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    Storie di falsificazioni

30 Ott 2018

Storie di falsificazioni

I molti danni della falsa scienza
Fake food: quando il cibo è falsificato a regola d’arte Giulia Annovi
L’arte del falsoRebecca De Fiore
Autenticamente false

I molti danni della falsa scienza

Molta letteratura scientifica è falsa: responsabilità individuali o del sistema?
  • Ricerca non etica
  • Fabbricazione e falsificazione di dati
  • Conflitto di interessi
  • Rendicontazione parziale
  • Alterazione della verità
  • Plagio

I sei peccati della comunicazione scientifica professionale erano messi in fila in una diapositiva di Howard Bauchner, direttore del JAMA, in apertura del suo intervento al meeting Evidence Live 2013. Brutte storie, ma sbaglieremmo a pensarle solo come una serie di casi individuali. Conviene, però, partire da questi.

Se qualcuno avesse svolto un sondaggio sull’etica dei comportamenti nella ricerca tra i circa 300 clinici e ricercatori presenti all’evento organizzato a Oxford dal BMJ almeno sei avrebbero ammesso di essere stati direttamente protagonisti di una falsificazione e un centinaio avrebbero confessato di essersi almeno una volta comportati in modo poco corretto. Questo stando ai dati pubblicati da Daniele Fanelli [1]. Una parte non trascurabile di quello che leggiamo sulle riviste di medicina è completamente o parzialmente falso, soprattutto per la modesta qualità della ricerca [2]: molti clinici e ricercatori sentono la pressione del dover pubblicare a ogni costo ma il “publish or perish” è un imperativo anche per le istituzioni di ricerca e di assistenza. Il risultato è il prodotto della tensione tra la ricerca di visibilità e prestigio, da una parte, e l’attenzione all’integrità morale dei professionisti e delle organizzazioni, dall’altra. L’avvento di internet e l’affermarsi dell’open access come modello di publishing hanno contribuito a determinare uno scenario complesso: “Le pubblicazioni scientifiche accademiche – leggiamo in un’inchiesta collaborativa di diverse redazioni internazionali [3] – svolgono un ruolo fondamentale nella società: orientano la ricerca, attirano l’attenzione su certi temi, ispirano leggi, influiscono sulla distribuzione dei finanziamenti, sulle autorizzazioni dei farmaci e sulle decisioni politiche. Finora godevano della fiducia generale, ma ora la stanno perdendo”. Il calo di credibilità è il risultato della condotta fraudolenta di alcuni ricercatori ma forse, come si diceva una volta, il problema è più a monte: è il sistema di accreditamento e riconoscimento accademico che andrebbe ripensato.

Come direttore di una rivista scientifica, garantire l’integrità di quanto pubblichiamo è forse il mio compito più difficile. — Howard Bauchner

