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    Perché proteggere il Servizio sanitario nazionale

21 Maggio 2019

Perché proteggere il Servizio sanitario nazionale

La speranza di vita rende tutto più complicato?Giuseppe Costa
Garantire l’universalismo che tanto bene ci contraddistingueIntervista a Maria Cecilia Guerra
La salute: non costo ma investimentoNerina Dirindin

La speranza di vita rende tutto più complicato?

L’invecchiamento della popolazione non è un “problema” solo sanitario

Giuseppe Costa, direttore SCaDU, Servizio sovrazonale di epidemiologia, Asl Torino 3, Università di Torino

Nonostante resti vero che gli over 65 consumano più assistenza sanitaria, tra farmaci visite e ricoveri, la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale di fronte all’invecchiamento potrebbe non essere messa a rischio così severamente. Ci sono diversi fattori, infatti, che vanno tenuti in considerazione.

Senza dubbio l’invecchiamento produce una estensione della morbosità, ma una parte significativa di questa espansione è dovuta alla tendenza di una migliore anticipazione diagnostica. L’attenzione delle persone alla propria salute e le campagne di prevenzione del servizio sanitario volte a fare diagnosi precocemente, infatti, permettono che vengano riconosciute per tempo diverse patologie croniche che avranno una storia naturale meno severa. Per esempio, se si riconosce una patologia diabetica a sessant’anni invece che a settanta si riuscirà a tenere la glicemia sotto controllo più facilmente evitando o limitando le possibili complicanze. L’espansione della morbosità da anticipazione diagnostica, quindi, sarebbe pienamente sostenibile perché si accompagna a un contenimento dei costi legati alle complicazioni. Inoltre occorre tenere a mente che stanno iniziando a invecchiare generazioni che hanno condiviso condizioni di vita molto più favorevoli rispetto alle precedenti: da un punto di vista ambientale e di alimentazione, ma anche di istruzione e qualità della vita. Questo significa che le nuove generazioni di anziani inizieranno ad ammalarsi molto più tardi rispetto alle precedenti; dunque le previsioni di impatto dell’invecchiamento sui consumi sanitari non dovrebbero fondarsi sul fabbisogno sanitario degli attuali anziani ma su quello peculiare e molto più favorevole degli anziani di domani. Unica eccezione sono le malattie neurodegenerative, che, essendo malattie tipiche dell’età avanzata, vedono una reale espansione della morbosità con l’invecchiamento. Espansione che rappresenta un vero peso supplementare per la sostenibilità al servizio sanitario.

Per quanto riguarda la disabilità, contrariamente alla morbosità, essa mostra nel nostro paese una modesta compressione: con l’invecchiamento della popolazione si osserva che le persone diventano disabili e perdono capacità funzionali a un’età più avanzata, così che il numero di anni vissuti in disabilità sembra diminuire con l’invecchiamento. Come conseguenza di quanto osservato con una morbosità meno severa e con generazioni di nascita più sane, è ragionevole aspettarsi che il rischio di disabilità si riduca e ritardi il suo esordio. Ancora una volta l’unica vera disabilità in espansione è quella legata alle malattie neurodegenerative.

L’azione in difesa della salute pubblica deve investire la responsabilità di tutte le politiche.

Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda i cambiamenti dei denominatori, soprattutto i cambiamenti inattesi. La coorte di nascita dei baby-boomer del primo dopoguerra è diventata ultranovantenne, inflazionando questa fascia di età che è ad alto rischio di morbosità, disabilità e mortalità. Se durante la prima guerra mondiale c’era stata una forte depressione demografica perché gli uomini erano al fronte e l’epidemia di influenza spagnola aveva falcidiato, nel periodo successivo si è verificato un grande aumento delle nascite. Quando all’inizio degli anni 2010 questa generazione di babyboomer è entrata tra gli ultranovantenni, aumentando di un 40 per cento il numero di assistiti in questa fascia di età, il nostro servizio sanitario si è trovato ad affrontare un aumento del 40 per cento del fabbisogno sanitario per questa popolazione, cosa che spiega il ricorrente allarme negli ultimi dieci anni per l’intasamento del pronto soccorso nelle emergenze stagionali.

