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    Formazione, spazi, cultura

3 Gennaio 2019

Formazione, spazi, cultura

La Sapienza per la formazione dei medici di domaniSebastiano Filetti
Alla ricerca di luoghi umani per la saluteIntervista a Giulio Felli
Libri in bilicoAlessio Malta

La Sapienza per la formazione dei medici di domani

La priorità è ripensare la didattica per essere pronti alle sfide che verranno

Sebastiano Filetti, Preside, Facoltà di medicina e odontoiatria, Sapienza università di Roma

La delocalizzazione delle famiglie, l’evoluzione dei fenomeni migratori e l’aumento della percentuale di anziani nella popolazione sono solo alcuni dei cambiamenti che la nostra sanità si trova oggi a dover affrontare. Esemplificativo a tal riguardo, difatti, è notare come un tempo non era necessario prendere in considerazione i problemi degli anziani e delle loro malattie croniche poiché l’aspettativa di vita era notevolmente inferiore. Adesso, invece, l’aspettativa di vita media supera gli ottant’anni in entrambi i sessi e, soprattutto nelle grandi metropoli, l’anziano è spesso affidato a una badante.

La conseguenza è un aumento dei problemi dovuti a un non costante monitoraggio delle malattie croniche e a una difficile comunicazione con la parte assistenziale territoriale e ospedaliera. In questo contesto la realtà digitale, che sta avendo un impatto notevole anche nel mondo della salute, potrebbe rappresentare una grande opportunità per rispondere alle nuove e anche vecchie esigenze che provengono dalla società contemporanea. Per esempio, un tempo era la famiglia a seguire il malato anziano ma in un futuro prossimo, complice anche il fatto che la nuova generazione di anziani è sempre più digitalizzata, lo smartphone potrebbe diventare lo strumento d’eccellenza di sorveglianza a distanza del paziente cronico attraverso l’acquisizione e il contemporaneo invio al medico dei suoi parametri vitali.

Cambia il profilo del malato e insieme cambiano i bisogni della nostra sanità. E deve cambiare il core curriculum delle facoltà di medicina.

AccessMedicine per innovare la didattica
Cambia, dunque, il profilo del malato, e insieme cambiano i bisogni della nostra sanità. Anche l’accademia deve prepararsi ad accogliere queste nuove esigenze e ridisegnare corsi di laurea per formare una classe di medici che sia anche in grado di informare il paziente “esperto”, di sfidare le fake news e di comunicare in un mondo in cui la divulgazione avviene sempre più con i social. Inoltre cambia anche il profilo dello studente universitario: i giovani “digitalizzati” sono interconnessi tra loro e smartphone-dipendenti, vivono la loro quotidianità online e comunicano sempre più attraverso i social, immagini e video sono la loro forma espressiva principale.

Di fronte a una medicina sempre più globale e a una nuova tipologia di studente la Sapienza università di Roma ha avviato un corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia interamente in inglese, per circa 300 studenti provenienti da tutto il mondo. Inoltre ha introdotto come strumento didattico AccessMedicine, una piattaforma che contiene oltre 140 libri di testo tra fondamentali e specialistici, editi dalla casa editrice americana McGraw-Hill. Oltre ai libri di testo, periodicamente aggiornati, sul portale si trovano linee guida, casi clinici standardizzati, materiale multimediale, calcolatori utili alla gestione pratica quotidiana del paziente, un prontuario farmaceutico e strumenti educativi.

La novità sta nel poter costruire un “libro di testo liquido”: il docente può prendere parti di testo da libri e capitoli diversi, immagini, video, file audio e comporre un manuale personalizzato in base agli obiettivi formativi e alle esigenze della classe a cui si rivolge. A tutto ciò si possono aggiungere collegamenti ipertestuali con motori di ricerca bibliografici, come PubMed o McMaster, allenando e abituando gli studenti a consultare le fonti originali delle informazioni, ad analizzare criticamente il testo, ad approfondire i propri interessi. Il richiamare continuamente la fonte originale è un utile esercizio per gli studenti in quanto è ciò che faranno da medici e perché in questo modo impareranno a utilizzare il web per trovare le informazioni giuste e il contenuto giusto. Riprodurre fedelmente in digitale il libro di testo stampato significa rinunciare alle grandi potenzialità che l’infrastruttura digitale può offrire: interattività, integrazione con altre fonti, aggiornamenti rapidi e costanti nel tempo, approfondimenti multimediali. Grazie al “libro di testo liquido”, inviato agli studenti alcuni giorni prima, i temi della lezione diventano oggetto di studio a casa, mentre il tempo trascorso in classe viene utilizzato per confrontarsi, fare lavori di gruppo e qualunque attività finalizzata a stimolare un ruolo attivo dello studente.

