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    Impariamo a difenderci

30 Ottobre 2018

Impariamo a difenderci

Combattere in rete le false verità sui vacciniAndrea Pitrelli, Cristina Mencarelli
Fake news? Non buttiamola in rissaCristina Da Rold
Quando i talk show diventano il palco della disinformazioneIntervista a Paul Offit
La speranza è Lercio?Roberta Villa

Combattere in rete le false verità sui vaccini

Dai dibattiti sui social alla costruzione di una rete basata sulla fiducia e sui dati scientifici

Andrea Pitrelli, Payer solutions & regional affairs director
Cristina Mencarelli
, Regional affairs Manager, Health & Value and Corporate affairs, Pfizer Italia

La rete è una conquista formidabile nell’ottica di un’informazione condivisa e accessibile. Ma è diventata anche il terreno fertile per numerose controversie, con posizioni opposte che si scontrano pur senza avere, spesso, pari dignità e la forza dell’evidenza. In questo ambito uno dei principali topic è quello dei vaccini e delle vaccinazioni.

A fronte di chiare evidenze scientifiche a favore dell’immunizzazione, le vaccinazioni sono progressivamente passate da argomento di discussione nella sola comunità scientifica a tematica che vede protagonista anche il grande pubblico. Questo ha portato, soprattutto sui social network, e non solo, a forti contrapposizioni ideologiche (e in alcuni casi anche politiche) legate a percezioni soggettive non corroborate da evidenze, con lo sviluppo progressivo delle cosiddette fake news.

Dopo un primo periodo di estrema confusione, oggi si può comunque dire che esiste una polarizzazione ben definita delle discussioni sul web sull’argomento vaccini e soprattutto che la rete ha sviluppato anticorpi efficaci nei confronti delle notizie false. A confermarlo è l’indagine “Voices from the blogs” dell’università di Milano che ha analizzato 530.000 postati da 60.000 utenti su Twitter e Facebook [1]. I risultati mostrano infatti una forte polarizzazione: chi è contrario ai vaccini non riesce infatti a convincere chi non la pensa allo stesso modo, condivisioni e commenti positivi arrivano solo da un utente esterno su cinque; è vero invece l’esatto contrario per le comunità più attive sul fronte pro-vaccini che, pur essendo molto simili per diffusione sul web, mietono consensi al di fuori della loro cerchia nell’80 per cento dei casi. I dati della survey milanese evidenziano quindi che gli anti-vax sono un gruppo chiuso che raccoglie l’8 per cento degli utenti che parlano di vaccini sui social, mentre i pro vaccini riescono a raggiungere anche utenti non polarizzati anche grazie al coinvolgimento degli influencer il cui ruolo, in un’epoca di ricorso a tecniche di narrazione come lo “storytelling”, appare di grande importanza: le esperienze condivise da Bebe Vio e da altre persone che hanno vissuto la realtà della malattia potenzialmente prevenibile con la vaccinazione portano a mobilitarsi e postare un commento anche chi altrimenti non farebbe sentire la sua voce online.

Il web rappresenta oggi la “second opinion” più utilizzata quando si parla di salute.

In termini generali, comunque, quando compaiono notizie relative alla vaccinazione (anche in chiave politica e non solamente scientifica) si ricrea la dinamica dei “gruppi”. Sempre secondo quanto riporta l’analisi condotta dai ricercatori milanesi i “picchi” di sostegno ai messaggi contrari alla vaccinazione arrivano soprattutto dopo attacchi diretti e con ampia risonanza, come il boicottaggio dei documentari sui danni ai vaccini; mentre chi ha una visione positiva della vaccinazione tende a guadagnare terreno online quando si diffonde la paura per le malattie che si possono prevenire con i vaccini, come nel caso del cluster di meningite registrata qualche tempo fa in Toscana.

Sempre di più le notizie sull’immunizzazione vaccinale, soprattutto sul web, diventano comunque stimolo di discussione indipendentemente dal fatto che siano o meno sostenute da una realtà scientifica acclarata e dimostrata. In questo senso, aumentano il rischio di ricomparsa di fake news, a partire da quelle legate al rapporto tra vaccinazione e autismo fino alle notizie sui rischi di eccessivo stimolo antigenico legato al numero dei vaccini concentrati nel tempo e alla presenza di contaminanti o di sostanze potenzialmente nocive nei vaccini stessi. Molti dei falsi miti presenti in rete, peraltro, nascono proprio dalla correlazione, ampiamente smentita perché completamente falsa, tra vaccini e autismo. E i risultati, a distanza di anni, sono sotto gli occhi di tutti tanto da far dichiarare a Seth Berkley, l’amministratore delegato di Gavi alliance: “È incredibilmente preoccupante vedere che, a vent’anni dalle false affermazioni pubblicate da Andrew Wakefield nel suo famigerato documento di ricerca, la fiducia del pubblico nella vaccinazione non si sia ancora ripresa. Ora più che mai, è fondamentale combattere il fattore di paura guidato dalla disinformazione nei confronti dei vaccini e proteggere gli individui e le comunità dalla distruzione che le malattie infettive possono causare”.

