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    Il medico tra paura e coraggio

19 Luglio 2019

Il medico tra paura e coraggio

Le parole difficili in medicinaSandro Spinsanti
L’intrepido chirurgoLuigi Presenti
La paura di essere inutili, il coraggio di formarsiStefano Guicciardi, Mirko Claus
Quando è il medico a chiedere aiutoOmbretta Silecchia

Le parole difficili in medicina

Che fanno paura e che richiedono coraggio per una cura condivisa

Sandro Spinsanti, direttore dell’Istituto Giano per le medical humanities, Roma

Ai medici si è spesso rimproverato il “medichese”, ovvero quel linguaggio incomprensibile nel quale tendono ad avvolgersi come nel camice bianco. Minore attenzione è stata rivolta invece alle parole che hanno difficoltà a pronunciare. Parole difficili, per le dinamiche che scatenano nei rapporti con i pazienti e i loro familiari. Ne hanno paura e le evitano. Eppure attraverso queste parole, che richiedono coraggio nel pronunciarle, passa il cambiamento di cui abbiamo bisogno nell’arte della cura. Proviamo a passare in rassegna cinque di queste parole difficili.

Basta. Al primo posto mettiamo quella che è senz’altro la più ardua da pronunciare: “basta”. Riassume il senso del limite che devono avere le cure mediche. Perché la cosa più insensata è proprio l’aggrapparsi a interventi curativi, anche quando non hanno più senso e aggiungono sofferenza a sofferenza. Morire con l’ago dell’ennesimo ciclo di chemioterapia in vena o dopo una lunga sopravvivenza in stato vegetativo sono evenienze fin troppo frequenti. La legge 219 del 2017 sulle cure di fine vita dissuade da “ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati”. Nella pratica quotidiana, invece, il poter dire “si è fatto tutto il possibile” esclude il senso del limite e fornisce un alibi consolatorio tanto ai curanti quanto ai familiari. Anche quando quel “tutto” è troppo. Il timore è che quel “basta” sia vissuto come un abbandono e l’accento sulle cure palliative come un “non c’è più niente da fare”, quando invece c’è tanto da fare nella gestione dei sintomi e per promuovere la qualità della vita che rimane.

Non so. La seconda parola difficile è “non so”. Come afferma il chirurgo saggista Atul Gawande, “il problema principale della medicina – quello che rende la posizione del paziente così dolorosa, quella del medico così difficile, e far parte di una società che paga i conti così frustrante – è l’incertezza. La condizione normale della medicina è l’incertezza. E la saggezza – sia da parte dei medici sia da parte dei pazienti – sta nel modo di affrontarla” (Gawande A. Salvo complicazioni. Roma: Internazionale-Fusi orari, 2005). Nascondere l’incertezza, tanto della scienza quanto del curante singolo, invece di condividerla con la persona in cura, è invece una pratica corrente. Magari dietro il travestimento più trasparente: l’arroganza presuntuosa.

Ho sbagliato. È soprattutto corrente nascondere l’errore. Siamo alla terza parola difficile: “ho sbagliato”. Un luogo comune popolare, molto ripetuto, è che gli errori dei medici li copre la terra. In modo più raffinato Bernardino Ramazzini nel suo storico libro De Morbis Artificum Diatriba sulle malattie dei lavoratori, nel capitolo dedicato alle malattie dei becchini, affermava che è giusto preoccuparsi della loro salute perché sotterrano i corpi dei morti insieme agli errori dei medici. “È giusto che la medicina contraccambi, per quanto può, l’opera svolta dai becchini nel salvaguardare la reputazione dei medici”. L’ostracismo rivolto all’errore è il modo più miope per gestirlo. Non solo perché alimenta il sospetto e allontana sempre di più le persone che ricevono le cure dai professionisti che le curano, ma perché solo una gestione trasparente degli errori, dei quasi-errori e degli effetti indesiderati tutela la salute dei pazienti futuri. Il fine di una diversa strategia nella gestione degli errori, che inizia con il riconoscerli, non è di mettere sotto accusa chi sbaglia. Non si tratta di impedire ai cattivi medici di danneggiare i pazienti, ma piuttosto di impedire che succeda ai medici bravi. Solo la trasparenza permette di evidenziare i problemi di sistema o le procedure che hanno reso possibile l’errore, prevenendo eventi analoghi.