1998
È una storia purtroppo molto nota: Andrew J. Wakefield è un medico inglese e firma un articolo pubblicato sul Lancet che intende dimostrare una relazione tra la vaccinazione contro morbillo, rosolia e parotite (MMR) e la comparsa di autismo e malattie infiammatorie intestinali. A distanza di diversi anni, nessun gruppo di ricerca riesce a riprodurre i risultati presentati nello studio e nel 2004 un’inchiesta di Brian Deer, giornalista del Sunday Times, mette in luce i conflitti di interesse dell’autore. Dieci dei 12 coautori dell’articolo si dissociano dal contenuto. Nel 2005 la copertura vaccinale per MMR cala in Gran Bretagna all’81 per cento. Il British general medical council avvia un procedimento che si conclude nel gennaio 2010 con la conferma delle accuse dopo 217 giorni di valutazione del caso. Un mese dopo il Lancet ritira la pubblicazione, citatissima, ma ormai il danno è fatto.
2001
Le donne con problemi di fertilità che sono oggetto di preghiera da parte di comunità cristiane hanno una probabilità doppia di restare incinte rispetto alle donne per le quali non prega nessuno. Lo “studio del miracolo” ha tre firme: quelle di Kwang Cha, Rogerio Lobo e Daniel Wirth. Cha è il direttore del Columbia infertility medical center, Lobo era stato direttore del Dipartimento di ostetricia e ginecologia sempre della Columbia e Wirth è un perfetto sconosciuto: solo dopo si scoprirà che il suo titolo di studio è un master in parapsicologia. In poche settimane, in un paese scosso dai tragici avvenimenti dell’11 settembre, lo studio diventa il riferimento obbligato per chi è convinto delle proprietà salvifiche della preghiera. Resta due anni sul sito della importante rivista specialistica che lo ha pubblicato, il Journal of Reproductive Medicine. Ancora oggi è reperibile tramite Scholar ed è stato citato quasi 300 volte: niente male per una ricerca che potrebbe non essere mai stata condotta.
2005
Jon Sudbø è un medico odontoiatra norvegese che nel 2006 riesce a pubblicare un articolo originale che riporta i risultati di uno studio sulla relazione tra farmaci antinfiammatori non steroidei e cancro del cavo orale nei fumatori. Quelle che giungono – di nuovo – dal Lancet stavolta sono buone notizie perché i farmaci sembrerebbero svolgere un’azione protettiva. La soddisfazione dura poco perché Camilla Stoltenberg, direttore della divisione di epidemiologia dell’Istituto norvegese di sanità pubblica, fa pubblicamente presente che la banca dati da cui gli autori dicono di aver preso i dati non sarebbe ancora stata avviata. Qualche controllo e il castello di carte crolla: dei 908 pazienti considerati, 250 hanno la stessa data di nascita. Inconvenienti del copia e incolla. Sudbø ammette di aver usato dati falsi anche per confezionare altri lavori, usciti sul New England Journal of Medicine e sul Journal of Clinical Oncology. Dei 38 articoli da lui pubblicati dal 1993, 15 sono basati su dati inventati. Nel 2006 è stato sospeso dall’Ordine e successivamente reintegrato nel 2009 con il divieto di fare ricerca.
2010
È l’anno in cui Anil Potti rassegna le dimissioni da uno dei centri di ricerca più prestigiosi del mondo, il Duke university medical center. Potti è uno stimato giovane oncologo ma i suoi lavori destano sospetti e non reggono alla analisi di alcuni statistici del MD Anderson cancer center. Subito dopo, la rivista The Cancer Letter scopre che anche il curriculum vitae di Potti riporta titoli non veri e Potti si dimette dalla posizione alla Duke. Il caso ha pesanti ricadute economiche: l’American cancer society sospende un finanziamento quinquennale a Potti di 729 mila dollari e l’università è chiamata a restituire quanto fino ad allora corrisposto. Tre studi clinici avviati sulla base delle ricerche di Potti sono sospesi e poi definitivamente annullati. Sono 18 gli articoli di Potti ritirati ma il giudizio sulla sua condotta non è univoco e la sua figura è ancora controversa.
2011
I risultati degli studi di Diederik Stapel, direttore dell’Istituto di ricerca sull’economia comportamentale dell’università di Tilburg in Olanda, sono troppo belli per essere veri. Si tratta invariabilmente di qualcosa capace di attrarre immediatamente l’attenzione dei grandi giornali: pensare alla carne rossa rende le persone aggressive, un ambiente sporco accresce i sentimenti razzisti… Tutto inventato a tavolino: teoria, ipotesi di ricerca, metodologia, reclutamento dei partecipanti, risultati, conclusioni. Un whistleblower lo tradisce. “Ovviamente, la scienza è qualcosa che riguarda la scoperta, lo scavo per scoprire la verità”, dichiara al New York Times. “Ma è anche comunicazione, persuasione, marketing. E io sono un venditore”. Un piazzista finito, però: “Sono caduto dal trono e sono in terapia. Mi faccio schifo”. Almeno 30 dei suoi articoli sono stati ritirati ma il numero cresce costantemente, man mano che procede la verifica dei dati.
2012
Un bel bicchiere di vino rosso e il cuore sarà protetto a dovere. Per arrivare a queste conclusioni, Dipak A. Das, professore presso l’università del Connecticut, ha photoshoppato decine di immagini e falsificato i dati di oltre due dozzine di lavori pubblicati su riviste internazionali. Nessuno se n’è accorto prima dell’ufficio di health affairs della facoltà. Congelati tutti i finanziamenti e rifiutati 890 mila dollari già assegnati a Das come grant federali. Per Das è un complotto razzista contro la componente indiana presente in università. Per molti è solo la punta di un iceberg, la cui base nascosta sono le centinaia di ricercatori che si dedicano con grande maestria a taroccare immagini di ogni genere: una delle nuove frontiere del falso “scientifico”.
2012
“Un vero leader nel campo della ricerca sulle abilità cognitive dei primati”. Lo era Marc Hauser, biologo della Harvard university, fino alla conclusione dell’indagine federale condotta dall’Office for research integrity: uno studio completamente inventato, tante ricerche con i risultati manipolati e metodi descritti in maniera fantasiosa. L’affaire Hauser si fa ricordare per il ruolo che hanno giocato gli studenti nel denunciare la cattiva condotta del loro professore e per le numerose ambiguità e incertezze che hanno caratterizzato tempestività e modi della risposta istituzionale dell’università. In definitiva, se qualcuno prova a convincervi che le scimmie tamarine si riconoscono allo specchio, mi raccomando non credetegli.
2012
Ventiquattro pagine: questa la lunghezza del capitolo iniziale dedicato al cervello di Bob Dylan del libro di Jonah Lehrer, Imagine. Pieno di citazioni del cantante premiato qualche anno dopo col Nobel per la letteratura. Libro ritirato dal commercio dalla Houghton Miffl in Harcourt: tutte, o quasi, inventate. Un escamotage ben conosciuto dai saggisti di tutto il mondo (“Se ti manca una citazione, inventala”) ma che fatica a sopravvivere all’avvento di internet. La rete sarà pure un amplificatore del falso ma è un antidoto alla frode perché ciascun lettore può trasformarsi in detective. La carriera di Lehrer subisce un tracollo: perde il posto di giovanissima firma del New Yorker e di Wired. Ma le sue disavventure non finiscono qui: in una serie di articoli da lui preparati, Jonah duplica ampi brani finendo col commettere il più paradossale – e controverso – dei peccati addebitabili a un autore: l’auto-plagio. A livello accademico è una colpa non da poco, praticata diffusamente anche se spesso passata sotto silenzio. La salami science prevede che il salame di un singolo studio sia affettato più volte moltiplicando i benefici in termini di titoli accademici e di possibili citazioni. Fino a sconfinare – ed è il caso di Lehrer – nella tagliatella science: pasta al sugo al mattino, frittata di pasta alla sera e panino alla frittata il giorno dopo. Una cosa vale per tre.
2015
Un milione e seicentomila dollari: l’ammontare delle spese legali che il medico Ranjit Chandra è condannato a pagare alla Canadian broadcasting corporation da un tribunale canadese. Chandra si autodefiniva “il padre della immunologia nutrizionale” ma è il suo imbroglio è denunciato dal BMJ: un articolo proposto alla rivista della British medical association e rifiutato che dimostra che il latte multivitaminico brevettato da Chandra può risolvere i problemi di memoria nelle persone di oltre 65 anni esce nel 2001 su Nutrition, rivista mensile specialistica di Elsevier. Il BMJ chiede un’inchiesta all’università dove lavora Chandra ma questi si dimette dalla sua posizione. Il caso attira l’attenzione del New York Times e della CBC che nel 2015 vince la causa intentatagli dal ricercatore.

