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    Il senso del tempo

1 agosto 2018

Il senso del tempo

La nascita del tempo e dello spazio, qui e altroveIntervista a Guido Tonelli
Dove nasce il senso del tempo? Nel cervelloIntervista a Arnaldo Benini
Cinquanta sfumature di tempoAlberto Beretta Anguissola
Lo spreco razionale del tempo razionaleDalla pagine di Giuseppe Pontiggia

La nascita del tempo e dello spazio, qui e altrove

Dal non-luogo del non-tempo all’origine dell’universo da una casuale fluttuazione del vuoto

Intervista a Guido Tonelli, fisico, Università di Pisa
A cura di Luciano De Fiore, Dipartimento di filosofia, Sapienza Università di Roma

Secondo Aristotele (Fisica, Δ 11, 219b 1-2) il tempo è la misura del movimento nella prospettiva del prima e del poi. Ancora oggi misuriamo il tempo con orologi che hanno un movimento periodico. Come si sposa questo tempo della esperienza quotidiana con lo spazio-tempo della fisica che sembra non avere vettorialità?
L’orologio non è altro che uno strumento che confronta la durata di un fenomeno con il periodo di un’oscillazione. Il principio è molto semplice: si utilizzano processi materiali che si ripetono periodicamente e si misura il tempo attribuendo al fenomeno osservato una durata che sarà un multiplo o un sottomultiplo del periodo di queste oscillazioni. Ancora oggi adottiamo questo approccio piuttosto tradizionale. In fondo cambia poco se le oscillazioni sono quelle di sistemi atomici superfreddi, di un pendolo fisico o il moto di un pianeta intorno al Sole. Quello che fa la differenza col passato è la precisione di misurazione, che oggi è di gran lunga superiore. L’incredibile accuratezza degli strumenti di misura più moderni ci ha permesso di verificare che il tempo dipende in realtà dalla velocità e dalla posizione. Gli stessi fenomeni misurati in posti diversi, o in sistemi di riferimento che si muovono con velocità molto diverse fra loro, producono risultati differenti. È il tempo plastico teorizzato dalla fisica a partire dalle due relatività, la speciale e quella generale, che verifichiamo quotidianamente con le osservazioni nel mondo delle particelle elementari e in quello delle grandi strutture cosmiche. Per essere precisi si dovrebbe quindi parlare di spazio-tempo. Non esiste un tempo globale, il tempo è una grandezza locale, che si può definire cioè solo per una particolare posizione spaziale e in un dato sistema.

Il nostro concetto di tempo – quello che usiamo nella vita di tutti i giorni – è di fatto superato dalla scienza moderna.

La filosofia del novecento è stata quasi ossessionata dalla questione del tempo – fino a Bergson, alla questione della coscienza interna del tempo, e poi a Husserl e Heidegger… In che misura il tempo della memoria, il tempo proustiano, quello dei ricordi, ha un’incidenza nella vita e nella ricerca di un fisico contemporaneo?
Ci sono due aspetti. Un primo aspetto è legato all’operazione stessa di misurazione del tempo che viene effettuata dallo scienziato nel modo più obiettivo e razionale possibile, cercando cioè di non introdurre elementi soggettivi che potrebbero alterare la misura. Altra cosa è la percezione del tempo che deriva dalla nostra mente. Non abbiamo ancora capito esattamente come funzioni, ma sappiamo per certo che si tratta di una percezione molto plastica, variabile, forse ancor più del tempo fluido della fisica. Sappiamo per esempio che gli attimi di una tragedia misurabili in secondi diventano talvolta dei lunghi minuti nell’immaginario di chi la vive. Diverso invece è il senso del tempo per il prigioniero che segna sul muro il passare dei giorni: in cella le settimane sembrano giorni, come se si creasse un’assoluta discrepanza tra il reale passaggio del tempo e la percezione del fluire del giorno e della notte. Cosa produce queste differenti percezioni è un tema importante che merita di essere studiato.

A volte, il cinema s’incarica di dar conto di questa complessità dello spazio-tempo. Come vede esperimenti come Interstellar, in cui visivamente e narrativamente si cerca di far comprendere le distorsioni estreme dello spazio-tempo, come la deformazione gravitazionale che fa scorrere il tempo più lentamente laddove la gravità è più intensa?
Positivamente, senza alcun dubbio. Salvo alcuni dettagli, il film è costruito particolarmente bene – non a caso il consulente scientifico è stato Kip Thorne, uno dei cosmologi più famosi al mondo, fra l’altro premiato col Nobel per la scoperta delle onde gravitazionali. Interstellar raffigura il fenomeno, ben conosciuto sul piano scientifico, del diverso fluire del tempo in luoghi con diverso potenziale gravitazionale: i protagonisti del film visitano un pianeta extra-solare che orbita attorno a un buco nero gigantesco dove il tempo passa molto più lentamente che sulla Terra. Infatti, secondo la teoria della relatività generale, il secondo o l’anno che si misura sulla Terra è diverso dal secondo o dall’anno misurato vicino a un grande pianeta. Quando il cinema riesce a rappresentare in maniera così efficace questo concetto da un lato fa volare la fantasia dello spettatore, dall’altro realizza un’operazione di vera educazione scientifica. In realtà ci indica quanto il nostro concetto di tempo – quello che usiamo nella vita di tutti i giorni – sia di fatto superato dalla scienza moderna.