Chissà. Un ambito assolutamente scivoloso per le nostre parole è quello della medicina predittiva. “Chissà” è qui la parola difficile: quella che permetterebbe di condividere con il malato l’incerto esito delle cure e, soprattutto, i futuri sviluppi di salute o malattia. La possibilità di ottenere informazioni sul destino degli individui, sulla base della loro dotazione genetica, è considerata dall’opinione pubblica come uno degli sviluppi più promettenti della medicina. Da questa ci si aspetta che risponda alla bulimia conoscitiva della nostra società. La risposta appropriata a questa tendenza incontrollata ad avere tutte le informazioni possibili potrebbe essere la proposta di un certo ascetismo conoscitivo. Introdurre il “chissà” nella conversazione clinica sarebbe un indice di saggezza. Mentre in internet un mercato senza scrupoli offre indagini genetiche a buon prezzo, millantando palle di vetro in cui leggere il futuro di salute e malattia, nel contesto della relazione seria tra professionisti e persone in cura sarà necessario porre attenzione all’impatto che tali informazioni possono avere. Più che in altre situazioni può essere appropriata una “spinta gentile”, che renda facile accedere alle informazioni utili e protegga da quelle futili e controproducenti.

Non ti capisco. Riserviamo l’ultimo posto, ma non in ordine di importanza, alla parola che sintetizza la distanza di posizioni inconciliabili: “non ti capisco”. Oggi dobbiamo parlare al plurale anche per quanto riguarda l’etica in medicina. Più grave del pluralismo morale, è l’estraneità morale. È diventato corrente, adottando la proposta del bioeticista Tristam Engelhardt, parlare di “stranieri morali”. La condizione di insanabile estraneità si verifica anche nella pratica della medicina e delle scienze biologiche. Anche tra persone appartenenti alla stessa cultura si può sviluppare una diversità di posizioni etiche e/o metafisiche che induce a proclamare: “non ti capisco”. Basti pensare alla difficoltà di convincere, con argomenti di natura scientifica, chi ha fatto propria una posizione preconcetta ostile alle vaccinazioni. Un conto è però se in un rapporto clinico queste parole sono pronunciate come espressione di un’insanabile rottura (nel senso: “non condivido le tue opinioni e le tue decisioni; alzo la barriera della mia coscienza e ti abbandono perché non ci possiamo intendere”); diverso invece è fare dell’estraneità morale il punto di partenza di un percorso di condivisione, malgrado l’estraneità stessa. È la strada della tolleranza, in senso positivo. E anche del compromesso: sempre in senso positivo. Sullo sfondo vediamo profilarsi un ideale di convivenza pacifica, che rinuncia alla repressione, a meno che questa non sia giustificata come risposta a un atto di forza ingiusto; e tollera le scelte dei singoli, anche quelle che non si comprendono e non si condividono. È lo scenario in cui anche il verbo curare è declinato al plurale.

luglio 2019


L’intrepido chirurgo

Una professione sempre più in crisi, tra la paura della sala operatoria e lo scarso ricambio generazionale

Luigi Presenti, direttore della Struttura complessa di chirurgia generale Presidio ospedaliero di Olbia, past-president del Collegio italiano dei chirurghi

Il chirurgo deve essere giovane o prossimo alla gioventù; di mano pronta, ferma e mai tremante, abile con la mano sinistra non meno della destra; che abbia vista penetrante e chiara; che sia intrepido d’animo, e tanto pietoso quanto basti ad essere spinto a risanare colui che prese in cura, e non tanto da farsi commuovere in modo da usare maggiore precipitazione di ciò che conviene, ovvero di tagliare meno di quanto fa bisogno; ma tutto faccia come se non ricevesse alcuna impressione del pianto altrui.
AULO CORNELIO CELSO • De medicina [libro VII, proemio]