Purtroppo, i casi di falsificazione di metodi e risultati della ricerca sono davvero molto numerosi e non accennano a ridursi. Chi è responsabile di questa situazione? Le istituzioni governative dovrebbero vigilare e, nel caso, in quale modo e con quali strumenti? Gli enti ai quali appartengono i clinici o i ricercatori che commettono illegalità sono in certa misura corresponsabili? Quale accountability può essere ricondotta agli editor delle riviste che subiscono gli effetti di questi comportamenti o ne traggono consapevolmente vantaggio? E quale responsabilità ha il publisher delle riviste che non solo ospitano ma che talvolta chiudono un occhio sui comportamenti fraudolenti degli autori? In che misura le agenzie di pubbliche relazioni e i giornalisti sono corresponsabili di un sistema che prevede che soprattutto le notizie meno rilevanti dal punto di vista scientifico siano portate con maggiore enfasi all’attenzione del pubblico? Infine: come affrontare il problema, se è vero che la peer review non è uno strumento adatto per scoprire i falsi dal momento che si basa sulla fiducia? [4]

“L’accusa alla scienza è diretta: molta della letteratura scientifica, forse la metà, potrebbe semplicemente essere falsa. Compromessa da studi condotti su piccoli campioni di popolazione, effetti modesti, analisi non valide e conclamati conflitti di interesse, insieme con l’ossessione di perseguire argomenti alla moda di dubbio rilievo, la scienza ha svoltato l’angolo verso il buio” [5]. Richard Horton è il direttore del Lancet e raramente sembra ottimista sul futuro della letteratura scientifica. Non sarà facile fargli cambiare idea.

Bibliografia

[1] Fanelli D. How many scientists fabricate and falsify research? A systematic review and metaanalysis of survey data. PLoS ONE 2009;e5738.
[2] Ioannidis JP. Why most published research findings are false. PLoS Medicine 2005;2:e124.
[3] Bauer P, et al. I predatori della scienza. Süddeutsche Zeitung Magazin 2018; in Internazionale, numero 1274, 2018.
[4] Smith R. Peer review: a fl awed process at the heart of science and journals. J Royal Soc Med 2006;99:178-82.
[5] Horton R. Offl ine: What is medicine’s 5 sigma. Lancet 2015;385:1380.

ottobre 2018


Fake food: quando il cibo è falsificato a regola d’arte

Il mercato miliardario delle false imitazioni: dai numeri alle azioni di contrasto

Giulia Annovi

La contraffazione è un fenomeno globale favorito dalla diffusione della digitalizzazione. Non colpisce solo i beni di lusso: sono contraffatti anche i farmaci, i prodotti elettronici, quelli per la casa, i cosmetici, i pesticidi, i giocattoli e, non da ultimo, il cibo e le bevande.

Basta una storpiatura del nome o la stampa di informazioni false sull’etichetta per ingannare il consumatore. Ecco che il parmigiano reggiano, talvolta venduto come Parmesan, e il nome “crudo di Parma”, stampato su un altro prosciutto o un prodotto non biologico ma dichiarato tale, diventano prodotti contraffatti. A volte la falsificazione è ancora più sottile: come quando si sente il gusto di cipolla in un prodotto che non ne contiene alcuna traccia; oppure si mangia un muesli con i frutti rossi ben rappresentati sulla confezione ma sostituiti da qualcos’altro all’interno del sacchetto. Mentre altre volte l’inganno sfrutta l’ignoranza del consumatore che non conosce gli ingredienti e le procedure di confezionamento dei prodotti. È il caso della mozzarella da pizza, venduta sotto forma di panetti di formaggio o in scaglie pronte da distribuire sulla pasta. La vera mozzarella è composta di latte e caglio che non hanno nulla a che vedere con i circa 20 ingredienti di quella falsa, che comprendono l’acqua, l’olio idrogenato di soia e la cellulosa per mantenerne la consistenza solida ma morbida, e che vedono elencate le proteine del latte e la caseina soltanto alla fine della lista.