Un insegnamento al passo coi tempi
Per riuscire a venire incontro alle nuove esigenze della sanità, oltre a sfruttare appieno le potenzialità del digitale, serve cogliere il cambiamento di alcuni aspetti della medicina, inserendo nei corsi di laurea discipline nuove. Basta pensare, infatti, all’enorme quantità di dati, i cosiddetti big data, che ci troviamo a maneggiare oggi e che dobbiamo riuscire a decifrare e a tradurre in beneficio per la popolazione. Questo comporta la collaborazione con nuove figure professionali che prima non venivano contemplate nella didattica in medicina: l’informatico, l’ingegnere gestionale, il fisico, il bioinformatico. Allo stesso modo, nei corsi di formazione professionale in medicina, odontoiatria, infermieristica, uno degli aspetti più innovativi risiede nell’utilizzo del nuovo centro di simulazione: quello che prima si imparava lavorando nelle corsie, facendo pratica direttamente sul malato, adesso si può apprendere tramite la simulazione. L‘allievo infermiere, per esempio, attraverso la realtà virtuale, può essere immerso in una sala operatoria e sperimentare come muoversi durante un intervento. Allo stesso modo, i manichini sono un’ottima palestra per imparare il prelievo venoso e arterioso o per capire come comportarsi durante un parto.

Tutto ciò ha permesso un cambio di paradigma nella formazione e nella didattica: si è passati da un esclusivo “imparare facendo… sul campo”, con tutti i rischi collegati, a “imparare facendo… e riprovare ancora, in sicurezza”, con tutti i vantaggi che questo può offrire alla riuscita ottimale della prestazione, sia rispetto alla salute del paziente sia rispetto alla performance del professionista che la mette in pratica.

Adattarsi alle nuove richieste
La priorità, quindi, deve essere quella di organizzare la formazione dei nuovi medici, pensando quale sarà la domanda di salute tra dieci, quindici, vent’anni. Per farlo, però, dobbiamo formare oggi gli insegnanti che avranno il compito di formare i medici, gli infermieri, i professionisti della salute. Per fare ciò, diviene dunque una priorità puntare su un gruppo di giovani docenti, nativi digitali, e dunque già aperti all’innovazione tecnologica, che saranno a loro volta i protagonisti dei prossimi anni e che sapranno trasmettere al meglio ciò che le nuove tecnologie possono offrire. Ma, chi ha nel compito di formare la sua prerogativa fondamentale, ovvero l’università, non può soltanto aspettare che arrivino le risorse. Anzi, può e deve sollecitarle. Deve farsi promotore di un nuovo modello. E deve rappresentare la leva attraverso cui, per esempio grazie a programmi di educazione europea e l’applicazione di nuove e sempre più moderne esperienze formative, il sistema universitario in tutte le sue componenti possa rispondere in maniera chiara e decisa alla chiamata di innovazione che i pazienti, i giovani studenti e la comunità tutta chiedono ed esprimono con forza.

L’importante è tenere a mente che facciamo tutto questo perché dobbiamo. Perché non possiamo esimerci da questa sfida che ci troviamo dinanzi nell’era della comunicazione “sempre e comunque”. Sono cambiate la sanità e le richieste di salute che provengono dalla comunità, è cambiata la società in cui viviamo, e noi, che ci occupiamo della formazione di chi dovrà un domani occuparsi del bene comune della salute, non possiamo fare a meno di attrezzarci dinanzi alle scommesse che la “liquidità” delle pratiche e dei processi sociali che caratterizzano la società odierna ci presenta dinanzi. Così da non farci trovare impreparati, bensì pronti alle sfide che verranno.