La chirurgia è un’attività intimamente connessa al concetto di paura. È forse l’unico atto medico in cui la paura della terapia supera in molti casi persino la paura della malattia. Per prima cosa, c’è la paura dell’anestesia generale: questa fase di abolizione della coscienza, in cui il malato subisce una lesione della sua integrità, pur con fi ni terapeutici, è un pensiero per molti intollerabile. “Dottore, mi risveglierò?” è una domanda frequente, specie nei soggetti anziani, in cui il pensiero del sonno è intimamente legato all’idea di morte. Poi, l’atto chirurgico stesso, in cui vengono utilizzati strumenti che in altri contesti sono correlati a un’idea di violenza: il bisturi che incide, le forbici che sezionano, le scariche di corrente elettrica che coagulano. Seguono le paure collegate al dopo: il risveglio, il dolore, l’immobilità, l’impotenza, i dubbi sul risultato dell’intervento, le complicanze, i reinterventi. E, infine, l’incertezza sulla “verità” comunicata dal chirurgo, le parole, gli sguardi, le sospensioni. Tutti fattori che contribuiscono a costruire un contesto, appunto, di paura.

Avvicinarsi alla professione
La paura del chirurgo è in qualche modo speculare a quella del malato. È inutile negare che l’ansia si trasmette dal malato al chirurgo, in misura direttamente proporzionale. Ma in che modo questa paura deve essere canalizzata in senso positivo, per tradursi in prudenza? Si è sempre detto che si inizia la carriera da chirurgo spinti da una forte passione, dal desiderio di guarire con un singolo atto, il momento culminante della storia clinica del malato. Sì, perché spesso la chirurgia guarisce, al contrario della medicina interna, che nella maggior parte dei casi cura una malattia, senza eliminarla. Chi ha un’ernia, dopo l’intervento non l’avrà più, e così una calcolosi biliare, molte volte anche un cancro, una valvulopatia cardiaca o un’occlusione intestinale o vascolare. Il chirurgo si oppone al corso naturale degli eventi, li modifica, cambia il destino di una persona, riporta in certi casi indietro il malato da una patologia che, lasciata a sé stessa, porterebbe ineluttabilmente alla morte. È chiaro che di fronte a queste situazioni la reazione del chirurgo può essere di autocelebrazione o di paura.

Chi non ricorda la prima volta in cui il maestro, buono o cattivo che fosse, animato da buone o cattive intenzioni, ci ha detto “passa dall’altra parte, fai tu”. È in quelle circostanze che culmina il processo di avvicinamento alla realtà della professione di chirurgo, il cimento supremo, il momento della verità. Sono enfatico? Non credo, perché comunque è quello il “rito di passaggio” dall’apprendistato alla professione, il momento in cui veniamo giudicati dal maestro, dai colleghi, dagli infermieri di sala operatoria, che sono i più critici, e, in ultima analisi, anche dall’inconsapevole paziente, che sarà la prova vivente della bontà del nostro operato. È a questo punto che il chirurgo deve rivelarsi “animo intrepidus”, come dice Celso, per superare l’ansia che lo attanaglia, la paura di sbagliare, di essere troppo lento o al contrario precipitoso (“magis quam res desiderat properet!”), di essere impreciso, di bloccarsi alla prima difficoltà, di dover tornare dall’altra parte cedendo la conduzione dell’intervento al chirurgo esperto. Da questo momento dipende tutto il seguito della propria carriera: c’è chi sarà ritenuto dotato, e quindi meritevole di proseguire nella crescita professionale, oppure… passiamo oltre. È evidente che un buon maestro deve portare l’allievo a questo evento nelle migliori condizioni possibili, sia nel processo formativo sia nella gestione del peculiare stato psicologico.