Le dimensioni delle infrazioni
Secondo il report Trade in counterfeit and pirated goods: mapping the economic impact, pubblicato nel 2016 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) in collaborazione con l’Ufficio europeo della proprietà intellettuale (Euipo), il valore globale del commercio internazionale dei beni falsificati corrisponde a 338 miliardi di euro (461 miliardi di dollari), pari al 2,5 per cento degli scambi commerciali a livello mondiale1. Il 5 per cento dei pro dotti importati in Europa sarebbe contraffatto e la Cina sarebbe il maggior produttore ed esportatore, seguita da India e Turchia. I marchi maggiormente contraffatti sono quelli appartenenti a ditte statunitensi (20 per cento), italiane (15 per cento) e francesi o svizzere (12 per cento). Secondo i dati diffusi dall’Anti-counterfeiting intelligence support toll, in Italia i prodotti più soggetti alla falsificazione sono gli accessori personali, i vestiti e i telefonini [2].

Soffermandosi sul mercato dei prodotti alimentari, l’Europa ha introdotto differenti marchi di protezione, come per esempio la denominazione di origine protetta (DOP) o l’indicazione geografica protetta (IGP), entrambe volte a tutelare specifiche regioni produttrici o particolari processi di produzione. Secondo i dati diffusi nel rapporto dell’Euipo Infringement of protected geographical indications for wine, spirits, agricultural products and foodstuffs in the European Union [3], nel 2014 le infrazioni al mercato dei prodotti tutelati hanno creato un danno pari al valore di 4,3 miliardi di euro. Il paese che ha riscontrato le maggiori frodi alimentari è il Lussemburgo con il tasso di infrazione pari al 25,4 per cento. Ma se facciamo la classifica in base al valore dell’infrazione, la Francia si colloca al primo posto (1572,8 milioni di euro) seguita dall’Italia (598,2 milioni di euro).

A essere maggiormente imitati sono gli alcolici. Seguono carne, pesce e formaggi. Nella maggior parte dei casi il prodotto è falsificato per evocazione o imitazione (42 per cento dei casi) oppure per un’etichetta ingannevole (38 per cento), nel 21 per cento dei casi il raggiro si insinua nel prodotto stesso che manifesta una mancata conformità con le caratteristiche dichiarate.

Le azioni di controllo
Nel 2017 l’Europa si è impegnata nell’operazione Opson VI4, finalizzata alla lotta contro le frodi alimentari non solo attraverso i test sui campioni, ma anche mediante un sistema dei controlli sull’andamento dei prezzi sul mercato: l’early warning system. Nel maggio 2017 Opson VI si è conclusa con 10 mila tonnellate di alimenti contraffatti, oltre 26 milioni di alcol adulterato, un totale di 13 milioni di pezzi, per un valore di 230 milioni di euro.

In Italia i controlli sono stati eseguiti dal dipartimento ministeriale dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf), che nello stesso anno ha riportato i dati rilevati nel report delle proprie attività [5]. Le irregolarità rilevate hanno riguardato il 26,8 per cento degli operatori, il 15,7 per cento dei prodotti e il 7,8 per cento dei campioni. Oggi la vigilanza si estende anche sul web, dove l’Icqrf ha consolidato nel 2017 la cooperazione con Alibaba ed eBay e ha ottenuto risultati di rilievo anche su Amazon: nel 2017 gli interventi a tutela delle produzioni italiane sui tre web market place sono stati 295, con il 98 per cento di successi. Tuttavia, il controllo della contraffazione del cibo passa ancora attraverso i test da laboratorio e questo lo rende sofisticato e pieno di sfide. Data la complessità del fenomeno è sempre più necessaria una collaborazione tra discipline, quali ingegneria, informatica, scienze sociali e tecnologie “omiche” (come proteomica, genomica, metabolomica) per rilevare con certezza le frodi alimentari [6].

I fattori e i soldi in gioco
Ci sono fattori che favoriscono il mercato della contraffazione ed elementi che invece sono in grado di contrastarlo. Il mercato della contraffazione è favorito da economie con scarso costo del lavoro e peggiori condizioni di lavoro. Dove vi è scarso controllo della corruzione e paghe irregolari è più facile che venga perpetrata l’esportazione di beni contraffatti. La presenza di aree a libero scambio di merci e la scarsa tracciabilità dei prodotti sono altre condizioni capaci di facilitare gli illeciti. Sono invece fattori capaci di proteggere dalla contraffazione la tracciabilità, la trasparenza, la partecipazione a una comunità commerciale globalizzata, la cooperazione tra gli enti di controllo ai confini [7], e non da ultimo la proprietà intellettuale e i controlli che insieme contrastano la diffusione della falsificazione.

