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    Il vero e il falso

30 ottobre 2018

Il vero e il falso

La battaglia impari tra il vero e il falsoAlessandro Magini
Vedi alla voce postveritàLuca De Fiore
Postverità o preverità? Il pensiero del filosofo francese Jean-Luc NancyFabio Ambrosino

La battaglia impari tra il vero e il falso

Com’è diventato facile trovare una scusa per dichiarare guerra, inventare la cugina di Renzi e seminare paura tra la gente

Alessandro Magini

“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” è la frase più famosa di Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich. Ecco, è così che funzionano le fake news, notizie false che per milioni di persone diventano vere a forza di rimbalzare su internet e si propagano a una velocità tale da non permettere rettifiche, controlli e smentite. Non è un problema che riguarda esclusivamente gli addetti ai lavori come giornalisti o esperti di comunicazione, ma un vero e proprio virus che minaccia la salute, inquina il dibattito politico, il processo decisionale e quindi la democrazia stessa.

Cosa sono e come nascono le fake news
Le fake news non sono tutte uguali: possono avere origini e scopi diversissimi tra loro. Anche i temi inquinati dalle bufale sono eterogenei, si va dall’alimentazione alla storia, dalla salute all’economia, dalla politica alla tecnologia. Esistono poi fake news confezionate a regola d’arte e difficili da distinguere da notizie reali e verificate, così come bufale riconoscibili anche solamente dal titolo. Questo perché non tutte le notizie false hanno la stessa origine. L’Oxford internet institute, in un recente rapporto, afferma che nel 2018 sono state organizzate vere e proprie campagne di disinformazione in 48 paesi [1]. Per intenderci, un esempio di campagna organizzata può essere il Russiagate, il sabotaggio da parte dell’intelligence russa ai danni della candidata democratica Hillary Clinton e la produzione di fake news che avrebbero avvantaggiato Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. Altro esempio di campagna organizzata è quello del movimento antivax, che può contare su migliaia di cittadini pronti a postare e condividere ogni articolo proveniente da una serie di blog e siti riferibili al movimento stesso.

Esistono poi le fake news politiche e governative. Un governo, tramite i propri profili social e i suoi portavoce, può diffondere notizie false allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai suoi problemi interni, convincere i cittadini della bontà delle proprie scelte, prevenire le critiche e silenziare l’opposizione. Trump e il suo staff offrono diversi esempi di come le fake news possano essere utilizzate dal governo di uno stato democratico. Tra gli episodi più noti, in questo senso, va ricordato il “massacro di Bowling Green”. Nel febbraio del 2017 Trump e il suo governo si trovano ad affrontare durissime contestazioni per la proposta di introdurre il cosiddetto “muslim ban”, il provvedimento che impedirebbe ai cittadini di sette paesi a maggioranza islamica di entrare negli Stati Uniti. Nel corso di un’intervista al network MSNBC, la consigliera personale del presidente Trump, Kellyanne Conway, giustifica così il provvedimento: “Scommetto che per tutti è un’informazione nuova che il presidente Obama abbia istituito un blocco di sei mesi all’ingresso degli iracheni dopo che due iracheni sono venuti in questo paese, sono stati radicalizzati e sono stati le menti dietro il massacro di Bowling Green. Intendo dire che la gente non lo sa perché non se ne è parlato”. Del massacro non si è parlato per la semplice ragione che non è mai avvenuto: Bowling Green è una tranquilla cittadina del Kentucky che non ha mai conosciuto atti di terrorismo [2,3].

Per non parlare della “regina” delle fake news del ventunesimo secolo, ovvero la bufala della presenza di armi di distruzione di massa in mano al governo iracheno, che servì all’amministrazione Bush per invadere l’Iraq nel 2003. Per quelle menzogne, dodici anni più tardi, l’ex premier inglese Tony Blair chiederà scusa [4,5]. Un po’ poco, per una guerra che è costata milioni di morti, miliardi di dollari e ha portato all’instabilità politica un’intera area del pianeta come il Medioriente.

