’altro un italiano su quattro dichiara di non sentirsi sicuro quando cammina da solo per strada. Un dato, questo, che si mantiene relativamente stabile nel tempo.

Perché la percezione della paura non dipende solo dal rischio effettivo ma anche da come questo viene vissuto e dal senso di controllo che sentiamo di avere su di esso. Nel suo ultimo libro The Monarchy of fear (Oxford University Press, 2018), la filosofa Martha Nussbaum – docente di etica ed economia della University of Chicago law school ed esperta di filosofi a delle emozioni – definisce così la paura: “Un dolore esperito all’apparente presenza di un pericolo imminente, combinato con la sensazione di non essere in grado di scongiurarlo”. È così fin dai primissimi giorni di vita, spiega Nussbaum. Rifacendosi al lavoro dello psicanalista e pediatra Donald Woods Winnicot, infatti, la filosofa individua l’origine della paura nell’esperienza della cosiddetta impotenza infantile: la condizione derivante dallo squilibrio tra il rapido sviluppo cognitivo dei neonati e la loro incapacità fisica di agire sull’ambiente circostante.

Combinazione che li rende “completamente e semplicemente indifesi”. Facendo un parallelo politico e storico, Nussbaum spiega come questa posizione sia in qualche modo paragonabile a quella dei monarchi assoluti, i quali “non avendo alcuna possibilità di sopravvivenza, schiavizzavano gli altri”. Secondo la filosofa il senso di impotenza spinge gli uomini al narcisismo e al vittimismo e li trasforma in bambini spaventati che obbligano gli altri a eseguire i loro comandi. Spesso, inoltre, utilizzando proprio la retorica del terrore per suscitare paure irrazionali nei confronti dei propri nemici.

I governanti e i politici, tuttavia, non sono gli unici a trarre dei vantaggi dalla cosiddetta “cultura della paura”. La pensa così Barry Glassner – docente di sociologia della University of Southern California e autore di diversi saggi sul tema: “Attraverso la politica della paura, i politici vendono sé stessi agli elettori, le tv e i giornali vendono i loro contenuti a telespettatori e lettori, le associazioni vendono iscrizioni, i ciarlatani vendono trattamenti, gli avvocati vendono class-actions, le multinazionali vendono prodotti”. Tutte attività che secondo lo studioso americano contribuiscono a loro volta alla costruzione di altre e nuove paure. In un parallelo del principio psicobiologico di James William (“non scappiamo perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché scappiamo”), Glassner sostiene infatti che “la paura si costruisca attraverso gli sforzi attuati per proteggerci da essa”. Come nei soggetti fobici, in cui la reazione paurosa è sproporzionata rispetto ai potenziali pericoli, l’ipervigilanza nei confronti dei rischi è il nucleo centrale del problema: ciò che ostacola la guarigione.

Come interrompere, quindi, questo circolo vizioso? Riscoprendo quei valori, come il coraggio, la propensione al rischio, la speranza, che sono stati progressivamente estromessi dal dibattito socioculturale e politico. Riscoprendoli attraverso azioni concrete, però: insegnandoli ai nostri figli, dice Frank Furedi; investendo nel dialogo, nella cooperazione, nell’arte, sostiene Nussbaum. Per ritornare ad agire sul mondo nell’ottica di una prospettiva positiva e a credere nella nostra capacità di migliorare la nostra condizione. Per riscoprirci, insomma, artefici del nostro destino.

Fabio Ambrosino

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