L’importante è tenere a mente che facciamo tutto questo perché dobbiamo. Per non farci trovare impreparati, bensì pronti alle sfide che verranno.

dicembre 2018


Alla ricerca di luoghi umani per la salute

Una progettazione consapevole degli ospedali dove convivono pazienti, familiari e professionisti sanitari

Intervista a Giulio Felli, Centro studi progettazione edilizia – Cspe srl, Firenze

Il vostro centro Cspe si occupa nello specifico dello sviluppo di ricerche, studi e progettazione nel settore sanitario e sociale. Che cosa considerate prioritario nella ideazione degli spazi di cura?
La priorità è perseguire i principi di umanizzazione dei luoghi per la cura, la formazione e la ricerca. Quindi la sfida per noi è progettare gli spazi intorno alle persone che abitano questi luoghi nel rispetto delle loro preferenze ed esigenze funzionali tenendo in considerazione la funzione che la struttura deve avere e la rete di servizi in cui deve inserirsi secondo quanto l’organizzazione impone. Questa impostazione di progettazione e ideazione trova le sue basi negli studi del professor Romano Del Nord, co-fondatore del Cspe, scomparso prematuramente un anno fa. Parte delle sue ricerche sulla umanizzazione degli spazi di cura gli erano state commissionate dal Ministero della salute per il quale aveva curato un libro in cui spiegava come calcolare l’umanizzazione in uno spazio di cura e quali i criteri per realizzarla.

Fa parte della nostra filosofia sperimentare sempre nuovi modelli sostenibili e nuovi criteri di umanizzazione.

Quali sono i vostri criteri per l’umanizzazione degli spazi?
Il criterio è progettare una struttura che abbia al centro tanto il paziente quanto i familiari e i professionisti sanitari. Va molto di moda l’espressione “mettere il paziente al centro” ma il paziente è solo una parte del percorso di cura. Questo implica che la progettazione di un ospedale e di qualsiasi spazio legato alla sanità richiede di mettersi attorno al tavolo con i committenti e le diverse figure che vivono quegli spazi. Solo attraverso un progetto partecipato possiamo pensare la struttura ospedaliera come un luogo umanizzato, democratico e integrato nel contesto sanitario e territoriale. Ad esempio per la progettazione dell’ospedale pediatrico Meyer ci siamo confrontati con un gruppo di lavoro formato dai rappresentati della direzione della struttura, dei medici e del personale infermieristico per cogliere i loro bisogni e proporre una serie di modelli, fino ad arrivare persino alla creazione di mock up in scala 1:1 per verificare che loro esigenze fossero state recepite. Durante lo sviluppo del progetto, dal confronto sono nate anche delle nuove idee che ci hanno permesso di rimodellare la progettazione e di ottimizzare gli spazi, e questo anche grazie alla consulenza di psicologi ambientalisti che ci hanno aiutato a mettere in relazione la percezione degli spazi sanitari con i meccanismi della psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza. Questo ci ha permesso per esempio di riunire le aree di attesa di ogni reparto in un grande spazio pluripiano luminoso, accogliente e riconoscibile, e di realizzare dei percorsi con le opere d’arte, inserite all’interno dell’architettura, che accompagnano fino alla degenza. Per noi la bellezza sta nel creare questo ambiente di accoglienza e accompagnamento alla cura, un ambiente che in questo modo cura meglio. Proprio in quest’ottica stiamo progettando una nuova sezione all’interno del parco, esterna all’ospedale, dedicata specificamente all’accoglienza dove al bambino e alla famiglia viene spiegato cosa succederà per poi essere condotti in reparto e in camera. Anche questo è un percorso lento e dolce, non traumatico ma più umano, per il bambino.

La sfida è progettare gli spazi intorno alle persone che abitano i luoghi della salute nel rispetto delle loro preferenze ed esigenze.

Difficoltà e ostacoli?
Uno degli ostacoli è quello della gestione e del controllo dei costi nonostante benefici e vantaggi di una architettura più umana che si traducono in vantaggi anche economici per il sistema sanitario. Per esempio è stato dimostrato che l’umanizzazione si traduce in una riduzione dei giorni di ospedalizzazione. Sul costo totale della vita dell’ospedale non incidono solo la progettazione e costruzione della struttura ma anche la manutenzione, la gestione e i costi del personale. Le nostre realizzazioni, a partire dall’ospedale pediatrico Meyer, partono dal presupposto di creare dei modelli che ottimizzino gli spazi e i costi durante tutto il ciclo di vita dell’ospedale e hanno dimostrato che in realtà molti dei criteri di umanizzazione non incidono sulla dimensione economica dell’intervento. Fa parte della nostra filosofia sperimentare sempre nuovi modelli sostenibili e nuovi criteri di umanizzazione.