Ma è davvero il coraggio quello che serve per vincere la paura in chirurgia?

Costruire il coraggio
E, invece, il coraggio? “Il coraggio uno non se lo può dare”, diceva Don Abbondio nei Promessi Sposi. Ma è davvero il coraggio quello che serve per vincere la paura in chirurgia? Forse, da un punto di vista strettamente personale, psicologico, comportamentale, si può affermare che una dose di spregiudicatezza giovanile possa essere utile. Non a caso Celso scrive che il chirurgo deve essere giovane. Utilizza il termine adulescens: pensate quanto è lontano questo termine dalla realtà attuale, con una chirurgia gerontocratica, in cui spesso l’inizio vero dell’attività di sala operatoria si realizza, perlomeno nel nostro paese, in un’età in cui altrove le carriere sono al culmine, se non addirittura al termine. E dove va a finire il giovane chirurgo, col suo bagaglio di inesperienza e di derivanti frustrazioni? Spesso in piccole realtà ospedaliere, prive di mezzi e di risorse umane di buon livello, in cui, in relazione alla scarsità dei volumi di attività, il suo livello di preparazione non decollerà mai. E allora tornerà la paura, per il caso grave che verrà ricoverato dal Pronto soccorso, e dovrà gestirlo, magari anche operarlo, senza il supporto di esperienza personale e spesso anche senza una persona di riferimento che possa aiutarlo. Poi ci domandiamo perché la chirurgia, un tempo considerata la regina delle arti mediche, non è più desiderata, non ha più “appeal” verso i giovani medici. È vero, c’è anche la “nuova paura”, quella del cosiddetto contenzioso medico-legale, che ha preso oggi in Italia dimensioni inimmaginabili, con la conseguenza di un rapporto medico-paziente non più sereno, in cui spesso è il medico a vedere il paziente come un nemico, come un soggetto pronto a criticare, a chiedere risarcimenti per ogni complicanza pur rientrante nella norma, addirittura a sporgere denunce penali. Vero. Ma credo che di più agisca nell’allontanamento da questa scelta la perdita di prestigio, la difficoltà della carriera, l’incertezza sul proprio inserimento professionale. E allora, quale risposta? Il coraggio? Forse non ha ragione Don Abbondio, il coraggio si può costruire con una formazione al passo con i tempi, che crei professionisti consapevoli della difficoltà del mestiere, ma anche della possibilità di affrontare la professione con “animo intrepido”, come diceva il nostro buon Celso.

luglio 2019

LE COSE NON DETTE

Ci sono parole che sembrano soffrire di agorafobia, temono i luoghi aperti, devono essere pronunciate in spazi piccolissimi e raccolti, dentro contenitori silenziosi e minimi. Sono flebili, curiose ma piene di paure. Piene di paure perché sono parole che provano a spingersi in terreni ignoti e terribili, dove gli attimi sono brevissimi ed eterni, e insieme sembrano contenere il senso di un’intera vita, o di tutte.

[Dal libro Tullio Pericoli. Incroci. Torino: Adelphi, 2019.]

“Si vivono a volte dei momenti in cui capita di pensare di essere in situazioni che sono forse un po’ al di sopra delle nostre possibilità razionali”, dice Tullio Pericoli a Forward nel suo studio [1]. “Io sapevo quel giorno, andando a casa di Giorgio Bocca, che avrei parlato a un mio carissimo amico e le mie parole sarebbero andate nella sua mente e allo stesso tempo sarebbero andate in un luogo che tutti noi non conosciamo, ovvero nell’aldilà. Io sapevo che non l’avrei più visto dopo quell’incontro, lui mi aveva chiamato quasi per rivedermi e salutarmi per l’ultima volta. In quel momento io mi sarei trovato davanti agli occhi di una persona mia cara che avrebbe ricevuto quelle parole per portarle non so dove. Lo avrebbero accompagnato da quel momento in avanti per gli ultimi giorni della sua vita. E purtroppo non sono riuscito a dirgliele perché non siamo rimasti insieme noi due da soli. Le parole hanno bisogno di essere protette perché sono fragili, delicate, non possiamo sapere cosa susciteranno e cosa possono provocare. Credo allora che queste parole si possono pronunciare in certi momenti e in altri è impossibile. Hanno bisogno di momenti particolarmente protetti e diffi cili. Io poi quando sono andato a parlare con Bocca ricordavo un dialogo simile, che però lì c’è stato sul serio, tra me e mio padre, l’ultimo colloquio con lui. Sapevamo entrambi che sarebbe stato l’ultimo e lì veramente ci siamo parlati. Io ho parlato a mio padre sapendo che erano le ultime parole che pronunciavo a lui da vivo. Ecco, questo ho pensato che sarebbe potuto capitare con Bocca e invece purtroppo non è successo”.