Probabilmente il trend del dibattito su vaccini e fake news influenzerà anche la diversa predisposizione delle diverse fasce d’età della popolazione dei giovanissimi verso questo argomento. Diversi sondaggi, infatti, rilevano che rispetto al resto della popolazione i millennials sono più propensi a cercare le notizie sui siti più affidabili e dare importanza all’autorevolezza delle fonti [2].

Contrastare adeguatamente le fake news con il linguaggio e con gli strumenti più efficaci significa costruire una rete che si basi sulla fiducia percepita dall’interlocutore in relazione all’emittente, sia esso persona o istituzione, e sull’efficacia dei messaggi. Il web rappresenta oggi la “second opinion” maggiormente utilizzata quando si parla di salute. Lo conferma un’indagine del Censis [3] che ha rilevato come nove italiani su dieci chiedano proprio alla rete conferma alle loro ansie. Questa dinamica informativa impegna in primo luogo il livello istituzionale che deve farsi carico di offrire verità scientificamente certificate. Oggi non è più sufficiente solamente smentire un’eventuale fake news, ma bisogna essere in grado di proporre con autorevolezza la verità basata su dati scientifici. Non mancano infatti le evidenze a supporto dell’importanza delle vaccinazioni come intervento sanitario efficace per l’eradicazione delle malattie infettive e anche nella lotta alla resistenza antimicrobica [4]. Lo stesso piano d’azione europeo One Health contro la resistenza antimicrobica [5] pone l’accento sul valore dei vaccini e degli strumenti prebiotici nella lotta contro la resistenza antimicrobica e le infezioni associate all’assistenza sanitaria e raccomanda l’integrazione di obiettivi in materia di vaccinazioni e controllo delle infezioni durante tutta la vita nella popolazione. Il documento – non da ultimo – sottolinea l’importanza che il pubblico disponga di informazioni accessibili e sia sensibilizzato.

In questa società “liquida” bisognerebbe tornare alla solidità della scienza.

In genere davanti a problemi complessi il cittadino è portato a cercare scorciatoie e le notizie false possono essere viste come una soluzione semplice ed emotivamente coinvolgente. Per questo tutti gli stakeholder del sistema debbono essere in grado di saper comunicare autorevolmente e con la necessaria attenzione al target e alla complessità del messaggio, senza cadere nell’errore che vede l’esperto vero perdere più tempo a spiegare gli errori dell’esperto falso che a diffondere

vera conoscenza. Solo con una particolare attenzione a questo aspetto potremmo far sì che internet non si trasformi da formidabile strumento di conoscenza rapida a strumento di disinformazione altrettanto efficace, in una logica di estremizzazione” che nuoce soprattutto al cittadino.

Bisognerebbe in questa società “liquida” tornare alla solidità della scienza perché, parafrasando Galileo Galilei, “le verità scientifiche non si decidono a maggioranza”.

Bibliografia

[1] Voices from the blogs, spinoff dell’università di Milano. Meningite e vaccini. Le opinion e le reazioni della rete 2017.
[2] McFadden E. In news we trust: latest study from teads reveals consumers’ deep ties to news content. Teads news, 16 maggio 2018.
[3] Censis Assosalute 2017.
[4] Vaccines europe. The role of vacccination in reducing antimicrobical resistence, 16 novembre 2016.
[5] Proposta di risoluzione del Parlamento europeo su un piano d’azione europeo “One Health” contro la resistenza antimicrobica, 12 luglio 2018.

ottobre 2018


Fake news? Non buttiamola in rissa

Dialogo, pazienza e una prospettiva a lungo termine sono la base da cui ripartire

Cristina Da Rold

Nel 1913 vede la luce, postumo, Lapersuasione e la rettorica del giovane filosofo goriziano Carlo Michelstaedter. Un testo e un autore che sono scarsamente noti al grande pubblico, ma che pongono una distinzione – appunto quella fra persuasione e retorica – che può risultare un’interessante chiave interpretativa di come tendiamo a stare online e quindi del fenomeno dell’information disorder, per usare una felice definizione del Concilio d’Europa. Per Michelstaedter, il reale non è affatto un luogo di infinite relazioni e l’individuo che entra in relazione con l’altro lo fa solo per autoaffermarsi. Essere è essere persuasi, cioè perfettamente risolti in sé stessi. Tutto il resto, in primis il desiderio di sapere, è “rettorica”, costruzioni artificiose di relazione, e il rapporto fra uomo e uomo non è altro che desiderio di imporre la propria intima persuasione all’altro. Si tratta certamente di una semplificazione tranchant, che però possiamo facilmente individuare nella sete da ring che emerge in grossa parte delle relazioni online, dove più che dialogare si tende a voler vincere un dibattito, forse più per mostrare al pubblico chi ha l’ultima parola che per convincere davvero la persona con cui si interagisce. Di fatto, oggi la nostra società non sta riuscendo a contenere la diffusione e la presa sul pubblico delle cosiddette fake news, una tendenza legata a doppio filo con il fenomeno dilagante dell’aggressività online. Si tratta di un circolo vizioso, più che di un meccanismo lineare di causa ed effetto.