Nonostante questo, resta il fatto che la popolazione sopra i 65 anni consuma un numero maggiore di farmaci, visite, esami, ricoveri e assistenza residenziale. Nelle età più avanzate il fabbisogno di visite, esami e ricoveri tende poi a declinare. Dal punto di vista del modello assistenziale la principale sfida dell’invecchiamento è rappresentata dalla multicronicità e dallo stato di fragilità, cioè di una minore capacità di adattamento di questi pazienti con più patologie croniche agli stress ambientali e degli eventi di vita. Di fronte a questa sfida i modelli assistenziali tendono a spostarsi più verso una medicina di iniziativa che una medicina di attesa, facendo in modo che il sistema impari a riconoscere pro-attivamente e per tempo le persone a rischio e a indirizzarle su strade di automedicazione o di presa in carico del paziente da parte della medicina generale o di quella specialistica in proporzione alla gravità.

Infine occorre riconoscere che il sistema sanitario non può farsi carico da solo della sostenibilità del fabbisogno sanitario derivante dall’invecchiamento. La morbosità e quindi il fabbisogno dipendono in maniera decisiva dallo status socioeconomico delle persone: alcuni anni di aspettativa di vita libera da disabilità separano le persone di alta e bassa posizione sociale. Quindi, l’azione in difesa della salute pubblica non può essere confinata all’ambito sanitario, ma deve investire la responsabilità di tutte le politiche. Queste disuguaglianze di salute in Italia sono di minore intensità di quelle osservate nel resto d’Europa, probabilmente grazie all’effetto protettivo sia della dieta mediterranea, ancora uniformemente distribuita nella popolazione, sia del Sistema sanitario nazionale che garantisce le prestazioni essenziali in modo universalistico anche ai ceti meno abbienti. Per venire incontro a questa esigenza di presa in carico da parte di diverse politiche, non solo di quelle sanitarie, in diverse regioni stanno nascendo formule di integrated community care dove vengono coinvolte risorse e responsabilità sociali, sanitarie, delle politiche urbane e della casa, del privato sociale e di tutti gli attori che possono condividere risorse ed energie dentro la stessa comunità locale.

maggio 2019


Garantire l’universalismo che tanto bene ci contraddistingue

Tagli e investimenti, sistema pubblico, privato o misto, ticket e superticket, liste di attesa e robotizzazione

Intervista a Maria Cecilia Guerra, Docente di Scienza delle finanze Università di Modena e Reggio Emilia

Quali sono i punti deboli del nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) che ne minano la sostenibilità e l’universalismo?

Credo che il punto centrale in questo momento sia, in senso generale, il sottofinanziamento. Paradossalmente il problema della sostenibilità va affrontato da un diverso punto di vista, cioè non pensando che dobbiamo spendere meno perché non ci sono le risorse, ma che al contrario stiamo spendendo troppo poco rispetto alle risorse che sono necessarie per mantenere la qualità del nostro servizio sanitario, che ha come punto di forza l’accessibilità su tutto il territorio nazionale e quindi l’universalismo. In riferimento ai finanziamenti dedicati al Ssn siamo ormai al di sotto rispetto a quelli garantiti dai paesi con cui normalmente ci confrontiamo, e rischiamo di andare sotto in modo significativo anche rispetto al livello di guardia di incidenza della spesa per il Ssn sul pil che è stabilita dall’Organizzazione mondiale della sanità al 6,5 per cento, livello sotto il quale il finanziamento non è più adeguato a garantire un buono stato di salute alla popolazione.

Paradossalmente la sostenibilità va vista da un diverso punto di vista, cioè non pensando che dobbiamo spendere meno perché non ci sono le risorse.

