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    Dai bandi alla pubblicazione

1 Ago 2018

Dai bandi alla pubblicazione

Quei ritardi evitabili della ricercaGiuseppe Traversa
L’attesa infinita per pubblicare i risultati della ricerca

Quei ritardi evitabili della ricerca

Tempi, continuità e specificità: i punti critici per la produzione e l’assimilazione di nuove conoscenze

Giuseppe Traversa, Centro di ricerca e valutazione dei farmaci, Istituto superiore di sanità, Roma

Come metteva in guardia John Ioannidis qualche anno fa, vi è una sproporzione sempre più evidente tra il tempo dedicato a scrivere progetti e quello speso alla conduzione della ricerca vera e propria. Uno dei ritardi della ricerca nasce proprio dalla trasformazione della figura del ricercatore, che idealmente dovrebbe spendersi nell’ideazione e nella produzione di nuova conoscenza, in quella di manager sempre più spesso occupato a gestirne gli aspetti economici e amministrativi. La questione centrale è che gli enti di ricerca stessi dovrebbero avere fondi sufficienti non solo per sostenere l’infrastruttura – stipendi, affitto, elettricità, scrittura dei progetti, ecc. – ma anche per condurre la ricerca, o almeno i progetti considerati più promettenti. In questo modo il ricercatore non avrebbe l’assillo di cercare risorse aggiuntive, perdendo così del tempo prima di avviare lo studio, e il sistema garantirebbe una continuità dei finanziamenti per la produzione di nuove conoscenze. I ritardi e la mancanza di continuità nei finanziamenti, oltre a rappresentare un esempio di inefficienza, minano la credibilità e solidità dell’intero sistema.

I tempi infiniti dei bandi

A rallentare ulteriormente i tempi della ricerca è quel periodo – in genere non breve, di un anno quando va bene, ma spesso di più – che intercorre dalla pubblicazione del bando al ricevimento di una risposta, e che è legato alle fasi di valutazione e di stesura del contratto di finanziamento. Durante questa attesa può avvenire che il ricercatore, dopo aver già perso uno o due mesi per scrivere il progetto di ricerca, decida di avviarlo comunque attingendo con degli escamotage ad altri fondi (se ne dispone) in attesa di ricevere il finanziamento. Questo però comporta problemi e grattacapi nelle rendicontazioni che a loro volta richiedono tempo.

Ci sono poi i casi limite, di cui in Italia abbiamo avuto esperienza con i bandi Aifa per la ricerca indipendente, che accumulano un ritardo tale da compromettere l’attualità del progetto iniziale. Per esempio, se i finanziamenti per una revisione sistematica che è oggi di interesse arrivano fra due anni è immaginabile che nel frattempo quella stessa attività sia già stata condotta e pubblicata da un altro gruppo in un’altra parte del mondo.

Una possibile via di uscita per prevenire questi irragionevoli periodi di stasi – a parte, sottolineo nuovamente, garantire un finanziamento continuo – sarebbe quella di pubblicare bandi circoscritti su quesiti di ricerca specifici cosicché l’assegnazione possa saltare tutti i tempi normalmente necessari per la conduzione di un bando indistinto. Con la formulazione di quesiti specifici, meglio se accompagnati da un solido razionale, si può verificare facilmente quale tra i progetti concorrenti sia in grado di dare una risposta accurata nel tempo più breve. Un esempio di quesito specifico, anche se non ne è poi scaturito un bando, l’abbiamo avuta in Italia con l’emergenza del multitrattamento Di Bella: la conduzione degli studi per la valutazione dell’efficacia del trattamento si è conclusa nell’arco di un solo anno, dal momento dell’approvazione da parte del parlamento e preparazione dei protocolli, alla conduzione di sperimentazioni cliniche di fase 2 fino alla pubblicazione dei risultati.

Alla ricerca della continuità

Nello stesso lasso di tempo in cui un bando di ricerca effettua la valutazione dei progetti si possono concludere degli interi studi osservazionali, oppure studi sperimentali di fase 1 o 2, ma non trial clinici comparativi che devono valutare per esempio l’esito clinico a lungo termine, magari su un ampio campione di pazienti. Quando i National institutes of health statunitensi finanziarono la Women’s health initiative erano consapevoli che sarebbero serviti tempi lunghi per raccogliere dati sugli effetti a lungo termine della terapia ormonale sostitutiva sugli infarti, sui tumori e sulle fratture. Si trattava di una terapia che ormai, reputata erroneamente una buona pratica clinica, veniva raccomandata di prassi a tutte le donne in post menopausa. Quando nel 2002 e 2003 sono stati pubblicati i risultati, erano passati oltre dieci anni dall’avvio dello studio. In questo caso, la specificità del quesito ha permesso di avviare uno studio mirato che ha poi cambiato una pratica clinica e l’aver garantito un finanziamento pubblico di lunga durata ha assicurato che la sperimentazione clinica potesse effettuarsi. Bisogna essere consapevoli che quando la ricerca richiede tempi lunghi per poter rispondere alle domande, viene quasi sempre a mancare un interesse commerciale a sostenere gli studi, ragion per cui insieme a un quesito specifico serve un finanziamento pubblico adeguato che assicuri la continuità degli studi di lunga durata.