Polo pediatrico Meyer, un ospedale a misura di bambino

Vincitore del premio “Toscana ecoefficiente” il nuovo polo pediatrico è stato inaugurato nel dicembre 2007. Il progetto si connota per la grande sensibilità nei confronti dell’ambiente e del costruito pre-esistente: un parco storico, un’antica villa, una collina di alto pregio paesaggistico. La parte nuova della struttura è stata costruita dietro quella preesistente che è stata ristrutturata affinché il bambino non avesse l’impatto del grande ospedale e attraversasse un percorso di pacificazione e di calma per entrare nello spazio di cura. All’interno, i materiali, la luce, i colori e la percezione del paesaggio concorrono alla creazione di uno spazio fisico e psichico che re-inventa l’idea di ospedale nel modo di vivere e gestire gli spazi a misura del bambino e delle persone che lo vivono.

dicembre 2018


Libri in bilico

Le priorità degli editori in uno scenario difficile

Alessio Malta

Ebook, self publishing, crisi del copyright, Amazon, crisi della lettura. L’editoria libraria nel giro di un paio di decenni è stata investita da una serie di trasformazioni e congiunture potenzialmente sfavorevoli che non ha precedenti. Agli editori è stato chiesto un ripensamento profondo sul senso del proprio ruolo, sugli strumenti del mestiere, sulle reali prospettive di sopravvivenza della funzione editoriale, che esiste come la conosciamo oggi da almeno un paio di secoli. Stretta tra le ambizioni editoriali di Jeff Bezos e i sogni di gloria di eserciti di scrittori finalmente armati della possibilità di pubblicarsi in proprio, rassegnata alla lenta ma inesorabile emorragia di lettori, l’editoria libraria fatica a ritrovarsi nel suo tradizionale ruolo di mediazione, tra chi scrive e chi legge innanzitutto, ma anche tra le sue due nature eternamente in conflitto, quella commerciale e quella culturale.

I numeri recenti del mercato del libro non sono poi così da buttare. L’Istat certifica che il 2017 conferma l’uscita dal periodo recessivo (+2,8 per cento di fatturato). Ma il ritmo con cui il mercato ha ricominciato a crescere è troppo lento per consentire un ritorno rapido ai valori pre-crisi. E poi restano i nodi mai risolti dell’editoria libraria italiana: dimensioni ridotte del giro d’affari (e dal 2010 il fatturato è sceso di 181 milioni di euro), un numero esorbitante di case editrici (4902, +0,5 per cento rispetto al 2016) a fronte di un bacino di lettori più piccolo rispetto agli altri grandi paesi europei. I libri da una parte rappresentano un consumo culturale fuori portata (i dati Ocse-Pisa sulle competenze di comprensione dei testi sono sconfortanti), dall’altra non sono più considerati uno strumento per emergere e un segno di status (tra i ceti dirigenti e professionali il 38,1 per cento non legge nemmeno un libro). In un contesto così critico, le priorità e le scelte del lavoro editoriale, sedimentate da secoli di “noi facciamo così”, sono sottoposte a robusti stress test potenzialmente in grado di ridefinirne portata e gerarchie. Dopo aver individuato una serie di binomi tra i quali si articolano alcune scelte fondamentali degli editori, per chiarirci le idee abbiamo parlato con Daniele Di Gennaro, proprietario di minimum fax, una casa editrice modello per come ha valorizzato negli anni il suo marchio puntando anche ad altri settori, e Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci che organizza ogni anno l’ammiraglia degli eventi letterari italiani, il Premio Strega.

Libro di carta e libro digitale

L’ebook, accolto inizialmente con un singolare mix di entusiasmo e ostilità, sembra aver superato la parabola ascendente. Al natural born killer del libro cartaceo resta un posto di riguardo nel menu ibrido di lettura offerto oggi dal mercato, ma di superare il glorioso antenato non se ne parla.