Nei suoi scritti emerge una sorta di precarietà cosmica che coinvolge gli individui così come l’universo. La nascita dello spazio-tempo è coinvolta in questa origine imperfetta delle cose?
L’idea scientifica della fragilità del nostro universo è frutto di una osservazione piuttosto recente. Quando nel 2012 siamo riusciti a rivelare per la prima volta il bosone di Higgs con gli esperimenti condotti al Large hadron collider del Cern, ci siamo posti subito il problema. La scoperta ha permesso di far luce sul meccanismo stesso con cui questa particella così speciale fornisce la massa alle particelle elementari: in termini tecnici lo chiamiamo “rottura di simmetria dovuta al vuoto elettrodebole”. Questo meccanismo gioca un ruolo cruciale nell’aggregazione della materia del nostro universo in forme stabili. Se il meccanismo, di colpo, si inceppasse, questa organizzazione non sarebbe più possibile. Da sempre siamo abituati a considerare le rocce, i pianeti, le stelle e il Sole come oggetti persistenti che hanno miliardi di anni, e quindi eterni nella nostra scala temporale. Dalla notte dei tempi conosciamo invece la nostra fragilità: sappiamo di essere caduchi e che possiamo romperci con un nonnulla, mentre abbiamo attribuito all’universo materiale che ci circonda e ci sovrasta in un modo così imponente caratteristiche di eternità e immutabilità. Ed ecco che quando abbiamo cercato di capire le caratteristiche di questo vuoto elettrodebole, con nostra grande sorpresa, abbiamo scoperto che la sua stabilità non è assoluta: oggi scopriamo che quel meccanismo così cruciale potrebbe in realtà rompersi e fare svanire, in un attimo, l’intera impalcatura materiale che ci circonda. Il bosone di Higgs, che si è installato di colpo, subito dopo il big bang, ha dato una massa alle particelle primordiali e così facendo ha spinto l’universo a prendere quella forma meravigliosa che conosciamo – e siamo molto contenti che questo sia avvenuto; peraltro se la materia non avesse preso forme così persistenti da formare galassie, pianeti, animali, fino agli esseri umani, non saremmo qui a fare questa chiacchierata. Ma questa impalcatura con cui il bosone di Higgs tiene in ordine il nostro universo materiale è intrinsecamente fragile e potrebbe rompersi di colpo.

A mio avviso, tutto questo è particolarmente intrigante dal punto di vista scientifico oltre che filosofico: scopriamo che la nostra precarietà e fragilità, di cui ci siamo così tanto vergognati e abbiamo vissuto con un senso di inferiorità, è in realtà un tratto comune a tutte le cose materiali, dalla più infima alla più maestosa. Nessuna forma materiale è stabile all’infinito, neppure l’universo intero; non solo tutto prima o poi finirà, ma potrebbe rompersi in qualunque momento.