C’è un punto specifico che sta emergendo ormai anche dalle cronache, di cui ovviamente chi si occupa di questi temi è ben consapevole da tempo, che riguarda il personale sanitario. Il sistema non ha programmato in modo adeguato la sostituzione dei professionisti sanitari che vanno in pensione, siano essi medici di medicina generale oppure ospedalieri, o personale non medico. È una falla che rischia di diventare molto significativa, sicuramente nel breve periodo ma anche nel lungo. Si parla di un pensionamento che può interessare nel giro di una decina di anni più di 33.000 medici di base e più di 47-48.000 medici ospedalieri; di questi ne verrà sostituita solo una parte e quindi è un problema molto serio. È un problema di numero ma anche di qualità del lavoro, perché ormai molteplici vincoli imposti alla sanità e alle dotazioni che la finanziano stanno comportando un uso intensivo della forza lavoro, con turni massacranti, e problemi di precariato che causano anche demotivazione.

Esistono delle vie per utilizzare meglio i soldi che si spendono, soluzioni fondamentali per garantire la sostenibilità del Ssn, intervenendo al tempo stesso sui punti di debolezza osservati. Mi riferisco per esempio al non essere riusciti a ottenere un’adeguata integrazione sociosanitaria che fronteggi il tema della non-autosufficienza e dia un sostegno alla questione della domiciliarità. È un bisogno prevalentemente di tipo assistenziale (non sanitario) a cui non si dà risposta, e ciò comporta anche dei costi molto elevati, quali il ricorso a ricoveri impropri, o l’affidamento a residenze protette di persone che potrebbero essere aiutate a domicilio. L’integrazione sociosanitaria è quindi un modo non solo per migliorare la qualità della vita degli anziani e dei loro famigliari, ma anche per ridurre i costi e rendere il sistema più sostenibile. Altro tema è quello della politica del farmaco. Un nostro punto debole è sicuramente un uso eccessivo di alcuni farmaci – pensiamo agli antibiotici – o il fatto che non abbiamo una politica seria dei farmaci equivalenti, che rappresentano da noi solo il 18-19 per cento dei consumi, quando dovrebbe essere il 50 per cento e oltre. Anche questo permetterebbe di risparmiare sul costo del Ssn. L’ultimo aspetto, che ha proprio a che fare con la sostenibilità, è quello della prevenzione: negli screening per prevenire o diagnosticare precocemente i tumori, per esempio, notiamo molta differenza a livello regionale; la mancanza di screening di prevenzione comporta il non avere delle diagnosi precoci, e questo, oltre a portare banalmente rischi più grandi per la persona stessa, comporta anche costi più elevati per il Ssn. Credo quindi che ci sia ampio margine per intervenire risparmiando e allo stesso tempo per qualificare maggiormente il nostro Ssn al fine di garantire proprio questo universalismo che tanto bene ci contraddistingue.

Credo che ci sia ampio margine per intervenire risparmiando e allo stesso tempo per qualificare maggiormente il nostro Ssn.

In un’ottica di sostenibilità, i finanziamenti del Ssn dovrebbero arrivare esclusivamente dalle tasse?

Attualmente abbiamo due fonti di finanziamento: i ticket e le tasse. I ticket però sono nati nel nostro sistema con la funzione di contrastare il cosiddetto “moral hazard”, cioè l’eccesso di consumo indotto dal fatto che non si deve pagare nulla per l’acquisto delle cure. Originariamente quindi il ticket era un granellino nell’ingranaggio per evitare prestazioni eccessive e non motivate dal bisogno; invece col tempo è diventato anche un mezzo di finanziamento. Bisogna tenere conto che nonostante i ticket siano generalmente articolati in relazione alla condizione economica, quindi paga di più chi ha maggiori possibilità economiche, si tratta sempre e comunque di un costo sostenuto da una persona malata e che è in una situazione di bisogno. Non dimentichiamoci che lo stato di bisogno dovrebbe essere soddisfatto e garantito su base universale; pertanto dovremmo spostare il finanziamento sulla fiscalità generale, che tiene conto, come giusto, della condizione economica, senza penalizzazioni imputabili allo stato di salute.