Questa iconografia del gladiatore nell’arena, spesso avallata anche dagli stessi giornalisti e comunicatori, finisce per sgretolare la fiducia nei confronti della categoria di chi fa informazione (media e istituzioni) promuovendo la diffusione di “informazioni alternative”. E al tempo stesso la diffusione di notizie false espresse con toni forti ha la conseguenza di portare chi legge ad assumere posizioni radicali basate sull’idea di un “nemico” da sconfiggere in nome della propria libertà di pensiero e azione (si pensi ai vaccini o ai migranti). La diffusione di notizie false e tendenziose e l’odio in rete corrono infatti in parallelo e molto più velocemente di qualsiasi nostro tentativo di sistemare le cose. Come due file di domino che crollano pedina dopo pedina, mentre qualcuno cerca disperatamente di rimetterle in piedi tassello dopo tassello.

Pulire la montagna di spazzatura
“C’è un vecchio esempio che credo renda bene l’idea: la montagna di spazzatura, non fai in tempo a iniziare a pulirla che già ne hanno depositate tonnellate di nuova”, spiega Salvo Di Grazia, medico e divulgatore attraverso il suo noto blog MedBunker. “Il problema principale credo sia questo: l’illusione di credere di poter smentire l’enorme quantità di falsa informazione. Una falsa notizia rimbalza su centinaia di siti diversi, è condivisa da più persone, social network, persino giornali, torna periodicamente e si riversa dal mondo virtuale di internet alla vita reale. Forse non dovremmo avere l’obiettivo di convincere. Penso sia molto più produttivo smentire le notizie più gravi, quelle più pericolose o che si stanno diffondendo tra chi soffre di malattie gravi. Dico spesso che nessuno di noi ha la missione di salvare l’umanità o diventare un messia – continua Di Grazia – e chi ha scelto di comunicare la scienza deve fare esclusivamente questo: parlarne, spiegare, diffondere buona informazione, e soprattutto non voler persuadere direttamente il lettore”.

La scelta del target di riferimento e del tempo che ci diamo per provare a cercare un dialogo quando comunichiamo sono due punti fondamentali. Forse bisogna ripartire dal presupposto che non possiamo pensare di arrivare a tutti subito, con un articolo o con un post. Forse è frammentare la nostra strategia comunicativa che può portare a dei risultati più ad ampio spettro. “La maggioranza degli estremisti per principio non diranno mai di essere stati convinti, perché andrebbero contro i loro principi e si sentirebbero sconfitti. Se scrivi un articolo sui vaccini non puoi pretendere di convincere chi fa parte di un’associazione contro i vaccini”. Una “persuasione” che arriva semmai indirettamente, lavorando ogni giorno, mettendo mattone su mattone. È quello che ha fatto un altro blogger e youtuber molto noto, Dario Bressanini, che da oltre un decennio si occupa di divulgazione, prevalentemente in ambito agroalimentare. “Secondo me con l’avvento dei social network abbiamo messo troppo frettolosamente in secondo piano quello che era il principale mantra dell’interazione online dell’era precedente, quella dei blog e dei forum, ovvero il ‘Don’t feed the troll’, non rispondere a chi porta il livello della conversazione su toni di insulto o aggressione. Il risultato è che negli anni con il mio blog sono riuscito a creare un gruppo di persone, anche inizialmente scettiche o in disaccordo con quanto dicevo, ma che con il tempo, leggendomi hanno capito che potevano fidarsi della mia serietà nel raccogliere le informazioni e nel divulgarle. In molti per esempio hanno cambiato idea sugli ogm senza insultare nessuno”.

Non dovremmo avere l’obiettivo di convincere ma di smentire le notizie più gravi o pericolose. — Salvo Di Grazia 

In altre parole, bucare il pallone non è una strategia vincente perché non è lungimirante. “Per questo secondo me – e mi rendo conto di dire una cosa forte – il fact checking così da solo non serve a molto, perché spesso non è altro che lo sterile tentativo di mostrare come si mette in atto il meccanismo della persuasione”, continua Bressanini. “Il fact checking necessita anche della pars construens, cioè deve essere inserito all’interno di una strategia comunicativa a lungo termine, che abbia una prospettiva”.