Veniamo a come voi “filosofi quantistici” concepite oggi la scienza. La natura non precede il pensiero della natura: per chi volesse continuare a ragionare in termini di una corrispondenza tra realtà e intelletto, come dicevano gli Scolastici, è complicato da accettare. In quantistica, la realtà, inconoscibile, cede il posto alla probabilità. Il fenomeno coincide invece con il pensiero del fenomeno stesso: l’evento si determina insieme alla percezione stessa dell’evento. Come se non vi fosse una natura analizzata da un pensiero, ex post. Tutto si fa nell’esperienza. Quindi ogni fenomeno o evento diviene “storico”, dal momento che coincide con la sua stessa genesi, data proprio dall’incontro – diciamo così – col pensiero che lo coglie. È così?
Considero francamente ingenua l’idea, peraltro molto diffusa, che la scienza investighi la realtà per rimuovere il velo che la nasconde; vedere l’indagine scientifica come una specie di danza dei sette veli di Salomè che ci porta alla nuda verità è piuttosto grossolano. Realtà e verità sono concetti spuri sui quali, come scienziato, avrei molto da obiettare. In ogni caso non è questo il mio modo di interpretare la scienza. Alla fine non siamo altro che scimmie antropomorfe che, per avere un vantaggio evolutivo, si sono costruite una propria idea del mondo. L’abbiamo fatto con l’arte, la religione e la filosofia; e la scienza moderna non è altro che uno degli strumenti più efficaci. L’approccio scientifico sviluppato da Galilei è estremamente sofisticato perché è capace di fornire previsioni e perché è continuamente alla ricerca di discrepanze per fare crollare le “verità” accettate fino a quel momento. Noi scienziati facciamo di tutto per inglobare anche le osservazioni più minute in una nuova visione, più completa e sofisticata, e questo ci ha permesso di far avanzare enormemente la nostra conoscenza di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda. Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che siamo corpi materiali che interagiscono con altri corpi materiali. Affermare che l’intera realtà crollerebbe nel momento in cui ne perdessimo la percezione – se, per esempio, un grande asteroide colpisse la Terra e mettesse fine a ogni forma di vita – è un atto di arroganza. Di sicuro sparirebbe, con noi, anche la nostra visione del mondo, ma intanto chi ci garantisce che non ci siano altri “osservatori”? Ancora non abbiamo trovato prove inconfutabili, ma la probabilità che nell’universo si siano sviluppate altre forme di vita è assai elevata. Affermare che “nel momento in cui noi non osserviamo più, le osservazioni non sono più possibili, quindi la realtà e l’osservazione vengono a coincidere” può suonare come un atto di presunzione. È un’estrapolazione che personalmente non mi sento di fare.

Se anche sparisse il nostro sistema solare e persino la nostra intera galassia, il resto dell’universo non se ne accorgerebbe.

Continuiamo con l’ipotesi che un asteroide colpisca nuovamente il nostro pianeta, come quando si è arrivati alla fine dei dinosauri, e che tutto sparisca: si dovrebbe parlare di una catastrofe che riguarda questo spazio-tempo, cioè il nostro universo, o anche gli altri eventuali universi coesistenti?
Teniamo presente che il nostro sistema solare è una entità minuscola: nell’universo intero si contano circa 100 miliardi di galassie e nella nostra sola galassia 200 miliardi di stelle simili al Sole. Quindi la probabilità che esistano miliardi di sistemi solari e grandi quantità di pianeti situati nelle fasce abitabili è molto elevata. Quotidianamente si osservano nello spazio catastrofi cosmiche che interessano intere galassie, miliardi di stelle che vengono investite da enormi getti d’energia, potenti lampi gamma o altre forme di radiazione. Se una di queste catastrofi coinvolgesse il nostro pianeta o addirittura il nostro intero sistema solare, la faccenda sarebbe certamente molto grave per noi terrestri, ma del tutto insignificante sulla scala dell’universo e anche in quella della nostra galassia. Se anche sparisse il nostro sistema solare e persino la nostra intera galassia, il resto dell’universo non se ne accorgerebbe.

Come si diceva poco fa, non possiamo nemmeno escludere una catastrofe di portata globale che coinvolga l’intero universo tale da compromettere il vuoto elettrodebole: ciò porterebbe a una “transizione di fase”, un termine elegante che noi fisici usiamo per definire la rottura di simmetria con la trasformazione della materia in un’immane bolla di pura energia. L’universo potrebbe continuare a vivere anche in questa forma per miliardi di anni, ma non avremmo più né la Cappella Sistina, né le pesche che ora cominciano a maturare… Tutto questo sparirebbe. Se partiamo dal presupposto che il nostro amato angolino di spazio-tempo sia nato da una fluttuazione del vuoto non c’è motivo di pensare che questo stesso meccanismo non abbia dato origine a una moltitudine di altri universi. Secondo questa ipotesi, cosiddetta dei multiversi, il nostro sarebbe uno di una lunga schiera di universi con caratteristiche cosmologiche diverse l’uno dall’altro. Non abbiamo, per ora, alcuna prova scientifica che questa teoria sia corretta, pertanto si tratta ancora di una semplice congettura, e tuttavia risulta piuttosto plausibile e personalmente la considero molto intrigante.

