• Background Image

    News & Updates

    Numero 6

28 luglio 2017

Le scelte per una sanità migliore

Quando le decisioni diventano una questione di responsabilità sociale – Intervista a Angelo Tanese
Il bisogno di nuovo management per la ricerca pubblica – Intervista a Francesco Ripa di Meana
Vaccinazioni: considerazioni e prospettive – Piero Borgia
Le decisioni della politica, del medico e del cittadino (e dei media…) – Antonio Clavenna, Maurizio Bonati

Quando le decisioni diventano una questione di responsabilità sociale

La mission di un’azienda sanitaria è costruire servizi migliori per i cittadini tenendo aperto uno spazio di ascolto

Intervista a Angelo Tanese, direttore generale Asl Roma1

Quanto un’amministrazione grande come un’Asl è libera di costruire un processo decisionale indipendente? Quali sono i limiti e quali invece le potenzialità?

Spesso le decisioni rappresentano l’elemento più debole delle nostre amministrazioni in quanto governate da processi troppo lenti, farraginosi e a volte contraddittori. In ogni caso le decisioni strategiche di un’azienda sanitaria, essendo strettamente collegate alla programmazione regionale e a una sostenibilità non solo economica ma anche di sistema, è impensabile che siano esito di un processo decisionale indipendente. Ritengo sia importante riflettere sul concetto di responsabilità più che di indipendenza. Dirigere un’azienda sanitaria significa prendersi la responsabilità di interpretare il proprio ruolo, assumendo decisioni che impattano sulla capacità di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini. Ma significa anche costruire il processo che consente l’attuazione delle decisioni prese. Ciò di cui il nostro paese ha bisogno sono amministrazioni responsabili, consapevoli e capaci di attuare delle politiche che impattano sulla qualità dei servizi per i cittadini. Per adempiere questo ruolo non serve la pretesa di essere indipendenti ma, al contrario, la capacità di costruire relazioni di cooperazione dentro e fuori l’azienda per raggiungere obiettivi condivisi. Un’amministrazione che pensa di decidere da sola – come qualche decennio fa, quando c’era il mito dell’amministrazione indipendente – è un’amministrazione non solo arrogante ma anche inefficace.

Dirigere un’azienda sanitaria significa prendersi la responsabilità di interpretare il proprio ruolo, assumendo decisioni che impattano sulla capacità di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini.

Le decisioni si concentrano spesso modulando l’offerta (nella direzione di un suo aumento o di una riduzione) per le prestazioni medico sanitarie. Non è possibile lavorare sulla domanda?

In sanità, tradizionalmente, le scelte sono state fatte sull’offerta: una volta i piani sanitari si facevano definendo quanti fossero i posti letto degli ospedali, ancora oggi spesso ci si concentra più sul volume delle prestazioni piuttosto che sulla qualità delle stesse. Si parla molto di governo della domanda ma alla fine si agisce più sull’offerta per maggiore semplicità. Sono però dell’idea che andrebbe superata la dicotomia tra offerta e domanda perché evoca una logica di mercato della produzione di prestazioni. La mission di un’azienda sanitaria dovrebbe essere quella di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini interrogandosi su quali processi assistenziali costruire secondo i principi di appropriatezza e qualità delle cure, e anche orientando il cittadino nella scelta. A mio avviso i processi assistenziali andrebbero ridisegnati in modo integrato governando sia la domanda sia l’offerta e inserendo il cittadino in un quadro ben definito per guidarlo verso una scelta informata e partecipata. Nel mondo sanitario è fondamentale che le strutture, soprattutto quelle pubbliche, costruiscano dei percorsi assistenziali basati sulle evidenze e su una relazione di fiducia con il cittadino piuttosto che su una logica di mercato, di equilibro tra domanda e offerta.

A suo avviso il cittadino deve essere orientato nelle scelte e decisioni e in questo contesto la comunicazione ha un ruolo principe. Qual è il valore della comunicazione ai cittadini per un’azienda sanitaria?

Prendiamo il caso delle vaccinazioni. Questo è un classico esempio in cui la questione di fondo non è tanto regolare domanda e offerta, bensì definire il ruolo della sanità pubblica nell’ambito della prevenzione: guidare i cittadini verso un percorso che non sia a ostacoli – con un difficile accesso alle prestazioni – e, nello stesso tempo, chiarire che una vaccinazione ritenuta necessaria per tutelare la salute della popolazione non è qualcosa che il cittadino può liberamente scegliere se fare o non fare. Quindi, serve costruire una maggiore consapevolezza del cittadino perché sia un soggetto non passivo ma protagonista nella capacità di generare salute e tutelarsi dai rischi. In quest’ottica il compito dell’amministrazione pubblica non è soltanto vaccinare la popolazione – quindi produrre prestazioni – ma è anche quello di chiarire, informare e aiutare il cittadino ad accedere a queste prestazioni. Si tratta in altri termini di costruire una relazione di maggiore fiducia tra istituzioni e cittadini. Ricollegandosi alla risposta alla prima domanda, la responsabilità sociale non è qualcosa di aggiuntivo ma piuttosto qualcosa di costitutivo della mission dell’amministrazione: bisogna far capire ai cittadini che le decisioni prese dall’amministrazione servono a produrre valore per i cittadini. In questo siamo ancora culturalmente in ritardo perché persiste tuttora da un lato l’idea che l’amministrazione pubblica sia un costo e dall’altro l’incapacità dell’amministrazione di dimostrare il valore che produce. Ritengo che oggi ci sia uno spazio importante per un’azienda sanitaria per chiarire quali sono i servizi che deve erogare e come erogarli in maniera qualitativa, appropriata, efficiente e accessibile. Saper comunicare questo ai cittadini diventa fondamentale. Va però considerato che una nuova logica di accountability dell’amministrazione impatta non soltanto sulla relazione tra cittadino e amministrazione ma anche sul ruolo e sulla motivazione degli stessi operatori sanitari nel nostro paese, che vivono anni di incertezza e di delegittimazione.