Che cosa fare dunque? Dal punto di vista pratico un elemento cruciale su cui riflettere è quello della moderazione dei commenti online, che esemplificano quanto si possa assottigliare come non mai la linea di demarcazione fra libertà di parola ed educazione. “Non è per niente facile decidere come agire. Personalmente, ora sono in una fase di educazione al commento”, spiega Di Grazia. “Modero i commenti con severità eliminando solo quelli contenenti insulti o aggressioni. In pratica chi entra ‘a casa mia’ deve avere un tono gentile, qualsiasi siano le sue opinioni e qualsiasi cosa abbia da dire. Da notare però che a volte insulti e aggressioni arrivano anche da chi si dice ‘a favore della scienza’ ma la considera come fosse un partito politico, schierandosi a priori senza senso critico o obiettività

Il fact checking dev’essere inserito in una strategia a lungo termine che abbia una prospettiva. — Dario Bressanini

Questioni di responsabilità
Sottesa a tutto quanto detto finora serve una piena presa di coscienza della nostra responsabilità, personale e istituzionale. Personale nel senso che non possiamo negare che il come stare online sia una scelta in qualche modo “politica”. Nel momento in cui scegliamo di condividere un contenuto che riteniamo falso, oltraggioso e vergognoso, anche se accompagnato da parole critiche, stiamo comunque contribuendo a diffonderlo. “Si tratta di un’abitudine che in primis viene promossa dai giornali, anche sui social – spiega Bressanini – che per ‘dovere di cronaca’ finiscono col dare voce a chi urla di più, soffiando ancora di più sul fuoco, invece di operare per primi un discernimento in questo senso.”

La responsabilità inoltre non va fatta scivolare in basso: essa è soprattutto istituzionale. Si tende a individuare la responsabilità della diffusione delle fake news e dell’odio in rete nell’avvento dei social network, cioè nella tecnologia. Si riversano le speranze sulle compagnie private prima ancora che sullo stato. A giugno scorso Facebook ha annunciato le cinque strategie per combattere la diffusione delle fake news sulla sua piattaforma attraverso il potenziamento del fact checking: espansione del programma di fact checking a nuovi paesi, introduzione delle analisi da parte dei fact checker anche di foto e video, aumento dell’impatto del fact checking grazie all’utilizzo di nuove tecniche, tra cui l’individuazione dei duplicati e l’utilizzo di “claim review”, un’azione mirata contro chi contravviene alle policy di Facebook in modo recidivo e con metodi nuovi, e infine il miglioramento della trasparenza grazie alla collaborazione con il mondo accademico.

Ma ci può bastare come strategia lungimirante? Viene da dire di no. “Si pretende di più da Facebook e Google di quanto si pretenda dal nostro sistema educativo, mentre dovremmo pretendere con eguale veemenza una formazione scientifica più diffusa anche fra la popolazione adulta (non dimentichiamo che Facebook è utilizzato per la maggior parte da adulti e anziani), e favorire gli insegnamenti volti a distinguere una buona fonte da una che non lo è”, aggiunge Di Grazia. “Certo che si potrebbe essere più severi con chi sparge deliberatamente cattiva informazione, ma le imprese private hanno lo scopo di guadagnare, non si può chiedere loro di ridurre il proprio pubblico o selezionare severamente i loro utenti. Il punto è che spesso la cultura viene affidata al cittadino senza praticamente nessuna assistenza, la televisione ha un basso livello culturale, inoltre a scuola tutto è nelle mani di docenti volenterosi, non si stimolano quasi mai le persone curiose e non si sviluppa il senso critico”.

Torniamo al concetto di fondo esposto in apertura: serve tempo per dialogare davvero ed è a nostro inequivocabile vantaggio pretendere di ricevere sempre informazioni corredate da fonti che possiamo a nostra volta verificare, anche per comunicare l’importanza sociale e politica di parlare e di condividere solo quando siamo davvero certi che il contenuto che vogliamo diffondere è corretto e non strumentalizzato da qualcuno. “I troll ci saranno sempre – conclude Bressanini – e quello che dovremmo sforzarci tutti di fare non è concentrarci a persuadere queste persone o a fare la voce più grossa di loro su Twitter. La nostra priorità, la vera pars construens di una strategia comunicativa, è far sì che altri sentano sempre meno la necessità di seguirli o emularli”.

ottobre 2018


Quando i talk show diventano il palco della disinformazione

Perché i dibattiti sui temi controversi che riguardano la salute non sempre sono bilanciati

Intervista a Paul Offit, Direttore del Vaccine education center, Division of infectious diseases, Children’s hospital of Philadelphia

Pediatra infettivologo, co-inventore del vaccino pentavalente contro il rotavirus, Paul Offit è autore di Autism’s false prophets. Nel suo ultimo libro Bad Advice. Or why celebrities, politicians, and activists aren’t your best source of health information spiega come le storie raccontate dai media non supportate dalle prove scientifiche possano diventare convinzioni diffuse.