Accanto a queste campagne organizzate da veri e propri professionisti della disinformazione esistono anche fake news “fatte in casa”, estremamente grossolane ma non per questo meno pericolose. Anche grazie all’avvento dei social network, infatti, chiunque può costruire una menzogna e renderla virale. È sufficiente una minima conoscenza informatica per postare una bugia sui propri profili social e aspettare che questa rimbalzi prima sui propri contatti e poi si propaghi a macchia d’olio sulla rete. Esempio emblematico è il caso della finta cugina di Matteo Renzi assunta come portaborse con uno stipendio stratosferico. Era il febbraio del 2018 e la foto divenne un caso pubblico. Vale la pena ripercorrere la vicenda per capire come funziona il meccanismo. È il 17 febbraio quando Luca e la sua ragazza Giusy decidono di fare uno scherzo ai propri contatti di Facebook. Sul profilo di Luca pubblicano una foto di Giusy accompagnata dal testo: “Questa è Francesca Renzi, cugina di Matteo Renzi. Assunta come portaborse al Senato, guadagna 23 mila euro al mese! Se sei indignato anche tu, condividi!”. Il post è accompagnato da tre faccine che ridono, a sottolineare la natura scherzosa dello stesso. La cifra che guadagnerebbe “la portaborse”, poi, è talmente assurda da rendere immediatamente riconoscibile la bufala. Nei primi giorni non succede nulla, soltanto qualche amico di Luca rilancia il post sul suo profilo, e la bufala non diventa virale fino a quando, una mattina, l’autore dello scherzo accede al proprio profilo e nota che il suo post è stato condiviso da oltre 50 mila persone. Nel frattempo divampa la polemica politica, Renzi scrive di essere vittima di un attacco portato avanti dai suoi avversari, la notizia viene ripresa da tutti i giornali e le televisioni del paese. Quando Luca si rende conto che il suo scherzo è diventato una fake news che nemmeno lui è più in grado di controllare o bloccare è troppo tardi, come racconterà in un’intervista [6,7].

La complessità del fenomeno
Se in alcuni casi è impossibile o quasi calcolare l’effetto delle fake news – ancora oggi, per esempio, non si riesce a capire quanto le interferenze di Mosca abbiano influenzato il voto negli Stati Uniti – è invece assodato che la diffusione di menzogne su temi sensibili come la salute pubblica abbia avuto un impatto negativo sulla società. Mentre gli stati tentano di impedire il fenomeno attraverso leggi più severe e gli esperti insegnano a difendersi dalle fake news, appare evidente come i cittadini siano disarmati davanti alla moltitudine di falsità diffuse sulla rete. Perché internet, con la sua velocità e la sua diffusione, risulta il principale vettore di fake news. Il problema non consiste solo nella quantità di utenti che popolano la rete e nella possibilità che questa offre di scambiare informazioni incontrollate in tempo reale. La radice del fenomeno sta nell’impossibilità di distinguere il vero dal falso, dal momento che su internet non è la fonte a determinare la validità dell’affermazione, ma il numero di volte che l’affermazione stessa viene condivisa. La democraticità del web è diventata un’arma a doppio taglio. Se uno scienziato, che ha studiato per anni una determinata patologia, pubblica un post che viene visto da poche decine di utenti, mentre un complottista, attraverso la sua rete di contatti, blog e pagine Facebook, riesce a ottenere decine di migliaia di visualizzazioni, risulta evidente come la battaglia tra il vero e il falso sia impari. Prima dell’avvento di internet, infatti, la fonte veniva prima del contenuto. Il New York Times era il New York Times, e il giornalino scolastico era il giornalino scolastico. Ma sulla rete contano i click, le visualizzazioni, e più sono alti i numeri e più soldi si ricavano con la pubblicità. Per questo una notizia falsa condivisa migliaia di volte risulta più appetibile di una notizia vera che non riscuote lo stesso successo. L’aspetto economico gioca un ruolo chiave nella diffusione delle bufale. Paradossalmente, più un titolo è clamoroso/catastrofi co/incredibile più risulta vantaggiosa la sua presenza sulle pagine social da parte delle piattaforme di condivisione come Facebook, Twitter e Google.

“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”, sosteneva Joseph Goebbels. In realtà il gerarca nazista quella frase non l’ha mai scritta né pronunciata, ma a forza di essergli attribuita è come se fosse diventata davvero sua. Paradossalmente, la falsa attribuzione della frase ha finito per confermare il senso della frase stessa. Ecco, è così che funzionano le fake news.