Nel nostro paese i tempi della ricerca sono condizionati anche dalla difficoltà di garantire una continuità, con scadenze certe, nella pubblicazione dei bandi. Tutto ciò ha un impatto sulla programmazione ma anche nella capacità di avere a disposizione la garanzia di un finanziamento utile a sostenere le parti “strutturali” della macchina che produce ricerca. Poter contare su tempi regolari nell’uscita dei bandi riduce la necessità di “provarci” ad ogni costo, con l’idea che se si perde un treno chissà quando passa l’altro, e in aggiunta favorisce comportamenti virtuosi da parte di ricercatori che possono pianificare i loro progetti in rapporto alla probabilità di ricevere un finanziamento.

Serve un finanziamento pubblico adeguato che assicuri la continuità degli studi a lungo termine.

Gli insuccessi nella ricerca

Un’altra fonte di spreco di tempo nella ricerca sono gli studi interrotti e quelli che non arrivano alla pubblicazione. La probabilità che uno studio venga sospeso non è piccola, tuttavia sono poche, se non rare, le analisi che consentono di approfondirne i motivi: per capire, ad esempio, se lo studio è stato ideato troppo in grande o è stato difficoltoso ricevere l’approvazione dei comitati etici oppure se sono stati calcolati male i fondi necessari per portarlo avanti. Provare a capirlo aiuterebbe a migliorare il sistema. Dovrebbero poi essere oggetto di attenzione i casi in cui uno studio è stato concluso ma non è seguita alcuna pubblicazione, né sotto forma di rapporto né come articolo. Anche qui, assumendo che non esistano ricercatori che rinuncino volontariamente a una pubblicazione su una buona rivista internazionale, bisognerebbe indagare le ragioni.

Sarebbe inoltre utile che il pubblico investisse oltre che sui progetti di ricerca anche su iniziative che ne favoriscano la pubblicazione e divulgazione dei risultati. I tempi tra la produzione della conoscenza e la pubblicazione finale si allungano sempre di più. Per quanto la platea delle fonti capaci di recepire i risultati si sia moltiplicata, i tempi necessari per garantire una revisione accurata dei resoconti finali sono diventati un importante collo di bottiglia.

I tempi lenti

Lo studio Di Bella e la Women’s health initiative sono due esempi di studi risolutivi: il primo è servito a chiudere un’emergenza; il secondo ha fatto capire che la terapia ormonale sostitutiva non era la panacea. Però raramente uno studio e la conseguente pubblicazione rappresentano una svolta tale delle conoscenze da modificare la pratica clinica. Nella maggior parte dei casi, uno studio aggiunge un tassello di conoscenze. Ogni conclusione deve quindi essere letta con buon senso e con un approccio critico, avendo presente i margini di incertezza e la necessità di inserirla all’interno di una costante revisione dell’insieme delle conoscenze disponibili. Di norma, servono molti studi, nei diversi ambiti (dalla ricerca di base alla clinica) per accumulare evidenze sufficienti a raccomandare modifiche dei comportamenti. E per tutto questo, serve tempo.

Raramente un unico studio è quello che dà la svolta alle conoscenze.

luglio 2018


L’attesa infinita per pubblicare i risultati della ricerca

L’intervallo tra la submission di un articolo scientifico e la risposta dello staff editoriale

L’hotel JAMA è la base ideale per visitare le grotte di Postumia ma – quando una fotografi a della sua facciata imponente è apparsa su Twitter con l’insegna in bella vista – l’immagine non ha suscitato il desiderio di andare in vacanza in Slovenia ma una serie di reazioni sarcastiche: “Abbiamo provato a entrare ma siamo stati respinti alla reception” ha scritto David Powell. Al tweet dell’economista sanitario della Rand ha risposto quello di Keith Humphrey: “I due tipi all’ingresso stavano per dirmi di entrare ma una terza persona mi ha mandato via”. Michelle Keller, dell’università di Stanford, ha commentato di aver ricevuto cinque inviti a soggiornare se solo avesse versato 500 dollari. “Non ti hanno chiesto di cambiarti d’abito, abbreviare il soggiorno e provare di nuovo il mese dopo?”, ha chiesto David Atkins.