Perché è così importante una comunicazione efficace sulla salute?
Perché molte informazioni sbagliate a cui siamo esposti possono spingere le persone a prendere decisioni errate e rischiose per loro stessi o per i loro figli. Per esempio, su internet circolano informazioni fuorvianti sui vaccini che possono far sì che alcuni genitori scelgano volutamente di non vaccinare i propri figli facendogli correre rischi inutili. Quindi è importante comunicare al pubblico in modo efficace temi di scienza, medicina e salute.

Cominciamo con il parlare del suo rifiuto di apparire con l’attrice Jenny McCarthy nel talk show Oprah Winfrey… Cosa è successo?
Nel settembre 2007, mi era stato chiesto di partecipare con l’attrice Jenny McCarthy all’Oprah Winfrey show. McCarthy avrebbe parlato di un vaccino che lei era certa fosse la causa dell’autismo di suo figlio. Inizialmente mi era sembrata una buona idea: avrei potuto spiegare al pubblico perché i vaccini non causano l’autismo e come, con molti dati e studi alla mano, sapevamo che non ne fosse la causa. Poteva essere un’occasione per calmare le acque. Ma alla fine decisi di non andarci, essenzialmente perché ritenevo che fosse il contesto sbagliato per comunicare una buona scienza. La conduttrice Oprah Winfrey era lì per raccontare una storia. E la sua storia aveva tre ruoli: l’eroe, la vittima e il cattivo. McCarthy rappresentava l’eroe, suo figlio la vittima e il sottoscritto il cattivo. Sarei stato solo un tipo che andava allo show per dire a Jenny McCarthy che era in errore e, di conseguenza, per dire a Oprah che aveva sbagliato a invitarla allo show. Non lo consideravo il modo migliore per comunicare la scienza e la salute. Credo che si debba scegliere il contesto giusto discernendo dove si può essere più efficaci e dove non si può esserlo.

Una ricercatrice italiana in semeiotica, Anna Maria Lorusso, suggerisce che con l’approccio del “false balance” gli spettacoli televisivi abbiano un ruolo chiave nel rendere più debole la verità. Cosa ne pensa?
Penso che questo sia il problema maggiore. Spesso nei media, in televisione, alla radio e sui giornali per ogni storia si presentano due versioni di cui solo una è sostenuta dalla scienza. Per esempio, da un lato c’è una persona che dichiara che i vaccini causano l’autismo e dall’altro una persona che afferma il contrario. Invece ciò che importa non è quello che viene ribadito dalle persone: l’unica cosa che conta davvero è quello che dicono gli studi, e gli studi dimostrano che i vaccini non causano l’autismo. Pertanto avere qualcuno in televisione che ribadisce l’associazione tra vaccini e autismo quando le prove dimostrano il contrario non è bilanciato: è un “false balance”. Ciò che i programmi televisivi dovrebbero fare è offrire una prospettiva basata sulle prove scientifica ma questa modalità non fa audience né fa vendere più pubblicità: conviene molto di più avere sul palco una controversia anche quando non esiste alcuna controversia scientificamente parlando.

Per esempio il reporter di Philadelphia TV aveva messo a confronto i suoi commenti con quelli della lobbista antivax Sherry Tenpenny, autrice del libro Saying no to vaccines.
Presentare come esperta di vaccini una persona come Sherry Tenpenny che esperta non è, che non ha mai pubblicato uno studio scientifico, che non ha esperienza di vaccini è proprio ciò che i produttori televisivi non dovrebbero fare. Non ho mai avuto un confronto diretto con Sherry Tenpenny ma mi è capitato di discutere in televisione con altri attivisti anti-vax come Mary Holland. È difficile sapere se è giusto o meno partecipare a un dibattito in televisione su temi che sono scientificamente indiscutibili. D’altronde se non lo fai quell’informazione resterà un’informazione senza contraddittorio.

Nel suo libro Bad Advice scrive che i ricercatori e gli “esperti” non sempre dovrebbero farsi coinvolgere in programmi televisivi.
Sì, perché in realtà quando partecipi a questi programmi non convincerai la persona con cui stai discutendo e spesso nemmeno il conduttore il cui unico interesse è sollevare una controversia. Ma è anche vero che parte delle persone che guardano questi spettacoli o che li rivedono su YouTube ascoltano ciò che hai da dire e si fanno persuadere dalle tue argomentazioni. La cosa importante è essere consapevoli che quando partecipi a dibattiti televisivi di questo genere lo scopo non è convincere chi hai di fronte o il conduttore, ma tentare di dare informazioni corrette con la speranza che saranno influenti.