Alessandro Magini

Bibliografia

[1] Oxford internet institute. New report reveals growing threat of organised social media manipulation world-wide. Oii. ox.ac.uk, 20 luglio 2018.
[2] Rutenberg J. The massacre that wasn’t, and a turning point for ‘fake news’. The New York Times, 5 febbraio 2017.
[3] La frase di Kellyanne Conway è stata presa dal video: Kellyanne Conway cites “Bowling Green massacre” to defend refugee ban | Hardball | MSNBC. YouTube, 2 febbraio 2017.
[4] Franceschini E. La svolta di Tony Blair sull’Iraq: “Io e Bush abbiamo sbagliato”. La Repubblica, 2 maggio 2017.
[5] Mason R, Asthana A, Stewart H. Tony Blair: “I express more sorrow, regret and apology than you can ever believe”. The Guardian, 6 luglio 2016.
[6] Mar. Pen. La fake news sulla cugina di Renzi: “Lestofanti che provano a influenzare la campagna elettorale”. Il Corriere della Sera, 18 febbraio 2018.
[7] Cangemi A. La bufala della cugina di Renzi assunta come portaborse al Senato per 23 mila euro al mese. Fanpage.it, 23 febbraio 2018.

ottobre 2018


Vedi alla voce postverità

Fake, alternative facts, fact checking, false equivalence: rischi e possibili risposte alla sfida di chi vuole che le sensazioni abbiano più valore delle prove

Luca De Fiore, Il Pensiero Scientifico Editore

Come spesso accade, Slavoj Žižek disorienta. Il confronto tra attualità e passato – caratterizzati dalla stessa mancanza di trasparenza – è dissonante rispetto alla definizione che di postverità ha dato l’Oxford dictionary: “Relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief”. Il filosofo dell’università di Lubiana si inserisce nel confronto sul fake che – come precisa Lee McIntyre del Center for philosophy and history of science della Boston university – è l’intenzione di manipolare le convinzioni di qualcuno con informazioni che sappiamo non essere vere.

Il passato non era più “vero” del presente. Ma l’egemonia ideologica era più forte: al posto della grande mescolanza odierna di verità locali, prevaleva una singola verità (o meglio) una grande menzogna. — Slavoj Žižek

Una novità? Probabilmente no. “Sarebbe da chiedersi quale sia stata l’epoca della verità considerato che usciamo, ad esempio, da un novecento che almeno in Italia non ha dato risposta a tante domande di verità”, nota Anna Maria Lorusso, docente di semiotica all’università di Bologna. Se non è una novità, vuoi vedere che il fake è frutto dell’innovazione? “È più vera una cosa inesatta ma capace di circolare velocemente nel sistema sanguigno del mondo, di una cosa esatta che però si muove con lentezza”: forse ha ragione lo scrittore Alessandro Baricco e si spiegherebbe così anche l’impatto dell’invenzione della stampa sulla circolazione delle false informazioni negli anni successivi al 1439. Dunque: Zuckerberg responsabile non più di Gutenberg, con l’attenuante che oggi la verifica dell’attendibilità di una notizia è forse un’operazione meno difficile. Anche se non conosciamo con certezza le origini e il colpevole, sappiamo però che la tecnologia è il volano della postverità.

Conta sempre meno che la televisione dica il vero, quanto piuttosto il fatto che essa sia vera.— Umberto Eco

Tra Gut e Zuck c’è l’inventore della televisione, quella dannatissima o benedetta scatola luminosa che “ci ha abituato a confondere verità e finzione. È lei che ha consegnato lo scettro del microfono a gente comune senza speciali competenze. È lei che è entrata nel nostro privato e lo ha autorizzato a dominare la scena”, scrive Lorusso. È lei che ha inaugurato la prassi della false balance, l’imperdonabile equidistanza tra le evidenze riportate da un ricercatore che da anni sta studiando un problema e le opinioni di una persona qualunque: la falsa equivalenza tra quelli che Maurizio Ferraris, professore di filosofi a teoretica all’università di Torino, distingue in documenti forti (prove che risultano dalla ricerca, registrazioni di atti, contratti, ecc.) e documenti deboli (memorie, tracce, indizi, ecc.). Prendiamo il caso delle vaccinazioni: la medicina della gente vorrebbe sostituirsi alla medicina di popolazione e non è una bella notizia. “Abbiamo a che fare con la liberalizzazione della verità”, dice Ferraris. “Il grande gioco della postverità è tutto qui: se per Cartesio la verità è indice di sé stessa e del falso, i postruisti sostengono che il modo migliore per affermare la propria verità è dare del bugiardo al prossimo.”