[1] L’intervista completa a Tullio Pericoli è su www.sentichiparla.it/cultura/ritratti-amicizia-conversazione-tullio-pericoli/


La paura di essere inutili, il coraggio di formarsi

Tra ansia fisiologica e paura paralizzante

Stefano Guicciardi, presidente di FederSpecializzandi
Mirko Claus, vicepresidente vicario di FederSpecializzandi

“Oggi spero di non aver ammazzato nessuno” è ciò che diciamo con un’apparente leggerezza dopo i primi turni da medici neoabilitati: le prime guardie, le prime sostituzioni. Spesso lo accompagniamo con una risata liberatoria, ma dietro la facciata nascondiamo molte volte un sentimento di sincera apprensione per quel paziente. In Italia i corsi di laurea in medicina e chirurgia sono infatti ancora in grande misura legati a un paradigma nozionistico e non mettono nelle condizioni di affrontare situazioni pratiche di base che molti medici alle prime armi si ritrovano ad affrontare sulla propria pelle. Giudici ultimi, a proprie spese, della nostra competenza, sono loro che ci pongono di fronte alle nostre insicurezze. Il corso di laurea assomiglia piuttosto a un “safari”: i pazienti sono creature a cui non avvicinarsi troppo e ogni contatto occasionale avviene rigorosamente per tempi ridotti. Sembra impossibile ma può capitare che, dopo sei anni trascorsi sui libri, un neolaureato non abbia ad esempio mai eseguito nemmeno un prelievo venoso, somministrato una terapia per via intramuscolare, a differenza invece di studenti di altri corsi, come quello di infermieristica. Eppure, a pochi mesi dalla laurea un giovane medico si può ritrovare a coprire guardie mediche e ambulatori di medici di famiglia, può rilasciare certificati di malattia o può constatare il decesso di una persona, senza avere mai visto un uomo morire.

La formazione medica non può essere un continuo atto di coraggio dovuto a un sistema inadeguato.