Si può immaginare un non spazio- tempo? Sbaglio o voi quantistici immaginate anche il vuoto come una sorta di probabilità, che come il gatto di Schrödinger vivo e morto allo stesso tempo, può accadere o può non accadere?
Sì, è immaginabile l’esistenza di un non spazio-tempo. È quello che chiamiamo “stato di vuoto”, cioè un’entità fisica con un’energia minima che per le leggi della meccanica quantistica non può essere sempre nulla. Lo stato di vuoto fluttua intorno a un’energia nulla, saltando da un’energia positiva a una negativa e così via. A essere nulla è la media dell’energia. La nascita dell’universo sarebbe frutto di una fluttuazione quantistica del vuoto che, per motivi ancora poco chiari, ma riteniamo del tutto casuali, ha scatenato l’inflazione cosmica e il big bang. In altre parole, una delle tante infinitesime fluttuazioni che si creano nello stato di vuoto anziché richiudersi immediatamente si sarebbe improvvisamente espansa a una velocità spaventosa, assumendo dimensioni enormi. Dal vuoto si sarebbe originato lo spazio-tempo e insieme a questo la materia visto che lo spazio-tempo implica energia negativa dovuta alla gravità. Quindi è come se attraverso il meccanismo dell’inflazione dal vuoto nascessero insieme spazio-tempo, materia ed energia. Per tornare alla domanda, lo stato di non spazio-tempo non sarebbe altro che lo stato di vuoto.

Ed è per questo che assume così importanza la ricerca sulle onde gravitazionali primordiali…
Certamente. Le onde gravitazionali primordiali sono sottili increspature dello spazio-tempo previste dalla relatività generale che possono spiegarci esattamente il meccanismo dell’inflazione cosmica. Ma sono così deboli e infinitesimali che non si è ancora riusciti a rivelarle. Nel momento in cui con strumenti di rivelazione sempre più sensibili saremo in grado a catturarle, ci racconteranno l’origine stessa dell’universo. Quel giorno potremo ascoltare in diretta il racconto della nostra nascita.

luglio 2018



Dove nasce il senso del tempo? Nel cervello

Un viaggio alla scoperta del tempo come dimensione reale ed essenziale della vita

Intervista a Arnaldo Benini, professore emerito di neurochirurgia e neurologia, Università di Zurigo

Nel suo libro Neurobiologia del tempo (Raffaelo Cortina editore) scrive che il tempo è reale ed esiste, diversamente da quanto teorizzato da molti fisici da Einstein in poi, per i quali il tempo è relativo: ogni evento ha il suo tempo. Come conciliare le diverse concezioni del tempo?
La maggior parte dei fisici contemporanei sostiene che il tempo non esiste se non come quarta dimensione dello spazio. Non è facile capire che cosa significhi. Nemmeno Einstein ne era convinto. Spazio e tempo, per il sentire comune, sono contenuti della coscienza diversi, come sono diversi, in parte, i meccanismi nervosi che li creano. Tutti i fisici, da Newton in poi, negli scritti sul tempo, non si son mai chiesti che cosa il tempo sia e da dove venga. La domanda non si trova in nessun lavoro di fisica, nemmeno in quello, venduto a milioni di copie, di Stephen W. Hawking  A Brief History of Time. Il chimico premio Nobel Ilya Prigogine, nel suo La nascita del tempo si guarda dal chiederselo, e, per il fisico Carlo Rovelli, il succedere di passato, presente e futuro “si è rivelato falso”, e il mondo senza tempo è paragonabile “alla bellezza arida delle labbra screpolate delle adolescenti.”  In seguito al risultato di un’equazione i fisici sostengono che il tempo non esiste. Fino all’assurdità di Einstein, che scrive alla famiglia dell’amico Michele Besso, appena defunto, che è indifferente se è morto prima lui, perché prima e dopo sono “un’illusione testardamente tenace”, senza la quale, ci si consenta di commentare, la vita sarebbe il caos. Non tutti i fisici negano il tempo. Uno dei maestri della fisica quantistica, John S. Bell, ha scritto che “la meccanica quantistica, in circostanze sufficientemente critiche, potrebbe essere sbagliata (…) per la completa assenza, negli esperimenti esistenti, del fondamentale fattore tempo.” Il fisico Lee Smolin, studioso d’alto livello di fisica quantistica, sostiene che il tempo è reale e che nessuna nostra esperienza si avvicina al cuore della natura più della realtà del tempo. Diversi suoi colleghi lo considerano un visionario rompiscatole.