Il proliferare di notizie sulla carta, in televisione e online ha creato un caleidoscopio di opzioni informative. — David Foster Wallace

Chi l’avrebbe mai detto che la convinzione che credevamo rivoluzionaria negli anni settanta – il privato è politico – avrebbe fatto così tanti danni a distanza di poco tempo? Il gap tra autenticità dei vissuti e verità dei fatti è stato rapidamente annullato. “L’intimità – sostiene Lorusso – è diventata parametro di veridicità: più qualcosa attiene al personale, più è autentico e veritiero [e] questa ‘privatizzazione’ del reale ha legittimato i saperi quotidiani, banali, pratici”. La verità non ci sfugge dalle mani per mancanza di prove ma “per moltiplicazione ed eccesso”. Le news oggi sono frammentate – sottolinea McIntyre – e la gente non va più in cerca dell’informazione vera sulla fonte ritenuta più affidabile. Insomma: qualcosa di nuovo c’è, nell’affermarsi del fake e della postverità. Nonostante la strategia della bugia intenzionale sia antica come il mondo – la copertina del libro di Michiko Kakutani scomoda addirittura il serpente di Adamo ed Eva – “intestardirsi a sostenere che non c’è niente di nuovo – sostiene Ferraris – non solo significa negare l’evidenza, ma soprattutto non voler trarre le conseguenze dal fatto che la facilitazione tecnologica del falso acquista una potenza tanto maggiore in quanto viene dopo un’onda lunga di discredito ideologico del vero, considerato fonte di oppressione e dogmatismo.”

Se capita sempre più spesso di ascoltare ai congressi le più banali critiche alla medicina basata sulle prove (“la evidence-based medicine ci ha rovinato sostituendo la clinica con la statistica”) “le testimonianze personali – scrive Kakutani – vanno di moda nei campus dei college americani, da quando il concetto di verità obiettiva raccolta attraverso l’attività tradizionale di ricerca ha iniziato a essere guardata con sospetto”. Le preferenze hanno il sopravvento sulla rilevanza, constata Lorusso.

La credibilità si misura sulla capacità di un contenuto di suscitare adesione e successivamente le informazioni e i loro seguaci si blindano in camere dell’eco in cui lo spazio di confronto si restringe sempre di più fino ad annullarsi. A quelle che Lorusso definisce “verità personalizzate” corrisponde una realtà sempre più narrativa e meno fattuale, nella quale affermazioni in-credibili vengono sostanziate non da evidenze ma da nuove, ulteriori narrazioni. Una realtà “letteraria” centrata sul sé, sull’onda di uno storytelling usato solo come strumento di alterazione della realtà.

Il puro e semplice fatto dell’io. L’idea dell’io come inviolabile, potente e sfacciato, unica cosa reale in un contesto irreale. — Philip Roth

Come spiega McIntyre, postverità e fatti alternativi sfruttano l’onestà di una scienza che ammette di vivere una condizione di costante e irriducibile contraddittorio: “Non importa quanto sia robusta una prova, una teoria scientifica non potrà mai essere data per certa” perché nuovi dati potranno potenzialmente smentirla. Il fake si diffonde proprio a partire dallo spiraglio dell’incertezza e, come scrive Žižek, “le bugie più efficaci sono quelle che contengono alcune verità”.