Imparare a volare
Le cose non vanno molto meglio all’inizio della specializzazione, dove lacune di base possono sommarsi, come è naturale che sia, a quelle della disciplina specifica. “Guarda, questa notte è stata un inferno”, dice un collega specializzando al termine di un turno, passando i casi in consegna. Al primo anno, il timore di essere il meno competente del proprio gruppo, al quale capiteranno i casi peggiori o più complessi è la consuetudine. Ci si ritrova magari lontano da casa, in un ospedale mai visto prima con altri specializzandi provenienti da esperienze formative diverse, a volte più complete, e fin da subito si percepisce che il rapporto tra pari non è realmente tale. Lo stesso vale per gli specialisti più anziani. “Ci pensi tu, lo sai fare, vero?”, chiede lo strutturato che ci si ritrova ad affiancare per la prima volta. “Devo andare in ambulatorio, finisci di fare questi esami?”. Se la risposta è negativa il gioco è fatto: la difficoltà di ammettere di non essere in grado di svolgere il compito richiesto e l’imbarazzo di dover chiedere aiuto disturbando un collega impegnato in altre attività si abbatteranno inevitabilmente sulla propria autostima. Certo, per imparare a volare prima o poi bisogna lanciarsi dal nido. Il punto però è farlo dopo aver acquisito bene i rudimenti altrimenti il rischio è quello di schiantarsi, e soprattutto avendo chiaro come rimediare alle proprie mancanze. La verità è che gli specializzandi non hanno una mappa per orientarsi, un quadro concettuale, dato che in Italia non esistono piani formativi standardizzati a livello nazionale, e spesso non hanno nemmeno tutor capaci di seguirli come dovrebbero, essendo nella maggior parte dei casi impegnati a farsi carico di interi reparti sottorganico con ritmi sempre più insostenibili. Il risultato è che la formazione medica, in particolare quella specialistica, diventa una scommessa. Chi capiterà in una realtà virtuosa potrà formarsi adeguatamente; chi invece finirà in contesti alle prese con mere esigenze di organico finirà gettato nella mischia senza garanzie. La paura che a volte stringe la pancia non riguarda le nostre capacità, la voglia di metterci in discussione, il desiderio di imparare fino a tarda notte, la passione in quello che facciamo: è la paura di essere lasciati a noi stessi, ad affrontare da soli i nostri dubbi. Ma se un livello di ansia fisiologica può aiutare ad affrontare con più consapevolezza situazioni critiche prestando attenzione ai dettagli che con l’esperienza si finisce di ignorare, averne troppa può rivelarsi paralizzante e sul lungo periodo demotivante. La formazione medica non può essere un continuo atto di coraggio dovuto a un sistema inadeguato.

Un salto culturale
Maggiori investimenti in personale e didattica e ridefinizione radicale dei percorsi formativi sono condizioni necessarie, ma non sufficienti. Il salto da fare è prima di tutto culturale. Siamo ancora prigionieri di una mentalità “artigianale”, secondo la quale basta passare un po’ di tempo in un reparto, “fare” qualcosa e magicamente le cose si apprenderanno. Anzi, secondo alcuni più tempo si passa tra le mura di un ospedale meglio è. Non c’è nulla di più lontano dal concetto di formazione: come per il “tempo di cura”, che non è solo prescrizione di ricette ma ascolto e comprensione del paziente, presa in carico, così si deve pensare a un “tempo di formazione” in cui i tutor si mettono costantemente a fianco dello specializzando e stringono con lui un vero e proprio “patto formativo” per garantirgli la trasmissione delle proprie conoscenze e di quelle competenze richieste per diventare un bravo specialista, delimitando il perimetro di quello che serve davvero apprendere. Altrimenti il rischio è che qualsiasi cosa venga spacciata come formazione, dalle scartoffie burocratiche che nessuno vuole fare alle procedure a bassa qualificazione che spetterebbero ad altri, svuotando di significato una professione che non è solo un lavoro, è una missione. Soltanto in questo modo la progressiva autonomia del medico in formazione potrà essere raggiunta concretamente e con la necessaria serenità. Perché alla fine è questo che chiediamo: acquisire responsabilità con una seria supervisione, senza improvvisazione, da parte di chi ha già vissuto le stesse difficoltà per essere messi in grado di operare le scelte migliori verso i nostri pazienti. Alla fine, arriverà il momento di essere davvero soli, con responsabilità concrete e senza una rete di supporto. Un po’ di paura rimarrà sempre, ma se potremo camminare su solide basi costruite in percorso di formazione degno di questo nome, la nostra professionalità potrà essere messa con sicurezza a disposizione della collettività.

luglio 2019


Quando è il medico a chiedere aiuto

Minacce, aggressioni e violenze in ospedale e durante le guardie mediche: una roulette russa

Intervista a Ombretta Silecchia, medico di famiglia a Bari, medico di continuità assistenziale a Alberobello, Gruppo di lavoro sicurezza della Fnomceo

La paura è un nemico per il professionista sanitario. Quali sono le principali paure dei medici?
La paura principale è proprio quella di avere paura. Il timore di perdere la serenità e la lucidità necessarie all’esercizio della nostra professione, a causa della consapevolezza di lavorare in condizioni che spesso non rispettano neppure i criteri minimi di sicurezza. Ma è una paura che allontaniamo nel momento stesso in cui indossiamo il camice per iniziare il nostro turno, perché sempre più forti di essa sono l’amore per la professione e la volontà di prestare le cure migliori a chi ne ha bisogno.