E se davvero il tempo non esistesse, come afferma la fisica quantistica?
Se i fisici avessero ragione, il mondo sarebbe, assicura uno di loro, come le labbra screpolate delle ragazzine. Simili risposte sono fanfaluche. Le neuroscienze hanno dimostrato, con dati sperimentali corroborati e confermati, che il tempo è un evento della coscienza creato da meccanismi del cervello. Quindi è reale. La risposta alla domanda che cosa il tempo sia, è venuta dalle neuroscienze a metà dell’ottocento, con dati sperimentali che sconvolsero uno dei pilastri della biologia. Allora era convinzione indiscutibile che il sistema nervoso, umano e degli animali, lavorasse ad una velocità tale da non poter esser misurata. Lo stimolo nervoso era simultaneo al suo effetto, ad esempio la contrazione di un muscolo. Nel libro Neurobiologia del tempo si parla a lungo della scoperta del tempo come meccanismo cerebrale e della sua realtà. La prova che il tempo è un meccanismo cerebrale, paragonabile a quello del linguaggio, fu il reperto quasi casuale di una ricerca, nel 1849, del non ancora trentenne biologo tedesco Hermann Helmholtz (che dal 1883 poté fregiarsi dell’onorifico von) sull’elettricità animale. Egli dimostrò che eventi fisici e mentali come muovere un arto, riflettere, percepire, reagire, ricordare, decidere, sono prodotti dal cervello che per realizzare ogni evento ha bisogno di un tempo di cui non siamo consapevoli, perché i meccanismi nervosi della coscienza non ne vengono informati. La simultaneità di stimolo ed effetto è un’illusione. Chiamò il tempo impiegato dal cervello per elaborare un evento, in francese, temps perdu, perduto per la coscienza e quindi per la memoria. “I pensieri”, scrisse von Helmholtz, “non sono veloci come il vento”, come ci sembra che siano. Il cervello fornisce ai meccanismi nervosi della coscienza il senso del tempo, manipolato fino all’annullamento a seconda delle circostanze. Ci furono poi molte riflessioni filosofiche e psicologiche sul tempo, ma nessuna ricerca sperimentale, perché il senso del tempo si può studiare solo sul cervello umano vivo. Fino alla visualizzazione cerebrale con l’elettroencefalografia, la tomografia assiale computerizzata, la risonanza magnetica nucleare, e le derivazioni elettriche corticali, ciò non era possibile. Lo studio neurobiologico del tempo fu ripreso negli anni ’60 del secolo scorso da uno dei protagonisti della ricerca neurofisiologica, il californiano Benjamin Libet. Egli dimostrò che fra qualsiasi sensazione (toccare, vedere, sentire, ecc.) e la coscienza di essa, cioè la percezione, passa circa mezzo secondo, impiegato dallo stimolo elettrochimico nervoso per arrivare all’area della sensibilità e per essere elaborato in varie aree del cervello e inoltrato ai meccanismi nervosi della coscienza nella parte frontale. Quando lo stimolo arriva ai centri della coscienza, cioè diventa cosciente, la risonanza magnetica e l’elettroencefalografia mostrano uno scoppio di attività frontale. Ma appunto dopo circa mezzo secondo, intervallo fra stimolo e consapevolezza di cui non siamo coscienti. Noi viviamo nel passato, perché del presente siamo coscienti dopo mezzo secondo. Le neuroscienze cognitive hanno poi scoperto quali sono i centri cerebrali che creano il senso del tempo e le sue manipolazioni, e le loro connessioni con i centri dell’affettività (il sistema limbico). Il tempo della vita, a differenza di quello degli orologi (entrambi creati dal cervello), cambia a seconda dello stato emotivo: un evento noioso dura più a lungo di uno che coinvolge ed esalta, anche se la loro durata per l’orologio è uguale. Se noi pigiamo un tasto e dopo un certo intervallo si sente un suono, il tempo soggettivo fra i due eventi è più breve di quello oggettivo. Esso è “compresso”. La compressione del tempo fra causa ed effetto, attuata spontaneamente dal cervello, facilita il senso della causalità. La compressione del tempo regola il rapporto della coscienza col mondo. Nonostante la mole di lavori sul cervello organo del tempo, i fisici non ne hanno preso conoscenza e continuano ad ignorarli. È una delle stravaganze più vistose della storia della cultura.

Dove e come nasce la coscienza del tempo?
Quando guardiamo l’orologio per sapere l’ora, diamo un valore numerico a che cosa? Quando lo riguardiamo per sapere quanto tempo è passato, che cosa è trascorso? Se ciò che è trascorso è misurabile, come si può dire che non esiste? Come si può sostenere che non esiste, perché escluso da un’equazione, uno dei tralicci fondamentali dell’esistenza individuale e universale? La coscienza del tempo è un  meccanismo nervoso trasmesso col genoma da una generazione all’altra e che matura quasi contemporaneamente ai centri della memoria, essenziali per la coscienza del passato. Già Immanuel Kant definiva il tempo la condizione a priori di ogni apparenza in generale” e von Helmholtz, studioso di Kant, localizzò l’a priori nel cervello, che crea il senso del tempo e lo manipola a seconda delle circostanze. I meccanismi nervosi del senso del tempo sono attivi anche durante l’incoscienza del sonno. Nel libro si riassumono le ricerche neuropsicologiche che corroborano quest’assunto. Un’ulteriore conferma della realtà e della natura nervosa del tempo viene dalla dimostrazione che tutti gli esseri viventi dotati di un sistema nervoso anche minuscolo (come api e formiche) hanno un senso del tempo, ovviamente non numerico, molto preciso. Nelle api, ad esempio, sarebbe ancora più preciso che nell’uomo: se in certi posti ogni dieci minuti vien messa acqua zuccherata, le api sono lì non un secondo prima e non un secondo dopo. L’evoluzione ha selezionato meccanismi del tempo fino a quello numerico umano, che comunque non è più preciso di quello di api e formiche.