Ciononostante dovremmo sempre opporci alle falsità che vengono proposte quotidianamente e prima si interviene, migliori sono i risultati. Occorre essere presenti sfruttando in primo luogo i social media, strumento essenziale che non può essere lasciato nelle mani di chi attraverso fake e fatti alternativi persegue un disegno destabilizzante. Bisogna essere determinati ed anche ottimisti perché – scrive Baricco – dopotutto la nostra epoca sembra “poco incline a farsi prendere per il culo dalle menzogne”. Se per Lorusso il fact checking è solo un’illusione o il “simulacro di una verifica responsabile” (quali redazioni giornalistiche possono permettersi di sostenerne i costi? Quale credibilità riuscirebbe ad avere chi, alle informazioni tratte da una fonte, opponesse “semplicemente” le evidenze tratte da una fonte diversa?), la sfida è quella di riuscire in una valutazione capace di mettere a confronto fonti diverse. I contesti ci dicono assai di più della verità di un’informazione: per questo, dai matters of fact dovremmo passare ai matters of concern per arrivare a evidenze che siano tali all’interno dei loro sistemi di riferimento.

Alla fine, però, non si può non essere d’accordo con Ferraris: “la verità chiede di essere detta” e questo vale ancora di più per chiunque lavori nella comunicazione della scienza. “La verità è un elemento centrale della missione della letteratura medica e scientifica. Qual è il peccato peggiore, legato al lavoro, che uno scienziato può commettere?”, si chiede Sir Michael Marmot. “Mentire”.

Bibliografia

– Baricco A. The game. Torino: Einaudi, 2018.
– Ferraris M. Postverità e altri enigmi. Bologna: Il Mulino, 2017.
– Kakutani M. The death of truth. London: Collins, 2018. Ed. it. La morte della verità. Milano: Solferino, 2018.
– Lorusso A. Postverità. Fra reality tv, social media e storytelling. Roma-Bari: Laterza, 2018.
– Marmot M. Post-truth and science. Lancet 2017;389:497-8.
– McIntyre L. Posttruth. Cambridge, MA: MIT Press, 2018.
– Žižek S. Prima delle notizie false c’era la grande menzogna. Internazionale n. 1273, 2018.

ottobre 2018


Postverità o preverità?

Il pensiero del filosofo francese Jean-Luc Nancy sull’inganno della menzogna e della trasparenza

Fabio Ambrosino

Nella versione del mito di Edipo narrata da Friedrich Dürrenmatt in La morte della Pizia, racconto del 1976, lo scrittore tedesco immagina che l’oracolo di Delfi si inventi la sua infausta profezia – secondo cui il giovane principe avrebbe ucciso il padre e posseduto la madre – solo per vendicarsi della credulità dei suoi contemporanei e divertirsi alle loro spalle. Di questi tempi, caratterizzati dal diffondersi di fake news e informazioni volutamente manipolate, capita spesso di sentirsi come Edipo di fronte alla Pizia di Dürrenmatt. Lo sostiene anche Jean-Luc Nancy, uno dei più grandi intellettuali viventi: “Una notizia corre per il mondo (…): la verità è collassata, passata, sorpassata. Viviamo in un’era di postverità. L’unica verità è che la postverità ci domina”. Ma se invece non fosse così? Se fosse, anche questa, semplicemente una menzogna? Quella di Nancy è infatti una provocazione, utilizzata dal filosofo per descrivere la sensazione che la verità ci venga costantemente e sistematicamente rubata. In particolare, da chi si occupa di politica, di informazione, di comunicazione. Una convinzione che parte da un assunto ben preciso, che la verità sia effettivamente conoscibile.

La verità è collassata, passata, sorpassata.

Si è portati a pensare, per esempio, che la scienza descriva fatti accertati, considerati tali in quanto verificati tramite procedure il cui funzionamento è sottoposto a un controllo totale. Si pensi alla legge della caduta dei corpi: “Essa implica un fatto”, spiega Nancy. “Enuncia un fatto”. Tuttavia, basta spostarsi su entità più indeterminate per rendersi conto immediatamente dell’illusorietà di questa certezza. La scelta dei dati utilizzati per calcolare il pil di una nazione, per esempio, è fonte di discussioni e controversie. Quella di credere nell’esistenza di una verità fattuale, d’altronde, è un’abitudine moderna. Lo spostamento del potere politico dalle potenze sovrane alle imprese di produzione transnazionali, ai complessi tecnico-economici, ai sistemi informativi e ai flussi di comunicazione, ha prodotto la percezione di un proliferare di deformazioni di ciò che si tende a definire verità. La sensazione che qualcuno, nelle lontanissime stanze del potere, elabori una fattualità del vero, ci ha portati a credere che esista una verità del fatto.