Il mercato della contraffazione pone molti rischi quali la sicurezza dei consumatori, la deviazione di fondi verso il mercato della criminalità, il danno all’innovazione industriale e l’erosione della fiducia dei consumatori. Tuttavia, il danno economico regna sovrano: il mercato della contraffazione costa ai paesi del G20 circa 125 miliardi di dollari ogni anno, 24 dei quali sono pagati direttamente dai contribuenti [8]. A causa dei prodotti contraffatti presenti sul mercato, in Europa si perdono circa 59 miliardi di euro di vendite all’anno, che hanno poi una diretta ripercussione su 435 migliaia di posti di lavoro. Inoltre la frode delle merci impone alle ditte ulteriori costi legati ai tentativi di contrastarli. In media le imprese europee spendono 115.317 euro per contrastare le frodi, ma questo valore può variare in base alle dimensioni della ditta [9]. Da queste cifre è facile evincere l’importanza di marchi, brevetti e certificazioni. L’opinione pubblica talvolta li percepisce come orpelli e invece sono un utile strumento per la sicurezza dei consumatori e dell’economia. È fondamentale dunque rafforzare la collaborazione tra i paesi europei e non solo per contrastare gli atti criminosi, ma anche per intensificare i controlli e avvalersi di tutti i più moderni sistemi di analisi per scoprire le frodi.

Bibliografia

[1] Oecd, Euipo. Trade in counterfeit and pirated goods mapping the economic impact. Paris: Oecd Publishing, 2016.
[2] www.tmdn.org/enforcementintelligence-webapp/reports
[3] Euipo. Infringement of protected geographical indications for wine, spirits, agricultural products and foodstuffs in the European Union. Alicante: Euipo, 2016.
[4] Europol, Interpol. Operation Opson VI. Targeting counterfeit and substandard foodstuff and beverage. December 2016 – March 2017.
[5] Icqrf. Report attività 2017.
[6] Ellis DI, Muhamadali H, Allen DP, et al. A flavour of omics approaches for the detection of food fraud. Curr Opin Food Sci 2016;10:7-15.
[7] Oecd, Euipo. Why do countries export fakes? The role of governance frameworks, enforcement and
socio-economic factors. Paris: Oecd Publishing, 2018.
[8] Cebr. Counterfeiting across the globe, 2016.
[9] Euipo. Private costs of enforcement of IP rights. March 2017. Alicante: Euipo, 2016.

ottobre 2018


L’arte del falso

Pittori della domenica più bravi dei Maestri, case d’asta ingannate e visitatori incantati di fronte a copie perfette

Rebecca De Fiore

James Martin nel suo laboratorio della società Orion analytical

Quando James Martin ha compiuto 13 anni suo padre gli ha regalato un microscopio, un kit di chimica e delle lezioni d’arte. Qualche anno dopo si è iscritto a una scuola d’arte e per fare pratica andava al museo d’arte di Baltimora per copiare le opere che più gli piacevano. È diventato così bravo che una volta, mentre stava uscendo con la copia del Broken Jug (1876) di William Merritt Chase che aveva appena eseguito, il direttore del museo lo ha notato e gli ha chiesto di restituire il dipinto. Sarebbe potuto diventare uno dei più grandi falsari di opere d’arte, ma ha scelto la strada opposta e oggi, dopo aver collaborato con il Federal bureau of investigation (Fbi) per molte inchieste sull’arte contraffatta, è considerato il più importante detective d’arte forense. Nell’inverno del 2015 la polizia francese è entrata in una galleria di Aix-en-Provence, ha prelevato la Venere col velo (1531) di Lucas Cranach il vecchio, maestro del Rinascimento tedesco, e se l’è portata via. Pochi giorni prima, infatti, una soffiata anonima aveva suggerito alla polizia che si trattasse di un falso. Il quadro era stato messo sul mercato dal collezionista francese Giuliano Ruffini e da quel momento è stata contestata l’autenticità di ben quattro opere da lui vendute.

Tra queste, il San Girolamo (1530-33), un olio attribuito alla cerchia del Parmigianino ed esposto nel 2014 al Metropolitan museum di New York, e un ritratto di un nobile di Frans Hals. I due dipinti erano stati venduti a privati da Sotheby’s, una delle più grandi case d’aste al mondo, che, appena scoppiato lo scandalo, li ha inviati a Orion analytical, un laboratorio con sede a Williamstown, nel Massachusetts. A gestire Orion analytical era proprio James Martin che nel giro di pochi giorni ha dovuto comunicare a Sotheby’s che entrambi i dipinti erano dei falsi. Il ritratto di Hals, infatti, conteneva pigmenti sintetici che l’artista nel diciassettesimo secolo non avrebbe potuto usare, mentre nel San Girolamo Martin trovò la ftalocianina verde, un pigmento sintetizzato per la prima volta quattro secoli dopo la morte del Parmigianino. Sotheby’s ha dovuto rimborsare i clienti per milioni di dollari e per cautelarsi nel 2016 ha deciso di acquistare la Orion analytical, diventando la prima casa d’aste al mondo ad avere un’unità interna di conservazione e analisi. Solo lo scorso anno Martin ha analizzato opere d’arte per un valore superiore ai 100 milioni di dollari [1,2].