I ticket – in particolare nella componente definita “superticket” – come fonte di finanziamento sono particolarmente dannosi da ogni punto di vista, perché hanno comportato costi elevati per prestazioni anche molto diffuse – come le semplici analisi del sangue – che rendono il sistema pubblico non competitivo dal punto di vista del costo rispetto al sistema privato. Di fatto, inducono fasce rilevanti del ceto medio a rivolgersi al settore privato, e questa tendenza alla espulsione dal sistema sanitario pubblico è a mio avviso particolarmente dannosa perché riduce un elemento fondamentale: la pressione che l’utenza può esercitare su un miglioramento del Ssn stesso. Se il servizio pubblico viene utilizzato solo dalla fascia più povera della popolazione, questa parte di cittadinanza rischia di avere poca voce e poca possibilità di contare ai fini di un miglioramento delle prestazioni. Quindi eliminare i superticket e confinare i ticket alla funzione che devono svolgere – cioè a una sola funzione di contrasto al moral hazard – servirebbe a riacquisire un giusto finanziamento e ad evitare un’inefficienza e un decadimento della qualità che può derivare appunto da una costruzione del Ssn che sia residuale, cioè solo per le persone che non hanno mezzi per curarsi diversamente.

Lo stato di bisogno dovrebbe essere soddisfatto e garantito su base universale. Dovremmo quindi spostare il finanziamento sulla fiscalità generale che tiene conto della condizione economica.

Più robotizzazione e meno posti di lavoro anche per la disoccupazione si traducono in un minore gettito fiscale. Come rendere sostenibile il paese?

Un avanzamento tecnologico in sanità è importante e utile – così come lo sarebbero altri progetti di informatizzazione – perché comporta progressi enormi e permette di rispondere in maniera migliore a un bisogno. I problemi che questi progressi portano sul campo del lavoro vanno affrontati per tempo (e questo vale non solo per il sistema sanitario ma in generale) e con diverse modalità. Da un lato, uno sviluppo tecnologico di questo tipo crea valore aggiunto, perché permette di soddisfare le stesse richieste – o anche maggiori richieste – con costi più bassi. Ma questo valore aggiunto non deve rimanere nelle mani di pochi soggetti (come avviene in generale per le grandi multinazionali, ad esempio, dell’high-tech). Bisogna invece che ci sia la possibilità di redistribuirlo. E si può fare in due modi. Per quanto riguarda specificatamente la forza lavoro, nel momento in cui c’è bisogno di meno lavoro, questo va allora ridistribuito tra tutti, a parità di salario ma riducendo l’orario di lavoro; e si può fare perché, anche se è vero che aumenta il costo del lavoro, questo è un aumento che il datore di lavoro – sia pubblico che privato – si può permettere, perché ha avuto un grosso guadagno dal punto di vista tecnologico.

Serve un investimento pubblico per far sì che l’impiego della ricerca diventi utile per il benessere collettivo.

L’altra via riguarda la tassazione: noi abbiamo adesso una tassazione che non è stata ancora in grado di seguire lo sviluppo economico che si sta verificando ed è fortemente ancorata al fattore lavoro, in particolare proprio per quanto riguarda il finanziamento di segmenti di welfare. Bisogna invece spostare il peso della tassazione dal solo fattore lavoro a tutto il reddito prodotto, quindi anche sui redditi di capitale, in modo tale che tutti possano contribuire al finanziamento. In questo modo possiamo sia salvaguardare il progresso tecnologico sia redistribuire equamente tra la popolazione i vantaggi che esso offre. Ovviamente non tutta la robotizzazione e non tutto il progresso tecnologico hanno risvolti positivi. È assolutamente necessario un investimento pubblico, per far sì che l’impiego della ricerca diventi utile per il benessere collettivo.

Il welfare aziendale o il sistema misto pubblico-privato possono essere la soluzione per la sostenibilità del Ssn e per garantire una risposta equa ed efficiente ai bisogni di salute? Sono queste le uniche due strade percorribili?