L’uso della menzogna e della strategia politica, tuttavia, è antico quanto qualsiasi forma di relazione umana, dalla rivalità alla concorrenza, dalla competizione al potere. Da sempre l’essere umano è portato a credere a qualsiasi affermazione che confermi un’aspettativa preesistente o lusinghi la propria opinione di sé. Non mentivano forse i congiurati quando, nascondendo il pugnale sotto la toga, si avvicinavano a Cesare col pretesto di rendergli onore? “Mentite, mentite – scriveva Voltaire –, qualcosa resterà sempre”. Finché i poteri hanno goduto di una certa reverenza, tuttavia, l’esistenza di inganni e segreti di stato è stata vissuta, secondo Nancy, come un elemento della tradizione. “La menzogna strategica era considerata naturale”, sostiene il filosofo francese. Si pensi al personaggio di Ulisse, indiscusso campione di astuzia ed eroe della cultura occidentale.

Lungi dal trovarci in un’era di postverità, siamo in un’era che precede la verità, che va verso di essa. E forse questo appartiene a tutti i tempi.

Non è la verità a essere cambiata, quindi, ma il nostro modo di relazionarci con la menzogna. A un certo punto nel nostro recente passato, infatti, ciò che prima veniva considerato un elemento naturale della strategia politica è stato sostituito da un generale e diffuso sospetto. Nancy associa la nascita di questa tendenza a un preciso momento storico: il disastro nucleare di Chernobyl. In seguito all’incidente del 1986, infatti, tenuto nascosto per giorni all’opinione pubblica e alla stampa, Michail Gorbačëv cominciò a parlare di glasnost’, termine russo utilizzato per indicare l’attitudine a discutere in modo libero e trasparente della gestione di uno stato. Dopo i campi di sterminio, la bomba atomica e la sorveglianza di Cina e Urss, la pratica della trasparenza diventava così “un’esigenza generale dello spirito democratico”. Da questo momento in poi, tuttavia, la storia ha seguito un doppio movimento: “Tutto appare sempre più esposto alla luce del sole – spiega il filosofo francese – ma, allo stesso tempo, sembra sempre di più provenire da processi o macchinazioni nascoste”. Da una parte WikiLeaks, dall’altra le teorie del complotto. L’oscurità, fattasi translucida, ha svelato un’oscurità ancora più profonda. Un fenomeno che si manifesta anche in ambito scientifico: il nostro cervello, per esempio, sembra sempre più trasparente e opaco allo stesso tempo. “Riusciamo a vedere le emozioni – dice Nancy –, ma cosa vediamo in realtà? Nulla, solo uno spessore”.

La verità non si può produrre, così come non si può dominare.

La verità non si può produrre, così come non si può dominare.

Paradossalmente, ogni verità porta con sé una falsità intrinseca. In termini filosofi ci, si parla di aporia dell’autoreferenza: un’affermazione non può parlare di sé stessa. Non si può dire, cioè, che una verità è vera. Bisogna quindi spostarsi dai concetti di verità e di menzogna tipici dell’approccio scientifico, dove si dà per scontato che i fatti esistano di per sé, indipendentemente da noi. I fatti scientifici sono il risultato di specifici criteri di produzione, sono riproducibili sotto determinate condizioni, ma non sono la verità. “La verità si trova in una sorta di flusso infinito che sfugge a qualsiasi verifica. Essa non si può produrre, così come non si può dominare”, conclude Nancy. Si può (e si deve), invece, cercare continuamente di raggiungerla, di avvicinarla. “Lungi dal trovarci in un’era di postverità, siamo in un’era che precede la verità, che va verso di essa. E forse questo appartiene a tutti i tempi, da quando esiste il tempo”.

Le parole di Jean-Luc Nancy sono tratte dalla lectio magistralis “La verità della menzogna”, tenutasi il 14 settembre 2018, a Sassuolo, in occasione del FestivalFilosofi a 2018.

ottobre 2018

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