La fabbrica dell’inganno
Le storie che riguardano i falsi nell’arte sono tantissime. Basti pensare a PAICAP, una misteriosa sigla presente in molti dipinti trecenteschi che fino alla metà del secolo scorso ci si è chiesti cosa potesse significare. Si iniziò a pensare che quelle opere fossero dei falsi e si scoprì che dietro c’era Federico Joni, un pittore nato a Siena nel 1866, specializzatosi come contraffattore di dipinti antichi. Anche il mistero della sigla venne svelato: l’acronimo ideato da Joni significava “per andare in culo al prossimo”. Per invecchiare le tavole le stendeva sul terrazzo di casa sua sottoponendole all’azione di sole, vento e pioggia e conosceva talmente bene la tecnica di Duccio di Boninsegna e Simone Martini che riuscì a ingannare collezionisti, curatori di mostre e mercanti. Tra loro anche grandi esperti come Bernard Berenson e Frederick Mason Perkins che, arrivati a Siena durante una tappa del Grand tour nel diciannovesimo secolo, acquistarono e portarono negli Stati Uniti numerosi capolavori ma anche decine di falsi. Ancora oggi uno di questi si trova al Metropolitan museum di New York e solo qualche anno fa è comparsa sotto il dipinto una nota che ne mette in dubbio l’autenticità e fa riferimento al falsario senese.

Nel saggio The art of forgery di Noah Charney si legge, infatti, che i falsi resistono anche nei musei più prestigiosi [3]. “È molto probabile che anche in grandi musei ci siano dei falsi, ma non credo alle percentuali che ogni tanto vengono diffuse, come quella che denuncia che il 10 per cento delle grandi collezioni esposte sia un tarocco. Però, dopo una lunga esperienza nel settore, mi sento di dire che un buon 10 per cento di pezzi delle maggiori collezioni sia frutto di un’attribuzione sbagliata. Per esempio: un quadro che viene attribuito a Rembrandt è in realtà un’opera di un artista a lui contemporaneo o posteriore” [4]. Caso particolare è quello del museo di Elne, un piccolo comune francese, dove erano esposte 140 opere del pittore locale Étienne Terrus, considerato tra i primi artisti della corrente dei Fauves. Durante una chiusura al pubblico per lavori di restauro, i responsabili del museo hanno scoperto che di quei 140 dipinti ben 82 sarebbero stati dei falsi [4]. Diverso, ma non meno sorprendente, l’aneddoto che vede protagonista l’Odalisca con pantaloni rossi (1925) di Henri Matisse e che dimostra come sia difficile scovare un’opera contraffatta. Nel 2000 il dipinto venne rubato dal Museo di arte contemporanea di Caracas e i ladri decisero di rimpiazzarlo con una copia. Per ben due anni il falso rimase esposto nel museo, riuscendo a ingannare non solo il pubblico ma anche critici e curatori esperti [5].

La beffa delle teste di Modì
Georgina Adam, autrice di Dark side of the boom, un libro sugli eccessi del mercato dell’arte [6], ha rivelato al Guardian che molti falsari stanno scegliendo di falsificare i pittori del ventesimo secolo poiché hanno fatto ricorso a vernici e tele che si possono ancora ottenere e le cui astrazioni sono più facili da imitare: “L’abilità tecnica necessaria per forgiare un Leonardo è colossale, ma non lo è per autori come Modigliani” [1]. Proprio Amedeo Modigliani, insieme a Giorgio De Chirico e Salvador Dalì, è tra i pittori più falsificati. Celebre l’episodio che si verificò in occasione della mostra dedicata alle sue sculture, organizzata a Livorno nel 1984 per il centenario dalla nascita dell’artista. Per attirare il pubblico, i fratelli Durbè, gli organizzatori, decisero di verificare se la leggenda, secondo cui Modì avrebbe gettato nel Fosso reale alcune sue sculture, fosse vera. Nel 1909, infatti, prima di lasciare Livorno per tornare a Parigi, Modigliani aveva scolpito delle sculture, ma i suoi amici gli consigliarono di gettarle in un fosso. Iniziarono gli scavi, e dopo alcuni giorni di curiosità iniziale i livornesi iniziarono a prendersi gioco dell’operazione. Finalmente, però, la mattina del 24 luglio vennero alla luce tre teste, scolpite in uno stile che a prima vista richiamava quello di Modigliani. I critici si divisero: da una parte Federico Zeri, che negò subito l’attribuzione, dall’altra Giulio Carlo Argan che affermò che le teste erano certamente autentiche. Un mese dopo, tre studenti universitari si presentarono alla redazione di Panorama dichiarando di essere gli autori della seconda testa. Pietro Luridiana, uno dei tre, ricorda che “una volta ritrovata la testa pensavamo che la gente avrebbe esultato con i caroselli come ai mondiali di calcio ma anche che un critico d’arte si sarebbe accorto dello scherzo. Ma passata qualche settimana in cui attendevamo speranzosi che qualcuno si rendesse conto dello scherzo ci siamo posti il problema di raccontarlo. La nostra intenzione era, appunto, di fare uno scherzo, non avevamo nessuna intenzione di ingannare nessuno. Non potevamo accettare che la testa finisse in un museo o in qualche libro d’arte” [7]. Quando uscì la notizia li presero per millantatori, e i ragazzi dovettero mostrare una foto che li ritraeva con la scultura prima che la gettassero nel fosso. Come prova ulteriore furono invitati al Tg1, per creare un nuovo falso in diretta televisiva. Ma le altre due teste? Che fossero davvero di Modigliani? Federico Zeri decise di fare un appello per invitare l’eventuale autore a uscire allo scoperto. E così accadde: Angelo Froglia, artista livornese, dichiarò che tempo prima aveva gettato nel Fosso reale delle false teste per “verificare fino a che punto la gente, i critici, i mass media creano dei miti” [8].