Di Gennaro. “È un fatto che le nuove tecnologie storicamente si siano sempre affiancate a quelle precedenti. L’ebook rende possibile la fruizione di qualsiasi testo in qualsiasi angolo del mondo in cui ci sia una connessione internet. Il massimo per la diffusione e l’accessibilità, come succede per il commercio elettronico. Poi, certo, è fisiologico che non eguagli la forza dell’unità psicoaffettiva dell’oggetto libro cartaceo, che ti dà l’idea di avere nelle mani l’esperienza, la vita, le idee di qualcun altro sicuramente in misura maggiore rispetto all’ ‘immateriale’ immerso nel buio degli hard disk. I due vettori si integrano, possono darsi forza. Molti ancora comprano ‘l’accoppiata’, portano avanti la lettura su reader elettronico in viaggio e la continuano a casa sul cartaceo.”

Petrocchi
. “È un tema cruciale. Il trasferimento del libro nel mondo digitale è appena cominciato. Se qualche cosa farà sì che il libro entri compiutamente in questo mondo nuovo, non sarà l’ebook come lo conosciamo oggi, che è semplicemente una replica del libro cartaceo. Di fatto, un dispositivo in grado di promuovere questa trasformazione non è stato ancora ideato (i tentativi di libro “aumentato” sono ancora timidi e insoddisfacenti). Credo che per vedere il compimento di questo fenomeno dovremo aspettare che i nativi digitali prendano in mano le redini dell’editoria. Più in generale, penso che il mondo del libro cartaceo abbia provato a difendersi dall’avvento del digitale piuttosto che sentirlo come un’opportunità. Dal non averla colta derivano una serie di problemi che alla lunga rischiano di relegare la lettura di un libro a un’attività residuale. Il libro cartaceo non sparirà del tutto, fra l’altro per tutte quelle caratteristiche ergonomiche su cui si soffermava Umberto Eco, ma rischia di essere letto da un numero sempre più piccolo di persone.”

Il catalogo e le novità

Un altro binomio fondamentale. Il giusto mix è un’alchimia che ogni editore vorrebbe individuare. Ma cosa sta accadendo oggi? Cosa è prioritario?

Petrocchi. “Dal punto di vista dell’editoria letteraria, noto una grande difficoltà per gli autori di catalogo. L’editoria sembra spinta piuttosto verso la valorizzazione delle novità. L’esperienza insegna che anche gli autori che hanno ottenuto successo con un libro, con i seguenti faticano, a meno di casi sporadici, ad ottenere la stessa attenzione, dalla casa editrice prima e da recensori, librai e lettori, dopo.

Di Gennaro. “È prioritario far sì che i libri si guadagnino una vita duratura. Oggi il catalogo è il dna indentitario di un editore e la parte consolidata del venduto che fa da base all’alea dell’esito delle novità. Una nuova proposta editoriale che diventa long seller, genera un rapporto fiduciario fra il mondo dei librai e dei lettori e il marchio editoriale.”

Linea editoriale e gusto dei lettori

Il lavoro editoriale è anche (soprattutto?) un’operazione culturale, e la linea editoriale, oltre ad aiutare la riconoscibilità della casa editrice, serve a rendere compiuta quell’operazione. Il gusto dei lettori va intercettato ma anche plasmato, pubblicando nel tempo libri in grado di orientarlo, sollecitarlo e sfidarlo. Da una parte il rischio di inseguire i lettori senza mai trovarli, dall’altra il rischio della nicchia di aficionados in cui rintanarsi…

Petrocchi. “Bisogna avere chiaro che cosa si vuole essere. Ci sono editori – tipico è il caso di Adelphi – che costruiscono la casa editrice come un unico grande libro i cui capitoli sono i titoli via via pubblicati. Il mantenimento della linea editoriale prevale qui su qualunque altra decisione strategica. Al contrario gli editori generalisti andranno alla ricerca di lettori di vario genere destinando a ciascuno il proprio libro. Se sei un editore di dimensioni non grandissime con una linea editoriale precisa e ben riconoscibile in libreria, è rischioso andare in cerca di nuovi lettori. Conviene continuare a fare bene quello che stai facendo, provando eventualmente a far entrare cose più eterogenee con gradualità.”