Credo che nessuna di queste vie sia quella giusta. Credo che il sistema debba essere saldamente pubblico per tutti, quindi universale. Ovviamente ci si può avvalere anche di fornitori privati, purché questi, nella misura in cui accedono a finanziamenti pubblici, siano regolamentati dal pubblico. Il problema della sostenibilità è fondamentalmente un problema di scelta, cioè è necessario capire in che segmento i paesi decidono di investire le risorse. Il sistema cosiddetto misto, dove c’è una componente assicurativa, autonoma rispetto al pubblico – come il sistema americano, per intenderci – è un sistema generalmente molto più costoso, perché le assicurazioni private frammentano l’offerta e si specializzano in segmenti di popolazione più agiata, lasciando invece a carico del servizio pubblico le prestazioni più onerose, cioè quelle rivolte alle persone più povere, che non possono sostenerne la spesa, ma anche alle persone anziane, che hanno un bisogno di salute più forte e che spesso non sono coperte, soprattutto nell’ultima fase della loro vita, dai sistemi assicurativi, e quelle relative a patologie più complesse e costose. Quindi sono sistemi, quelli misti, in cui i privati tendono a collocarsi sul segmento più profittevole dell’offerta sanitaria.

Il welfare aziendale, inteso come welfare che dia anche una risposta sulla sanità, è secondo me un elemento rilevante di distorsione. Innanzitutto perché esiste solo in alcune imprese – soprattutto in quelle più grandi – e dà copertura soltanto a soggetti che lavorano (si parla di lavoro stabile e non precario). Semmai i familiari del lavoratore ottengono, per via indiretta, anche loro qualche sostegno. Di fatto questi familiari beneficiano di una copertura sanitaria non in quanto cittadini – quindi come diritto di cittadinanza fondante della qualità della convivenza civile – ma in via derivata, in quanto mogli o figli, come avveniva in epoca fordiana con le mutue. Credo che tornare indietro in questo senso sia assolutamente sbagliato. Il welfare aziendale poggia sulla disciplina fiscale; se ci fosse un welfare aziendale che riuscisse ad autofinanziarsi, io non avrei nulla da dire, ma questo welfare aziendale è finanziato con la fiscalità generale. Allora è giusto avere, finanziato dalla fiscalità generale, un tipo di intervento che va a favore soltanto di alcuni? Il welfare aziendale crea oltretutto indubbi sprechi e distorsioni, inducendo bisogni senza adeguata attenzione all’efficacia delle cure. Per esempio, le società assicurative spesso offrono pacchetti di prestazioni fra cui check-up ripetuti o analisi di cui non ci sarebbe assolutamente bisogno, ma che costano loro poco e fanno fare bella figura. A queste mie obiezioni mi rispondono dicendo che il welfare aziendale finanzia solo servizi di tipo integrativo, ma non è vero. Per esempio con il welfare aziendale si pagano molto spesso anche i ticket imposti dal settore pubblico, ma allora che senso ha imporli, per prevenire il moral hazard, quando poi con risorse pubbliche si finanzia l’assicurazione che li copre? Attraverso il sistema privato sostenuto da risorse pubbliche può poi succedere che nuove prestazioni, farmaci o ausili, non ancora inclusi nei Lea, vengano offerti solo ad alcuni e non ad altri, quando invece abbiamo bisogno che nuove prestazioni e nuovi ausili siano offerti su base universale. Dopodiché, una volta garantiti i livelli essenziali delle prestazioni a tutti in modo adeguato, va bene anche garantire la possibilità di scelta, che non deve però essere a carico della cittadinanza, cioè attuata con il sostegno della fiscalità generale.

Il sistema sanitario può mantenere la qualità e l’efficienza solo se è per tutti.

I tempi di attesa sono degli strumenti che rendono più sostenibile il servizio sanitario pubblico. Ma quali sono i possibili effetti collaterali, in particolare nel lungo termine?

Le liste d’attesa sono un tema cruciale che fa capire qual è il rischio verso cui andiamo se non affrontiamo con determinazione il tema dell’universalismo. Le liste d’attesa sono chiaramente una forma di razionamento che segue criteri che non vengono mai discussi adeguatamente: non sempre discriminano sulla base di vere priorità e questo può arrivare a compromettere il servizio e, conseguentemente, la salute dei cittadini. Se non affrontiamo questo tema in termini adeguati manderemo fuori dal Ssn i cittadini che se lo possono permettere, ma questo non ridurrà le liste d’attesa, anzi, secondo me, si rischia di peggiorare il fenomeno: se noi lasciamo vie d’uscita a chi se lo può permettere, ci troveremo progressivamente nel sistema sanitario solo le persone che più sono prive di mezzi, e che di solito sono anche quelle che hanno meno potere di pressione e una voce purtroppo più debole. Il sistema sanitario invece può mantenere la qualità e l’efficienza solo se è per tutti.