Lei è stata vittima di un’aggressione e minaccia… Cosa ha provato e come ha reagito?
Circa due anni e mezzo fa, durante un turno di lavoro nel servizio di continuità assistenziale, ho subito una minaccia a mano armata da parte di un pregiudicato, un utente abituale che richiedeva ormai quotidianamente la prescrizione e la somministrazione di analgesici da cui era dipendente. Quell’individuo aveva già aggredito verbalmente e minacciato più volte me e le mie colleghe ma, quella sera, dopo il mio rifiuto di un’ennesima prescrizione impropria, si presentò in ambulatorio mostrandomi il manico di una pistola che aveva nella cintura dei pantaloni, ricordandomi che “non aveva nulla da perdere”. In quella sede si lavorava da sole, dalle 20 di sera alle 8 del mattino; ogni notte con la paura di non riuscire a tornare a casa alla fine del turno. Dopo quell’episodio, ho trovato la forza di reagire nell’amore per la mia professione, nella solidarietà dei colleghi e nella rabbia nei confronti di un sistema aziendale che avrebbe dovuto tutelarmi e invece mi negava il trasferimento e, senza preavviso, sospendeva il servizio di vigilanza dopo poche settimane dalle minacce. Ho denunciato quell’uomo, che è stato poi tradotto in carcere, e dopo qualche giorno ho ripreso a lavorare. Non potevo permettere che la paura condizionasse la mia vita e che mi impedisse di svolgere la mia professione. Certo, per i miei familiari è stato più difficile accettare le mie scelte: ancora oggi hanno paura.

Non potevo permettere che la paura condizionasse la mia vita e che mi impedisse di svolgere la mia professione.

L’aggressione nel settore sanitario è un fenomeno arrivato alla cronaca. Quali le dimensioni?
L’escalation di violenza contro i medici e gli altri operatori sanitari deve essere considerata una vera e propria emergenza della sanità pubblica. Nel 2017 sono stati denunciati all’Inail più di 1200 casi (più di tre al giorno) su un totale di 4000 casi di violenza sul luogo di lavoro. Due vittime su tre sono donne. Tra le aree più a rischio sul territorio abbiamo la continuità assistenziale, il 118 e i servizi psichiatrici e, in ambito ospedaliero, il pronto soccorso. I motivi delle aggressioni possono essere diversi: una mancata priorità di accesso al servizio, il rifiuto di una prescrizione inappropriata, una diagnosi o un referto sgraditi spesso bastano a scatenare la violenza da parte dei pazienti stessi o dei parenti. Il pronto soccorso certamente subisce le conseguenze della mancanza di personale e del sovraffollamento. La continuità assistenziale spesso, invece, diventa il luogo della violenza premeditata contro medici, spesso donne, che lavorano in completa solitudine in ambulatori periferici o al domicilio di sedicenti pazienti.

Quali sono le aggressioni più comuni?
Nella maggior parte dei casi si tratta di aggressioni di natura verbale, ma vengono denunciate
anche molestie, aggressioni fisiche e rapine; che hanno come conseguenza depressione, ansia, disturbi del sonno e quindi assenza dal lavoro e necessità di cure e sostegno psicologico. Ricordo che nel settore dove tutt’oggi lavoro, la continuità assistenziale, ci sono stati tre casi di omicidio.
Secondo un questionario messo online lo scorso anno da Fnomceo e rivolto a tutti i medici e operatori sanitari italiani, il 50 per cento dei lavoratori ha subito aggressioni verbali, il 4 per cento violenza fisica. Circa la metà delle vittime ritiene che l’aggressione potesse essere prevista e la considera un evento “abituale”. Dalla survey emerge in maniera inequivocabile e allarmante il sentimento di rassegnazione che spesso è alla base di una mancata denuncia dell’aggressione. E purtroppo, anche quando la denuncia viene fatta, spesso resta inascoltata per poca sensibilità sul tema da parte delle autorità competenti, per inadeguatezze strutturali e organizzative o per carenza di fondi.