Di Gennaro. “Il sentimento sociale, quello che Raffaele La Capria definiva ‘senso comune’, è il motore emotivo che genera la trasformazione dei linguaggi. Il movimento liberatorio consiste nel non ereditare un canone passivamente, ma nel forzare una lingua e generarne un’altra. Questo movimento innovativo è rintracciabile in tutti i movimenti artistici. I lettori vivono lo stesso senso liberatorio che ha vissuto lo scrittore, lo seguono, riconoscono in quella direzione un allargamento dell’ambito di interesse, lo sentono necessario. Il valore aggiunto della proposta editoriale sta proprio in questo sguardo verso la materia liquida del movente emotivo alla base delle narrazioni. Riprodurre una proposta nella direzione di bisogni culturali già espressi e consolidati significa essere espulsi dal proprio tempo, dalla sfera della contemporaneità.”

Amazon e librerie indipendenti

Anche questo è un tema caldo e le priorità degli editori si scontrano a volte con quelle degli altri attori della nuova filiera libraria. Quanto si può scegliere quale canale di vendita privilegiare? A cosa dare priorità?

Di Gennaro. “Sono diversi i mondi che reagiscono con l’acquisto alla proposta editoriale: quello online è soprattutto un acquisto d’impulso, spesso fatto col telefonino, magari dopo una recensione televisiva, web o radiofonica. Quelli nelle librerie indipendenti sono frutto di un preziosissimo lavoro ambientale da parte del libraio, una selezione che è percepita come un servizio di scrematura da parte dei lettori fidelizzati. Le grandi catene sono i luoghi ai quali si rivolgono lettori anche non forti, sono spazi dove si presume di trovare più scelta, reperibilità o assortimento di tutti i cataloghi.

Gli editori indipendenti come minimum fax alimentano promozione e dialogo con tutti questi fronti. Quello con i librai indipendenti che vivono costantemente lo spazio e hanno la responsabilità della proposta è più facile e frequente. Sono librai che non subiscono ordini centralizzati dai buyer di catena. Per bookstore di catena ed elettronici la promozione non avviene con un contatto diretto, ma attraverso la catena promozionale.

Prioritario è alimentare un’efficiente comunicazione dei contenuti e una forte preparazione dell’attesa prima delle uscite. L’esito di questa proposta è nei numeri, dei quali noi editori siamo maggiormente responsabili. Se un libro non incontra l’interesse dei lettori, è principalmente frutto delle nostre scelte.”

Alla sequenza proposta Petrocchi suggerisce di inserire alla fine un ultimo binomio su cui, a suo parere, si gioca molto del futuro del libro. Coccolare i lettori forti, allargare la base della lettura

Petrocchi. “Posto che quasi tutte le alternative qui discusse si presentano come obiettivi da perseguire simultaneamente (il catalogo e le novità, la diffusione del libro cartaceo e quella del libro elettronico), allargare la base della lettura mi sembra davvero una priorità assoluta. Possiamo immaginare che lo zoccolo duro dei lettori sarà in futuro numericamente sempre meno consistente, sia perché una parte viene naturalmente erosa dai limiti di età sia perché anche i lettori forti si muovono in un contesto in cui il tempo dedicato alla lettura di un libro entra in concorrenza con la fruizione di dispositivi ugualmente capaci di fornire intrattenimento, informazione, piacere estetico. Bisogna creare nuovi lettori, cominciando fin dalla scuola a promuovere presso i ragazzi quell’esperienza emotiva di lunga durata costituita dall’immersione in una storia e dall’attraversamento intellettualmente avventuroso di un saggio. Ne va della sopravvivenza del libro.”

Come dargli torto?

Covering Lolita

Non giudicare un libro dalla copertina? Beh, sì, in teoria siamo tutti d’accordo, ma la verità è che non se ne può fare a meno e gli editori lo sanno bene. Dello scandaloso capolavoro di Vladimir Nabokov, Lolita (1955), sono state pubblicate centinaia di edizioni in tutto il mondo, un campionario di ciò che conta per gli editori quando in ballo c’è la “custodia” del libro.

Negli esempi qui riportati si passa da copertine quasi totalmente grafiche che fanno risaltare il titolo, a copertine illustrate in cui il titolo può rimpicciolirsi fino a scomparire, lasciando il posto all’immagine riassuntiva di due gambe adolescenti in un paio di scarpe da donna, per arrivare a fotografie, a volte a pagina intera, che attraversano tutto lo spettro della scabrosità, sfruttando la locandina iconica del film di Stanley Kubrick oppure “nascondendo” il titolo nel ritratto di Nabokov, colto in una posa vagamente allusiva.

dicembre 2018

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