Gli scienziati dovrebbero diventare un esercito della scienza che esce allo scoperto per educare il paese. — Paul Offit, Bad Advice

Perché celebrità e politici danno “cattivi consigli” sulla salute al pubblico?
Innanzitutto, spesso le celebrità e i politici non provengono da una formazione medica o scientifica e quindi si possono lasciare convincere da discussioni che non sono basate sulla scienza. Oltre a ciò, alcuni fanno un uso strumentale del palco non tanto per informare quanto per fuorviare gli spettatori. Penso che lo facciano per dimostrarsi comprensivi agli occhi del pubblico. Per esempio quando durante uno dei dibattiti presidenziali il nostro presidente Donald Trump affermò che i vaccini causano l’autismo molto probabilmente credeva in quanto asseriva, e pensava di esprimere compassione per i bambini autistici sostenendo l’opinione di alcuni genitori sulla pericolosità dei vaccini. Forse pensava di essere comprensivo. I medici Ben Carson e Rand Paul, presenti in quello stesso dibattito presidenziale, affermarono che secondo loro i bambini ricevono troppi vaccini e troppo precocemente. Forse pure loro pensavano di dimostrarsi empatici ma in realtà le loro affermazioni non erano basate sulla scienza nonostante fossero entrambi medici.

Cosa ne pensa delle fake news che circolano su temi che riguardano la salute?
Vivo nel paese di Donald Trump che usa il termine “fake news” quasi ogni giorno, ma in realtà lo usa per affermare che quella che è una vera notizia non gli piace. Per lui è questo il significato di fake news. Siamo tutti consapevoli di essere continuamente bombardati da notizie false o distorte. Ma penso che sia davvero difficile per le persone riconoscere l’informazione buona da quelle cattiva. Nell’ambito della salute e delle scienze mediche le persone dovrebbero affidarsi a istituzioni e organizzazioni affermate che supportano la scienza, quali i Centers for disease control, l’American academy of pediatrics o l’American association for the advancement of science. Ma la maggior parte della gente non ha punti di riferimento.

ottobre 2018


La speranza è Lercio?

Dalla disinformazione potremo salvarci soltanto da soli e, ridendo, potremmo imparare a difenderci meglio

Roberta Villa, laureata in medicina e giornalista

L’ anno scorso, nel pieno della polemica sulle fake news, il sito satirico Lercio fu penalizzato da Facebook per aver pubblicato per scherzo la falsa notizia che la figlia del virologo Roberto Burioni non fosse vaccinata. Lo stesso trattamento venne riservato dal social network a David Puente, noto debunker, che effettivamente pubblica bufale, ma solo per smontarle. D’altra parte, distinguere il tono e il senso di un messaggio dal suo significato letterale, riconoscendo la presenza di sarcasmo o critica, a volte non è facile nemmeno per alcuni esseri umani. Pretenderlo da un algoritmo è davvero troppo. Come difendersi allora dai rischi della disinformazione che corre rapidissima e penetrante soprattutto online, e soprattutto quando si parla di salute? Basta un “bollino di qualità”? Chi può conferire una simile autorevolezza a priori, quando il limite tra vero e falso è spesso e volentieri arbitrario, sommerso nel grigio dei distinguo, dei “dipende”, dei titoli, delle semplificazioni, delle interpretazioni o di una sempre più frammentata specificità delle competenze?

Anche il metodo delle segnalazioni degli utenti, tentato dalla polizia postale, oltre che dallo stesso Facebook, non può funzionare: fin dall’Atene dei tempi di Pericle si è dimostrato con quanta facilità l’ostracismo può diventare un mezzo per eliminare un avversario politico più che per fare emergere verità e giustizia. Nell’agorà di internet è ancora più semplice programmare migliaia di bot, gli account robotizzati, per segnalare in massa, e mettere così a tacere, qualunque voce scomoda.

E così, la lotta alla fake news di cui tutti oggi si fanno paladini può diventare un’arma a doppio taglio. Se la disinformazione e la manipolazione delle notizie sono reali minacce alla convivenza democratica, perché tolgono ai cittadini gli strumenti per compiere scelte consapevoli, sventolarne lo spauracchio etichettando come bufala qualunque notizia che non sia veicolata dalla comunicazione istituzionale o che non sia concorde con la narrazione dominante può essere perfino più pericoloso, sopprimendo ogni forma di controllo del potere.

La lotta alla fake news di cui tutti oggi si fanno paladini può diventare un’arma a doppio taglio.