È un rischio connesso al mestiere che c’è sempre stato o che si è acuito negli ultimi anni?
Questa escalation di violenza, come ha più volte sottolineato il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, è anche frutto di un cambiamento culturale secondo cui la sanità è considerata alla stregua di un supermercato e la salute un bene di consumo. La “medicina delle cure”, che prevedeva una fiducia totale nei tempi e nelle capacità del medico, è stata soppiantata dalla “medicina dei desideri”, che deve essere in grado di curare tutto e subito, non prevedendo né l’attesa né la morte come evento inevitabile della vita.

Ogni notte si continua a rischiare la vita. E questo è inaccettabile.

Come si sta muovendo la Fnmoceo per contrastare il fenomeno della violenza contro gli operatori sanitari?
La Fnomceo si sta impegnando da tempo e su più fronti. Ha chiesto con forza e ottenuto nel marzo 2018 l’insediamento, presso il Ministero della salute, dell’Osservatorio permanente per la garanzia della sicurezza e per la prevenzione degli episodi di violenza ai danni di tutti gli operatori sanitari, con lo scopo di monitorare il fenomeno, raccogliere dati e analizzare i casi di aggressione per individuare i fattori di pericolosità e proporre soluzioni per la prevenzione, nuove norme di legge, misure organizzative e legislative. Inoltre, ha formato un gruppo di lavoro sicurezza che, unitamente al tavolo intersindacale permanente di consultazione, affronta il problema della violenza allo scopo di definire una strategia comune per la prevenzione delle aggressioni e il monitoraggio dei rischi e dei margini di intervento. Un’altra iniziativa è la giornata nazionale contro la violenza sugli operatori sanitari istituita col fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni. La giornata è stata celebrata per la prima volta a Bari, lo scorso 13 settembre, ed è stata dedicata alla memoria della collega barese Paola Labriola, uccisa da un paziente mentre era in servizio. In quell’occasione è stata anche presentata la campagna “Prima di aggredire, Pensa”, promossa da Fnomceo e Omceo di Bari, con l’obiettivo di una riconciliazione tra medici e cittadini, entrambi vittime delle inefficienze del Servizio sanitario nazionale. Perché non basta rendere più sicuri i luoghi di lavoro ma è necessaria una rivoluzione culturale per recuperare il rapporto di fiducia con i pazienti, che si è incrinato negli anni.

Si stanno prendendo dei provvedimenti legislativi, e non solo, per la sicurezza nei posti di lavoro più esposti?
La Fnomceo ha chiesto da tempo che il reato di aggressione contro gli operatori sanitari fosse perseguibile d’ufficio perché, nella maggior parte dei casi, le vittime non denunciano per rassegnazione, vergogna o paura di ritorsioni da parte dell’aggressore. Per questo giudica positivamente la proposta di legge sulle misure di contrasto alle aggressioni del personale sanitario, che vede tra i firmatari i deputati Marco Lacarra, Paolo Siani, Vito De Filippo e Ubaldo Pagano. È un passo avanti dal punto di vista legislativo che deve però necessariamente essere accompagnato da un profondo cambiamento strutturale e organizzativo dei servizi, purtroppo ancora molto lontano. Nel servizio di continuità assistenziale, ad esempio, nulla è cambiato dallo stupro della collega e amica Serafina Strano, che per tutti noi avrebbe dovuto rappresentare il punto di non ritorno. Ogni notte si continua a rischiare la vita. E questo è inaccettabile.

Fonte: Dati preliminari della survey nazionale sulla violenza contro gli operatori della Fnomceo 2018.

luglio 2019

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