Come spiegare la percezione diversa del fluire del tempo della persona anziana rispetto al bambino e all’adolescente?, del paziente con una malattia del cervello?
Lesioni cerebrali come tumori e ictus possono causare le alterazioni più diverse del senso del tempo fino alla sua scomparsa, ad ulteriore conferma che il senso del tempo è prodotto dal cervello. Le alterazioni del senso del tempo da malattie cerebrali possono compromettere molto l’esistenza. Circa il senso del tempo in bambini e anziani: a riprova dell’ambiguità di Einstein sul tempo, egli da un lato sosteneva che il tempo è un’illusione, dall’altra stimolava il grande psicologo dell’infanzia Jean Piaget a studiare lo sviluppo del senso del tempo nel bambino. Come studiare qualcosa che non esiste?  Sul senso del tempo nei bambini Piaget ha scritto uno studio memorabile. Iniziano ad esserne coscienti verso i 3-4 anni, col futuro prima del presente. Il bambino dice domani prima di ieri, perché ieri presuppone lo sviluppo dei centri della memoria, che non è sempre simultaneo con quello del tempo. L’accelerazione del senso del tempo trascorso nell’età avanzata è un fenomeno universale: dopo una certa età, il tempo passato sembra esser trascorso in un attimo, mentre quello della quotidianità rimane più o meno costante. Come ciò avvenga non è chiaro. Di tutto questo si parla nel libro.

Come vive lei il tempo come persona? E come medico neurochirurgo?
Sono da tempo in pensione dopo aver lavorato per decenni come neurochirurgo con un’intensità di cui non mi credevo capace. Non ho mai sentito il tempo come uggia e noia. All’inizio della specializzazione mi occupai di pazienti con lesioni cerebrali, uno dei sintomi delle quali erano alterazioni, anche gravi, del senso del tempo. Da quest’esperienza è sorto il mio interesse per il cervello organo del tempo. Assieme ad altri, anch’essi di natura medica, l’interesse continua e riempie il tempo.

luglio 2018


Cinquanta sfumature di tempo

Alla ricerca del tempo perduto guardando dentro di sé, dentro l’io spezzettato

Alberto Beretta Anguissola, francesista, docente e critico letterario

Nella letteratura il tempo ha spesso svolto un ruolo centrale, anche se non in tutti i periodi storici. Una delle differenze tra i vari classicismi e le visioni del mondo barocca o romantica o modernista sta nel fatto che per lo scrittore e per l’artista “classico” il tempo e lo spazio non modificano la sostanza della condizione umana. Questa è ritenuta sempre identica a sé stessa; mutano solo gli “accidenti”. Ma non è questa l’opinione dei “modernisti” che hanno dominato il ventesimo secolo. Nei primi decenni del novecento molti intellettuali percepirono un’“accelerazione della storia”. Daniel Halévy scrisse un libro che aveva proprio questo titolo. In effetti, chi allora visse per circa settant’anni vide mutare radicalmente, dall’infanzia alla vecchiaia, quasi tutte le abitudini di vita. Le nuove invenzioni si succedevano a ritmo incalzante, la geografia politica dei vari continenti si trasformava rapidamente. Pittura, musica e letteratura percorrevano strade inconsuete. La ricerca quasi ossessiva del “nuovo” aveva sostituito l’aspirazione alla “bellezza”. L’importanza decisiva del Tempo veniva quindi unanimemente riconosciuta. In questo senso, il tempo era  “ritrovato”.  Non  è  quindi un caso se in una delle opere letterarie più significative di quel periodo esso occupa il centro della scena. Mi riferisco al romanzo di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto.