Qual è il rischio?
Il rischio è reale. Alcune delle bufale più pericolose in ambito di salute nascono da un atteggiamento complottista nei confronti delle aziende farmaceutiche, ma a scoperchiare scandali che hanno permesso a volte di salvare vite umane sono stati whistleblower (coloro che denunciano attività fraudolente) che hanno sollevato sospetti fondati. Che esista una cura efficace contro il cancro tenuta nascosta alla popolazione per interesse economico di qualcuno o che nei vaccini vengano introdotte sostanze finalizzate a rendere meno fertili le bambine sono assurdità. Ma smentire queste fandonie non significa che all’industria farmaceutica si debba sempre e comunque riconoscere il ruolo di fonte autorevole e veritiera. Anzi. Se la cosiddetta Big pharma è diventata un soggetto di per sé poco affidabile non è colpa di internet, né del cosiddetto “analfabetismo funzionale” che oggi si diagnostica con sempre maggior leggerezza a chi la pensa diversamente da noi. La sua reputazione è stata compromessa soprattutto dopo le sentenze che in passato hanno riconosciuto ad alcune multinazionali del farmaco gravi responsabilità, per aver occultato dati o condotto campagne pubblicitarie ingannevoli. Ciò ha contribuito a erodere la fiducia delle persone e ad alimentarne lo scetticismo anche nei casi in cui non dovrebbero averne, perché questa ostilità minaccia la salute loro e dei loro figli. Far passare però l’idea che ogni notizia potenzialmente contraria agli interessi delle aziende sia a prescindere una fake news, e che anche solo prenderla in considerazione sia da imbecilli, potrebbe diventare un potente strumento di controllo della stampa e dell’opinione pubblica, per evitare il ripetersi di danni economici e di immagine di questo genere.

Come uscirne?
Il complottismo non è altro che la versione estrema, e controproducente, di un meccanismo mentale innato e indispensabile alla nostra vita quotidiana che ci permette di collegare le cose tra loro. I bambini uniscono i puntini per gioco, gli antichi, dagli oggetti e animali immaginari che riconoscevano nella disposizione delle stelle, interpretavano il presente e il futuro, ma noi tutti in fondo tendiamo a notare le coincidenze e ad attribuire loro un significato. Questa attitudine del nostro cervello è preziosa. Prima di diventare un tormentone online, l’espressione: “Un caso? Non credo” ha permesso di osservare il mondo in cui viviamo con occhio aperto e notare associazioni interessanti. Gli innumerevoli casi di serendipità raccontati dalla storia della scienza ce lo ricordano, con tanti altri esempi oltre a quello classico delle famose piastre di coltura contaminate dalla muffa, in cui non crescevano più i batteri, da cui Fleming partì per isolare la penicillina. Ma osservare l’associazione tra due fenomeni è solo il primo passo. Occorre poi formulare un’ipotesi, dimostrarla, ed essere in grado di confermarla. Le scorciatoie mentali che a volte ci fanno arrivare rapidamente a una conclusione non devono poi impedirci di tornare indietro a riverificare ogni passaggio.

Il sovraccarico informativo a cui siamo esposti ormai tutto il giorno spesso non consente questa fase di analisi. Tra le tante notizie che riceviamo dai media tradizionali, dai social network o attraverso lo smartphone, dobbiamo quindi inevitabilmente fare una scelta. E altrettanto inevitabilmente succede che la scelta ci porti a condividere, ma prima ancora a credere alle notizie che confermano i nostri pregiudizi precedenti, che sono in linea con il nostro schema di valori, i nostri interessi economici o identitari, o con la nostra esperienza personale. Anche qui, un meccanismo atavico di rassicurazione, di rinforzo dell’appartenenza al gruppo, può portarci fuori strada, facendoci convincere di notizie false, ma che sono proprio quelle che avremmo voluto sentirci dare.

In primo luogo, occorre volersi difendere dalle fake news e non accettare il loro potere rassicurante.

Come difendersi?
Prima di tutto, come in ogni altra cosa, occorre volerlo. A molti fa piacere, in fondo, crogiolarsi nella propria “bolla”, come si dice di queste tribù che si formano, soprattutto in rete, intorno a un nucleo condiviso, che può essere il tifo per la Juventus come l’amore per la scienza o l’ostilità verso gli stranieri. Ci si sente al sicuro, e dalla parte della ragione, quando tutti intorno a noi la pensano allo stesso modo e ci danno sempre ragione. Questo stesso meccanismo di risonanza tuttavia fa sì che all’interno di ogni bolla qualunque notizia coerente con i desideri di chi vi appartiene sia accolta e riverberata. Che sia vera o falsa, fondata o inventata, ingigantita o distorta non importa. Anche quando la sua natura di fake news viene svelata, gli appartenenti alla comunità non si turbano più di tanto: “Anche se fosse così, resta vero quel che c’è dietro” si sente spesso dire.

Tutti, indipendentemente dalla nostra età, intelligenza, livello di scolarità, possiamo cadere in questo meccanismo, non appena usciamo dal campo ristretto degli argomenti che conosciamo più a fondo. Solo la consapevolezza di questa vulnerabilità ci può, almeno in una certa misura, preservare dal cascarci, o almeno aiutarci a capire quando lo abbiamo fatto. Ed è quindi questa stessa consapevolezza che a mio parere va coltivata con maggior cura, partendo dalle scuole ma anche tra gli adulti, più sicuri di sé e talvolta meno accorti ai tranelli della rete rispetto ai nativi digitali.