La salute: non costo ma investimento

Contrastare il mercato del benessere e rafforzare il settore pubblico per il nostro futuro

Nerina Dirindin, Dipartimento di Scienze economico-sociali e matematico-statistiche Università di Torino

L’immagine che abbiamo della sanità italiana è peggiore di quella reale: la narrazione prevalente parla di un eccesso di spesa, di sprechi diffusi e ingenti, di corruzione sempre più estesa, di inappropriatezza presente a ogni livello, tanto che si ha l’impressione che se sommassimo tutti i risparmi possibili derivanti da un intervento su questi fattori, che potremmo definire “determinanti di insostenibilità”, si arriverebbe a scoprire che il servizio sanitario potrebbe funzionare con un ammontare di denaro molto inferiore a quello attuale. Ma è difficile crederlo.

Se confrontiamo il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) con quello di altri paesi simili all’Italia, scopriamo che le risorse da noi destinate alla salute sono molto inferiori a quelle di cui godono i cittadini tedeschi e francesi, nonostante gli esiti dell’assistenza nel nostro paese non siano inferiori a quelli delle altre nazioni. Ugualmente, contando i professionisti impegnati nel Ssn italiano vediamo che sono assai meno numerosi di quelli che sostengono il sistema in altri paesi, come anche che il numero di posti letto a disposizione degli italiani è circa la metà di quelli a disposizione degli abitanti della Germania (vedi “Meno ospedali, sempre più piccoli e sempre più privati”): di nuovo, senza alcun rilevante contraccolpo in termini di qualità delle cure. La nostra sanità pubblica è il solo settore della pubblica amministrazione che negli ultimi anni è stato capace di darsi un sistema di governance, e l’impegno per un complessivo governo della sanità è almeno, in certa misura, condiviso da diverse realtà regionali che cercano – in molti casi riuscendoci – a mantenere il migliore equilibrio possibile tra una domanda di assistenza e prestazioni sanitarie troppe volte artificialmente sostenuta dal marketing industriale ed esiti delle cure che rendono comunque affidabile il sistema sanitario.

Meno ospedali, sempre più piccoli e sempre più privati

Dal 1980 l’offerta ospedaliera in Italia si è notevolmente ridotta, ma parallelamente non è aumentata l’offerta di servizi sul territorio (extra-ospedalieri). La contrazione dell’offerta di posti letto pubblici si è realizzata attraverso una drastica riduzione del numero degli ospedali e un contenimento della loro dimensione media. Nel 2012, per la prima volta il numero degli ospedali pubblici era uguale a quello delle strutture private. Le aspettative dei cittadini non sono invece cambiate: si continua a pensare all’ospedale come la principale struttura sanitaria di riferimento, anche se le condizioni in cui sono erogate le prestazioni tendono progressivamente a scoraggiarne il ricorso. Allo stesso modo, i professionisti sanitari continuano a privilegiare il lavoro in ospedale – e dunque la medicina specialistica – rispetto al territorio.


Il primo importante punto da sottolineare è dunque che il nostro Ssn non ha un costo eccessivo e, pertanto, il contenimento della spesa o l’introduzione di diverse forme di finanziamento integrative o, addirittura, sostitutive, non è assolutamente un imperativo. La spesa sanitaria pubblica dell’Italia non è eccessiva neanche rispetto al finanziamento annuale dello stato e da tempo gli studi sulla performance complessiva dei sistemi sanitari confermano un giudizio positivo sul nostro paese, soprattutto se consideriamo le risorse impiegate. Eppure, negli ultimi anni la sanità pubblica è stata maggiormente sacrificata rispetto ad altri settori pubblici. Dal 2010 al 2016 la spesa sanitaria è rimasta immutata, mentre la spesa pubblica primaria (al netto degli interessi sul debito pubblico) è cresciuta al tasso medio annuo dello 0,5 per cento. Inoltre, gli ultimi governi hanno regolarmente adottato l’espediente di tagliare la spesa nell’anno in corso facendo sperare però aumenti per gli anni a venire, senza ovviamente che tali promesse fossero successivamente mantenute. La pesante dimensione dei tagli al sistema sanitario si è tradotta in una maggiore spesa per le famiglie, che sono state spesso costrette – o indotte – a sostituire la minore offerta pubblica di servizi e interventi sanitari con un più frequente ricorso a prestazioni private.