Ma tanti altri sono gli scandali che hanno riguardato le contraffazioni del pittore livornese, dalla celebre mostra a Genova in cui 20 dei 21 dipinti esposti si rivelarono contraffatti, fino al disegno a matita che avrebbe dovuto raffigurare la pittrice francese Jeanne Hebuterne e che sarebbe dovuto andare in mostra a Spoleto solo pochi mesi fa. Ad affermare che si tratta dell’ennesimo falso è stato Carlo Pepi, il massimo esperto dell’opera di Modigliani. Nel disegno, infatti, come spiega Pepi, “ci sono una grafia, un’atmosfera, un modo in cui viene composto che corrispondono alle false opere di Modigliani circolanti fin dagli anni ottanta, quando si moltiplicarono incredibilmente i falsi” [9].

Il documentario Le vere false teste di Modigliani di Giovanni Donfrancesco racconta la storia dei tre studenti che hanno ingannato le istituzioni artistiche con un blocco di granito e un trapano elettrico.

Bibliografia

[1] Subramanian S. How to spot a perfect fake. The world’s top art forgery detective. The Guardian, 15 giugno 2018.
[2] Biglia F. Falso Franz Hals, Sotheby’s porta in giudizio il londinese Mark Weiss. Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2017.
[3] Chorney D. The art of forgery. The minds, motives and methods of master forgers. Londra: Phaidon, 2015.
[4] Stubley P. Art gallery discovers more than half of its paintings are fake. The Independent, 28 aprile 2018.
[5] Scorranese R. Se la truffa sa di beffa (geniale): l’inarrivabile arte del falso. Corriere della Sera, 27 agosto 2016.
[6] Adam G. The dark side of the boom. Londra: Lund Humphries Publishers, 2018.
[7] Trevisani E. Modigliani, 32 anni fa la burla delle teste false che fece arrossire il mondo dell’arte. Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2017.
[8] Barontini A. Alla ricerca di Modì – Angelo Froglia e la performance che mise in crisi la critica. Firenze: Edizioni Polistampa, 2010.
[9] Cacciatore di finti Modigliani denuncia un altro falso. La Repubblica, 2 luglio 2018.

ottobre 2018


Autenticamente false

L’identità della fotografia tra arte e reportage

Era il 3 maggio 2017 quando Diane Shima Rwigara annunciava la propria intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali del Rwanda. L’obiettivo dell’attivista rwandese era contrastare lo strapotere del presidente Paul Kagame, al comando del paese da 23 anni. Immediatamente dopo l’annuncio di Rwigara, iniziarono a circolare in rete alcune sue foto senza vestiti. Photoshop era ancora una volta uno strumento di intimidazione politica, utile per garantire la prosecuzione della gestione del paese che mortifica la libertà di espressione e scoraggia la partecipazione democratica.

“Mediante Photoshop – ha scritto lo psicoanalista Luigi Zoja su L’Espresso1 – possiamo far sparire ogni difetto dal ritratto delle persone care. Se il computer può oggi riconoscere differenze minime nelle immagini (per esempio fra quelle di due gemelli identici), significa che la sua ‘intelligenza’ ha anche gli strumenti per crearle. Combinando i rispettivi software, può ormai fornirci un Photoshop insieme a un ‘audio-shop’ e a un ‘videoshop’: il filmato falso di una persona vera. Con la capillarità e la velocità di internet, il mondo si è riempito di spezzoni YouTube in cui Obama pronuncia discorsi che non ha mai pronunciato, corredati da una banda inferiore che li fa credere estratti da notiziari seri come Bbc o Cnn.”

La falsificazione delle immagini è un problema che tocca la politica locale e internazionale al punto che Zoja si augura che il controllo di certe tecnologie venga “affidato alle Nazioni Unite, come se si trattasse di un trattato di non proliferazione nucleare”. È un problema che nuoce anche alla credibilità ei reportage giornalistici, come conferma la decisione degli organizzatori del World press photo – uno dei più prestigiosi premi internazionali – di commissionare a David Campbell una ricerca sull’integrità dell’immagine con l’obiettivo di minimizzare i rischi di manipolazione delle immagini digitali. Terreno scivoloso, perché la fotografia d’autore anche analogica si è sempre concessa un margine di intervento – soprattutto in fase di stampa – per eliminare delle imperfezioni o aggiungere particolari effetti. In seguito all’indagine di Campbell, World press photo ha deciso di considerare solo immagini che abbiano subito un minor processing. Anche se, ammettono loro stessi, il margine di interpretazione dell’aggettivo lieve è inevitabilmente ampio.

Nel libro Vedere il vero e il falso, Luigi Zoja prende in considerazione otto fotografie scattate nel corso del novecento e per diverse ragioni “storiche”: dall’immagine scattata da Robert Capa durante la guerra di Spagna (Morte di un miliziano) alla fotografia dei marines americani che piantano la bandiera a Iwo Jima (detta Old glory on mount Suribachi), proseguendo con quella del bambino ebreo con le mani alzate in segno di resa nel rastrellamento del ghetto di Varsavia e la terribile immagine di Kim Phúc che corre nuda su una strada di Trang Bang durante un bombardamento dell’esercito statunitense sui territori vicino Saigon. Le prime quattro – foto di “guerrieri” come li definisce Zoja – in tutto o in parte costruite. Le seconde – foto in cui il protagonista è un bambino – autentiche: “Anche se il contesto può essere in parte costruito – scrive lo psicanalista – la loro essenza è genuina: proprio perché l’innocenza del bambino non può essere costruita dall’esterno, nessuno di loro sapeva cosa significasse venir fotografato”.