Le riviste scientifiche internazionali non godono di grande popolarità: in molti ne parlano male ma nessuno può farne a meno. Dal momento che – purtroppo – la loro principale funzione è quella di spazio e strumento dove si determinano le carriere professionali, la questione più discussa non è la maggiore o minore qualità dei contenuti, ma la farraginosità e lentezza del percorso di valutazione degli articoli. I punti critici sono principalmente due: complessità e lungaggine della procedura in generale e in particolar modo dei tempi della prima decisione, quella che dovrebbe permettere agli autori di sapere in breve tempo se in linea di massima l’articolo proposto può essere interessante per la direzione scientifica della rivista. Infatti, può capitare di dover aspettare settimane o addirittura mesi prima di ricevere una laconica email di rifiuto a firma della segreteria editoriale.

Come sappiamo, una volta che un articolo è giudicato almeno formalmente idoneo e coerente con lo scopo della rivista la segreteria editoriale lo inoltra ai revisori scelti sulla base di competenze e interessi professionali. I referee non sono retribuiti per questo impegno e il loro nome generalmente non appare, se non in generici ringraziamenti di fine d’anno: premesse che non contribuiscono a mettere il lavoro di referaggio in cima alla scala di priorità di ricercatori o clinici che non siano animati da senso di altruismo fuori dal comune [2]. Non si può non considerare, poi, che anche i revisori hanno i loro lavori da scrivere e pubblicare e che in generale l’ecosistema del medical publishing ha subito negli ultimi anni un progressivo appesantimento: rispetto a un tempo è enormemente aumentato il numero delle submission ed è molto più frequente che agli autori siano richieste minor o major revision. Ogni anno vengono dedicate alla peer review 15 milioni di ore solo per la revisione di articoli che saranno poi cestinati [1], solo restando a quelli proposti a riviste incluse nella banca dati Web of sciences.

I maggiori consumatori di peer review sono anche quelli che contribuiscono di meno all’insieme del processo. Dan Graur

Il business dell’editoria medico-scientifica porta con sé una crescita costante del numero di riviste (sarebbero oltre 28 mila e aumentano al ritmo del 3 per cento l’anno) e degli autori, ma non si può dire altrettanto per quello dei revisori: comprensibile, trattandosi di un impegno non particolarmente gratificante. È stato fatto notare che tanto più un autore è produttivo, tanto meno è disponibile ad agire da revisore per altri colleghi [3].

Per questo gli editori sono in difficoltà: scarseggiano i referee [4] e la preparazione inadeguata si traduce spesso in divergenze di pareri [5]. Le contromisure assunte dalle direzioni editoriali sono preoccupanti: “alcune riviste dicono di prevedere la peer review ma non lo fanno” ha intitolato l’Economist il 23 giugno 2018 [6] e il fenomeno non è trascurabile se è vero che oltre 400 mila articoli “accademici” ogni anno escono su riviste poco credibili. Più o meno, è il 6 per cento del totale della produzione scientifica internazionale. L’intervallo tra la submission degli autori e la risposta che giunge dalla rivista sarebbe del tutto fittizio: un tempo costruito ad arte dalla redazione per far credere che il percorso di valutazione sia stato completato.

Per rendere più rapido il processo di valutazione c’è chi ha proposto di retribuire i revisori. Tanti anni fa era la prassi anche al New England Journal of Medicine che riconosceva 5 dollari all’autore di ogni referaggio prima di sentirsi dire che quell’obolo avrebbe potuto tenerselo. Indagini informali ci dicono che meno di 100 dollari non motiverebbero nessuno e che, addirittura, un incentivo economico potrebbe finire col minacciare la qualità del lavoro del revisore. Completare una peer review potrebbe piuttosto rappresentare un titolo accademico non soltanto generico, “contando” ai fini dell’avanzamento di carriera. Le evidenze sono dunque contrastanti, ma uno studio sui revisori del Journal of Public Economics ha dimostrato una realtà che conoscono tutti: a prescindere da qualsiasi incentivo e qualunque sia la scadenza comunicata dalla rivista, il referee si mette al lavoro solo quando manca pochissimo tempo [7].

Se accorci la scadenza di due settimane riceverai la risposta in media due settimane prima. Ma nei fatti, qualunque sia la deadline, gran parte dei revisori si mette al lavoro poco prima di dover consegnare. — Ray Chetty

In definitiva, un’attesa di 14 settimane è troppo lunga. Gli autori donna sono più pazienti (o più abituate ad attendere?). Sottoporre un lavoro a una rivista è comunque un’esperienza frustrante [8] e si aggiunge ai tanti fattori che contribuiscono al burnout dei clinici e dei ricercatori. Servono soluzioni choc: come, per esempio, dare la possibilità di sottoporre contemporaneamente a più riviste lo stesso lavoro. La direzione con l’occhio più acuto e lo staff più rapido avrebbe la meglio.

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