In un imponente (e un po’ noioso) volume, Hans Robert Jauss, il celebre inventore dell’“estetica della ricezione”, ha cercato di definire quale fosse la concezione proustiana del tempo, ma 300 pagine non gli sono bastate perché una filosofia proustiana del tempo non esiste, ce ne sono almeno una cinquantina: cinquanta sfumature di tempo. Il tempo è innanzitutto per Proust, come per Baudelaire, il Nemico. Nell’ultima poesia dei Fiori del Male, esso è equiparato a un gladiatore che immobilizza con una rete gli avversari (cioè noi stessi) per sgozzarli meglio: è “il reziario infame”. Il tempo ci trascina poco a poco verso il nulla o verso la perdita graduale delle nostre facoltà, trasformandoci quasi in vegetali o semibruti. Il romanzo di Proust, dopo circa 4000 pagine, si conclude in modo contraddittorio. Prima, grazie ad alcune memorie involontarie, c’è un’improvvisa resurrezione del passato e quindi una vittoria contro questo tempo nefasto, una sorta di pregustazione dell’eternità, al di sopra della morte. Ma subito dopo, in un vasto salone, il protagonista ritrova amici e conoscenti. Siccome, per le sue malattie, è stato per molti anni assente dal “bel mondo”, quelle persone gli appaiono irriconoscibili, tanto sono invecchiate e quasi decrepite. Le signore e signorine, un tempo bellissime, somigliano ormai a orribili streghe rugose. Su tutti i capelli, un’abbondante nevicata imbiancante. È la rivincita del tempo, ed è forse  proprio questo  l’amaro  significato  di  quel  titolo: Il Tempo ritrovato. Il protagonista si era illuso di averlo sconfitto, di averlo “perduto”, ma in queste ultime pagine se lo ritrova davanti in tutta la sua devastante onnipotenza. Ad ogni modo, sia che vinca l’eternità, sia che trionfi il nulla, nel romanzo che il protagonista alla fine progetta di scrivere i personaggi saranno descritti come esseri a quattro dimensioni. Alle tre abituali se ne aggiungerà una quarta: il Tempo, che fa salire gli uomini su trampoli sempre più alti, finché prima o poi inevitabilmente cadranno.

Una filosofia proustiana del tempo non esiste, ce ne sono almeno una cinquantina: cinquanta sfumature di tempo.

È però anche vero che, proprio grazie a quei trampoli, la statura umana cresce, diventiamo  simili  a  giganti,  collezioniamo nuove e interessanti esperienze, la nostra vita acquista più sapore, più valore. Se il tempo fosse immobile o assente, un’eterna staticità renderebbe la vita grigia, senza sale. Solo il tempo ci fa vivere successivamente varie vite. A questo punto però c’è un bivio. Tale evoluzione avviene nella continuità di un unitario flusso di coscienza, in cui sensazioni, sentimenti, emozioni si mescolano e si fondono tra loro, come in una maionese ben fatta? (È questa la concezione del tempo come “durée”, come durata, che fu illustrata dal celebre filosofo Henri Bergson). Oppure si tratta di segmenti successivi, separabili l’uno dall’altro in modo da formare una catena di “io” giustapposti ma non fusi insieme, come a suo tempo aveva ipotizzato David Hume? Proust propende per la seconda ipotesi. L’io dei suoi personaggi è discontinuo, spezzettato in sequenze esistenziali che comunicano tra loro soltanto “per sentito dire”. Ogni singolo segmento di “io” muore per lasciare il posto a un nuovo “io”: la vita è un susseguirsi di morti e reincarnazioni. Il tempo è “perduto” proprio perché il segmento successivo è staccato da quello precedente e la memoria volontaria o cosciente non è in grado di ristabilire un collegamento efficace. Ce ne offre soltanto uno scialbo surrogato, a meno che non si verifichi quello strano miracolo che Proust chiama “memoria involontaria”. Con essa il segmento passato (e perduto) irrompe con violenza affettiva dentro il presente. È merito soprattutto di Georges Poulet aver smantellato un tenace cliché del proustismo: l’idea che il romanzo sia l’applicazione del pensiero di Bergson alla letteratura. Secondo Poulet, le due concezioni del tempo interiore – quella di Proust e quella di Bergson – sono radicalmente antitetiche. Così stando le cose, è difficile poter vedere un progresso nel trascorrere del tempo e nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza e poi alla cosiddetta maturità. Lungo questo tragitto, ogni pezzettino di “io” se ne sta per conto suo e non forma una storia unitaria con gli altri pezzettini. Quindi nessuna vera formazione è possibile. Ciò vale per il tempo interiore. Ma cosa pensava Proust a proposito del tempo esteriore o, se preferite, della storia? La storia è per lui, come per Hegel, la dialettica realizzazione dello Spirito Assoluto? Oppure è, come per Marx, la conflittuale ma inevitabile evoluzione verso una società giusta? Non direi proprio. È forse allora l’inarrestabile e degradato allontanamento da una  qualche età dell’oro in una prospettiva crepuscolare di tramonto dell’Occidente? Anche questo radicale pessimismo storico è estraneo alla visione di Proust. Dobbiamo allora  pensare che per lui la storia e il tempo lascino il tempo che trovano? Aderiva egli al metastoricismo di tanti filosofi “negativi” e, in particolare, di Arthur Schopenhauer per il quale gli avvenimenti, di per sé insignificanti, formano un alfabeto che consente di leggere l’immutabile idea di uomo? Certamente in gioventù Proust è stato un tifoso del pensiero di Schopenhauer ma credo che poi se ne sia allontanato. Concludendo, come dicevo all’inizio, è impossibile dire quale fosse esattamente la concezione proustiana del tempo perché, come ogni persona veramente intelligente, egli ha sempre cercato la verità, senza mai trovarla.