Il punto di vista di Zoja può suscitare qualche perplessità ma punta il dito verso una questione indubbiamente rilevante: la falsificazione delle immagini. Intendiamoci, anche in questo caso non si tratta di una novità: basterebbe pensare alla fotografia inglese della seconda metà dell’ottocento, in cui per raccontare le realtà delle nuove conquiste coloniali si ricostruivano in studio a Londra atmosfere arabe o africane popolate da personaggi letteralmente mascherati. Intorno al 1870 nell’ospedale parigino della Salpêtrière, Jean-Martin Charcot iniziava a utilizzare la fotografia come mezzo per documentare malattia mentale e disagio psichico, arrivando a costruire nel 1878 un vero e proprio studio fotografico al quale se ne aggiunse un secondo ancora più attrezzato nel 1893. In questi due setting venivano ripresi i pazienti, simulando fossero allettati laddove invece le pose erano ambientate in studio in lunghe sedute.

Ancora prima della scuola della Salpêtrière, il direttore del West riding lunatic asylum di Wakefield, in Inghilterra, James Crichton-Browne, si era fatto conoscere per il lavoro pionieristico nel campo della fotografia neuropsichiatrica, attirando l’attenzione di Charles Darwin. I due ebbero uno scambio epistolare che durò diversi anni, perché il grande naturalista cercava nei ritratti fotografici quegli elementi che avrebbero potuto aiutarlo a catturare le espressioni facciali umane così da metterle a confronto con quelle animali. Le opportunità offerte dalla fotografia, però, convivevano con il rischio di non autenticità: Darwin2 lamentava che molte espressioni fossero in certa misura indotte, provocate dai medici curanti, vuoi per enfatizzare i tratti che loro intendevano associare a dei sintomi psichiatrici, vuoi perché le fotografie richiedevano un tempo di esposizione – e quindi di posa – molto lungo. Il rischio del “falso” era dunque ben presente. “Fin dalla seconda metà del XIX secolo la fotografia – grazie alla sua aderenza alla realtà – è stata utilizzata in ambito medico come strumento per descrivere e classificare le malattie, e per comprovare teorie o generare ipotesi”, ha spiegato il clinico e ricercatore Francesco Nonino in una serie di workshop svolti in diverse sedi italiane. “Tuttavia, nonostante il suo potere certificatorio, la fotografia è tutt’altro che oggettiva e di per sé non spiega nulla, pur apparendo carica di dettagli e significati. Usarla come strumento per confermare teorie che ci stanno a cuore o, al contrario, costruire ipotesi esclusivamente per spiegare ciò che la fotografia ci mostra e che non riusciamo a capire, può portare a clamorosi errori, come la storia della medicina ci insegna”.

Tornando al libro di Zoja, una delle fotografie da lui analizzate è tra le più famose al mondo ed è stata realizzata da uno dei fotografi più leggendari del novecento: Robert Capa, che anche nel nome – quello vero era Endre Ernö Friedmann – non si faceva scrupolo di alterare la realtà: “Persino le storie vere che riguardano Capa hanno un sapore di invenzione”, nota Zoja. L’autenticità della fotografia-simbolo della guerra di Spagna è stata ripetutamente messa in dubbio, ma anche se fosse stata una foto costruita, sarebbe ugualmente risultata vera per il suo autore. La fotografia porta sulle spalle il peso di una relazione teoricamente diretta con l’oggettività, laddove comunque – e tanto più quando la macchina è in mano ad un artista – il margine di interpretazione della realtà è molto ampio. Paradossalmente, anche degli interventi digitali in postproduzione possono arricchire o dare valore alla “verità” di un’immagine. In conclusione, anche nel caso della fotografia ci troviamo di fronte a un dialogo tra l’autore e il “lettore”, a una conversazione complessa in cui i contesti di riferimento giocano un ruolo molto importante.

©Robert Capa/MagnumPhotos/Contrasto
La fotografia di Robert Capa, Morte di un miliziano, è il simbolo della guerra di Spagna. Molto è stato scritto sulla sua autenticità a partire dalla angolatura della ripresa (possibile che Capa fosse fuori dalla trincea e con le spalle al nemico mentre scattava?), della macchina utilizzata (non la maneggevole Leica ma una Rolleiflex 6×6 generalmente usata col cavalletto per i ritratti) e di alcune incertezze riguardo la data e la localizzazione geografica della battaglia nella quale il soldato sarebbe stato colpito.

Bibliografia
[1] Zoja L. Contro la dittatura del falso non abbiamo difese. L’Espresso, 22 febbraio 2018.
[2] Darwin C. The expression of emotions in humans and animals. Disponibile gratuitamente presso il Progetto Gutenberg.

ottobre 2018

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