Davanti alla notizia di una reazione avversa a un vaccino, la reazione di un attivista anti-vax o a favore dei vaccini sarà speculare: l’uno tenderà subito ad amplificarla, l’altro a non crederci, anche quando rientrasse tra quelle possibili. Viceversa accadrà davanti a un dato che conferma l’importanza delle vaccinazioni. La sfida consiste nel provare a spogliarsi del frame, della cornice personale in cui inquadriamo ogni pezzo di informazione, e provare a considerarla per quel che è, non per quel che può significare a conferma o a smentita delle nostre idee. Solo così si possono individuare le fake news che si infiltrano in ogni ambiente, anche quelli che in totale buona fede portano avanti battaglie giuste. È importante individuarle, smascherarle, non diffonderle, perché nel momento in cui chi invece porta avanti battaglie pericolose per la salute scoprirà che sono false, la fiducia nelle istituzioni e nelle autorità sanitarie subirà un altro duro colpo. Il fine non giustifica i mezzi, se i mezzi sono bufale, per quanto a fin di bene.

Tutto questo però si può fare solo conoscendo le scorciatoie che la nostra mente tende a prendere e imboccando al loro posto la strada di una valutazione per quanto più possibile obiettiva. Una strada forse più lunga e faticosa, ma l’unica che porta a destinazione.

La strada di una valutazione per quanto più possibile obiettiva è forse più lunga e faticosa, ma l’unica che porta a destinazione.

E in questo percorso accidentato può venire in nostro soccorso anche la satira. Lercio, con le sue notizie inventate, talvolta apertamente paradossali, altre volte al limite della verosimiglianza, ci addestra a riconoscere le une dalle altre, tanto che sempre più spesso ci chiediamo: “Ma non è Lercio?”. Siamo spinti così a riflettere sui nostri meccanismi mentali che gli autori vanno a solleticare, mimando la strategia dei professionisti della disinformazione, quelli che di mestiere inventano le fake news sul serio, a scopo di propaganda. In questo modo, ridendo, potremmo anche imparare a difenderci meglio.

ottobre 2018

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Va bene interpretare, ma le prove non sono tutte uguali

Spogliamoci del frame: l’invito di Roberta Villa vale (quasi) per ogni occasione. Siamo tutti, più o meno, preda di meccanismi che ci portano a subire i pregiudizi che troppo spesso guidano il modo col quale ci avviciniamo all’informazione e, di conseguenza, informano le nostre scelte. Questo vale ancora di più in anni come questi, in cui sembra sia venuta a mancare la fiducia nelle “agenzie” – istituzionali o di comunicazione – alle quali noi e le precedenti generazioni eravamo abituati ad affidarci.

A commento dell’articolo ospitato in queste pagine, segnaliamo il caso di Michael Lexchin, docente della scuola di Health policy and management dell’università di York, che ha voluto verificare quanti dei farmaci giudicati dalla rivista Prescrire come “da evitare” (ne parla l’articolo di Francesca Patarnello) fossero invece approvati e regolarmente in commercio in Canada, paese noto per essere dotato di un sistema regolatorio efficiente. Ebbene: dei 92 farmaci sconsigliati dalla rivista francese, 36 erano stati sottoposti a valutazione dal Patented medicine prices review board canadese. Di questi, due erano stati classificati come breakthrough per il significativo miglioramento terapeutico garantito e tre giudicati capaci di promettere un moderato progresso delle condizioni dei pazienti. Villa parla anche del ruolo “salvifico” della satira ma non sarebbe d’accordo chi, come lo scrittore e giornalista Stephen Marche, sostiene che una rivista quale The Onion o una rubrica come quella di Andy Borowitz sul New Yorker fanno più male che bene alla democrazia statunitense. “La satira e il suo pubblico – ha sostenuto Marche sul Los Angeles Times – hanno trasformato l’informazione stessa in una barzelletta. Non importa quale sia il suo contenuto politico, hanno contribuito a spostare il discorso politico negli Stati Uniti su un piano postfattuale”.

Nell’uno e nell’altro caso – riviste scientifiche indipendenti sui farmaci e periodici di satira politica – non ci troviamo di certo di fronte a fake news o a postverità. Sono due esempi, però, che ci ricordano quanto sia importante accostarsi a qualsiasi contenuto tenendo conto del contesto nel quale sono prodotti. Vero e falso possono essere giudicati solo all’interno di un sistema di riferimento: quindi, le “interpretazioni” contano anche se non dobbiamo dimenticare la cosa più importante: non tutti i fatti – o le prove, per restare nel nostro ambito medico-scientifico – hanno la stessa robustezza.

Bibliografia

Marche S. The Left has a post-truth problem too: it’s called comedy. Los Angeles Time, 6 gennaio 2017.
Lexchin J. Canadian status of” drugs to avoid” in 2017: a descriptive analysis. CMAJ Open 2018;6:E430.

ottobre 2018

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