Il secondo aspetto da non trascurare è che facendo leva sulla salute sono incoraggiati, in modo colpevolmente ingannevole, consumi e prestazioni che in realtà non migliorano il benessere delle persone ma, molto spesso, lo peggiorano. I decisori politici e sanitari assistono senza prendere parte a un’intensa campagna di promozione degli interessi di potenti operatori economici la cui attività è una minaccia diretta per la salute della popolazione: pensiamo all’industria alimentare che produce e promuove alimenti o bevande ipercaloriche o all’industria del tabacco, senza contare le attività tanto remunerative quanto dannose come il gioco d’azzardo.

“Sviluppo non è uno strumento per aiutare poche persone ad arricchirsi (…) Significa trasformare le società, migliorare la vita dei poveri, dare a tutti una possibilità di successo e garantire a chiunque l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione.
– Joseph Stiglitz[1]

Guardando al settore della diagnostica e della cosiddetta diagnosi precoce, quella che viene definita la “medicina industriale”[2] sollecita il ricorso a prestazioni sempre più frequenti e sofisticate, spesso non giustificate. Il più delle volte il risultato è il ricorso a prestazioni private e questo può essere motivo di preoccupazione. In primo luogo perché è evidente che la sanità pubblica non riesce a garantire su tutto il territorio nazionale adeguati livelli di assistenza, in particolare in settori – come l’odontoiatria, la specialistica ambulatoriale o la long term care – che sono notoriamente trascurati. In secondo luogo, per ragioni di equità: la spesa privata grava anche sulle famiglie a basso reddito. La conseguenza naturale dovrebbe essere il rafforzamento del settore pubblico con un progressivo aumento del finanziamento del Ssn, ma al contrario l’attenzione si concentra sulle modalità di intervento sulla spesa privata per incanalarla nel settore assicurativo. Nel 2016 erano circa 18 milioni i contribuenti che beneficiavano per sé e per i propri familiari di agevolazioni fiscali riconosciute alle spese sanitarie private: un impatto sul bilancio dello stato – in termine di minor gettito – stimato in 3,4 miliari di euro.

Tutto questo ci invita a guardare con favore al progetto Benessere equo e sostenibile avviato dall’Istat nel 2010 allo scopo di valutare il progresso di una società non soltanto guardandone gli aspetti inerenti lo sviluppo economico, ma anche sociale e ambientale, attraverso l’individuazione e la misurazione di 130 indicatori appartenenti a 12 ambiti, tra cui la salute, che tengono conto di aspetti che hanno un diretto impatto sul benessere della popolazione. Così come sembra promettente l’impegno del nostro paese nel progetto Sustainable development goals delle Nazioni Unite, che prevede l’individuazione di obiettivi di sviluppo sostenibile e il monitoraggio dei progressi compiuti dalle singole nazioni entro il 2030.

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030

L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è un programma d’azione sottoscritto il 25 settembre 2015 dai governi dei 193 paesi membri dell’Onu: 17 obiettivi, per un totale di 169 traguardi, che vogliono rappresentare un quadro di riferimento condiviso per contribuire allo sforzo globale necessario per assicurare un futuro al nostro mondo.

Ogni paese deve impegnarsi a definire una propria “strategia di sviluppo sostenibile” che gli consenta di raggiungere i 17 obiettivi entro 2030. Tra le grandi sfide del secolo: il cambiamento climatico, le crisi sanitarie, la migrazione e la povertà.


Bibliografia

[1] Stiglitz J. La globalizzazione e i suoi oppositori. Torino: Einaudi, 2002.
[2] Montori V. Perché ci ribelliamo. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2018.

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