Ogni singolo segmento di “io” muore per lasciare il posto a un nuovo “io”: la vita è un susseguirsi di morti e reincarnazioni.

luglio 2018

L’ultima parola

Lo spreco razionale del tempo razionale

di Giuseppe Pontiggia

Ho conosciuto poco tempo fa, a un convegno, una esperta di tempo, ovvero del suo uso razionale nella vita di un individuo. Al mio subitaneo interesse per il problema – che non ho ancora risolto, ma me ne occupo da appena trent’anni – lei mi fece un esempio: noi non sappiamo distinguere tra impegni urgenti e impegni importanti e finiamo per dare la precedenza ai primi e posporre i secondi, mentre dovrebbe accadere il contrario.

È stato in quella occasione che ho constatato come si possa imparare perfino dagli esperti e la distinzione ha continuato ad agire nella mia mente, anche se non ancora nella mia attività. Per ricambiare il suo suggerimento prezioso, le chiesi se sull’argomento conoscesse le riflessioni di Seneca nelle Lettere a Lucilio.

“Le cercherò – mi rispose. – Ma non è un classico?”. Sarebbe curioso uno studio sull’uso della avversativa “ma” in casi come questo. Per rassicurarla, risposi che a Seneca per i manager Georg Schoeck aveva dedicato una antologia, estrapolando dalla medesima opera una raccolta di aforismi. Ricordavo di Seneca l’attacco memorabile, con i suoi accenti cupi e gravi: “Persuaditi di questa verità: una parte del tempo ci è strappata, un’altra ci è sottratta, un’altra ci sfugge. Ma la perdita più vergognosa è dovuta alla nostra negligenza. E se vorrai badarci, noterai che gli uomini passano la maggior parte della vita agendo male, molta parte senza agire, tutta la vita agendo in modo diverso da come dovrebbero”. Avevo cercato queste frasi nell’antologia, senza trovarle.

Le antologie ci deludono comunque: quando troviamo quello che cerchiamo, perché già lo conosciamo; e, quando non lo troviamo, perché manca. Ma Seneca è troppo inventivo perché, in qualunque parte lo si amputi, non riformi un tessuto vitale.

Però in quel caso si prendeva una vendetta occulta. Il suo antologista raccontava infatti di averlo saccheggiato per un anno, come redattore del bollettino di un club di manager; e aggiungeva che il successo lo avrebbe indotto a pubblicare una scelta, seguendo sempre il criterio della “attualità”. Ma è solo la inattualità che rende attuali quelle massime. Il tema che vi ricorre in modo ossessivo è l’uso del tempo. E tuttavia credo che in nessuna epoca, come nella nostra, il tempo libero sia diventato tempo coatto: quasi tutto dedicato al terzo o al quarto lavoro, che l’abulia del linguaggio continua a chiamare secondo.

Quanto alla vacanza, Seneca insegna a prendersela non dopo il lavoro, ma prima: magari per prolungarla.

Né bisogna dimenticare che un popolo come il romano, cui tutto si potrebbe imputare tranne la pigrizia, chiamava il lavoro negotium, ovvero interruzione dell’ozio (nec-otium) e stabiliva così, almeno linguisticamente, una priorità significativa.

Forse per questo l’antologia si rivolgeva ai manager. Ma vi siamo inclusi anche noi, strateghi di una vita di cui l’unica certezza è l’errore.

Dal libro
Le sabbie immobili
Bologna: Il Mulino, 1991

PERSUADITI DI QUESTA VERITÀ: UNA PARTE DEL TEMPO CI È STRAPPATA, UN’ALTRA CI È SOTTRATTA, UN’ALTRA CI SFUGGE. MA LA PERDITA PIÙ VERGOGNOSA è DOVUTA ALLA NOSTRA NEGLIGENZA.

E SE VORRAI BADARCI, NOTERAI CHE GLI UOMINI PASSANO LA MAGGIOR PARTE DELLA VITA AGENDO MALE, MOLTA PARTE SENZA AGIRE, TUTTA LA VITA AGENDO IN MODO DIVERSO DA COME DOVREBBERO.

METTI A FRUTTO OGNI MINUTO; SARAI MENO SCHIAVO DEL FUTURO, SE TI IMPADRONIRAI DEL PRESENTE. TRA UN RINVIO E L’ALTRO LA VITA SE NE VA.

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