In questa comunicazione, perché sia bidirezionale, può avere un ruolo anche l’ascolto? In che maniera permettere che il fabbisogno di salute del cittadino venga ascoltato?

L’amministrazione non deve soltanto informare ma costruire una relazione che è fatta anche di ascolto e di dialogo, di critiche e disponibilità a rispondere alle critiche. Un’azienda come la nostra ogni giorno si confronta con problemi da affrontare subito − un centro prelievi che per un guasto informatico va in tilt, una apparecchiatura che si rompe, una richiesta di assistenza alla quale non riusciamo a dare una risposta repentina e adeguata o un caso di meningococco che solleva la paura di un’epidemia − per i quali diventa prioritario il supporto dei cittadini a una fruizione consapevole dei servizi e un rapporto stretto con il territorio. Sicuramente la rete o gli stessi social network sono strumenti di comunicazione efficaci per costruire uno spazio di ascolto che però non è così facile da attuare. Credo che dovremmo costruire un rapporto di scambio e di maggiore partecipazione con il territorio, perché i cittadini hanno bisogno di avere qualcuno che rappresenti il loro punto di vista, come le associazioni di volontariato, le organizzazioni civiche e le stesse amministrazioni municipali. Lo stesso discorso vale all’interno dell’azienda: noi siamo una comunità di 5600 operatori che, insieme al personale a convenzione e a altre forme contrattuali, arriva a 7500 persone. Anche in questo ambito non basta informare quali decisioni sono state prese ma serve anche comunicare il modo in cui sono state costruite tenendo aperto uno spazio di ascolto e di partecipazione. Dobbiamo accantonare l’idea meccanica dell’organizzazione in cui c’è qualcuno che decide e altri che attuano. Quello che serve è un’assunzione di responsabilità dell’amministrazione che deve dichiarare quali siano i propri principi, orientamenti e valori per costruire servizi migliori. Inserire in questo processo un ruolo attivo, sia degli operatori sia dei cittadini, è cosa diversa dall’interpretare il ruolo in maniera autoreferenziale pensando che sia sufficiente far sapere cosa è stato scelto. La comunicazione bidirezionale che costruisce un percorso è oggi una condizione per il successo, quindi non possiamo prescinderne.

Quale ruolo dovrebbe avere la formazione degli operatori sanitari nell’implementazione delle decisioni della direzione generale?

In sanità ci confrontiamo quotidianamente con nuovi problemi e nuove soluzioni, come nuovi dispositivi, nuovi farmaci e nuovi modelli organizzativi. Quindi la formazione diventa essenziale per stare al passo con il cambiamento. Tuttavia ritengo che la formazione non consista solo nell’aggiornamento tecnico o comunque nella tradizionale attività in aula ma richieda anche una partecipazione attiva, attraverso il dialogo e il confronto, ai processi di cambiamento all’interno dell’organizzazione di cui si fa parte. Per una crescita culturale delle competenze e delle conoscenze è nostra responsabilità costruire organizzazioni all’interno delle quali il singolo si sente valorizzato per il ruolo che occupa ed è favorito nel mettere in pratica il nuovo. Sono del parere che la formazione non possa essere sganciata dall’attività quotidiana ma debba essere fortemente integrata in un percorso di sviluppo organizzativo.

Il recente processo di aggregazione delle Asl come impatta sul processo decisionale quotidiano? È un limite o un’opportunità?

Per me è una grandissima opportunità perché ritengo che l’aggregazione in un’unica azienda più grande genera maggiore efficienza e riduzione dei costi per quelle che vengono tecnicamente chiamate “economie di scala”. Ma la dimensione più grande consente anche di allocare meglio le risorse per costruire sistemi sanitari meno frammentati, servizi più integrati e una risposta più omogenea e più equa ai cittadini sul territorio. Le unità sanitarie locali in Italia erano più di 650 e il 20 per cento copriva un territorio con meno di 50mila abitanti. Il Sistema sanitario nazionale è stato una grande risposta a una domanda di universalismo di accesso alle cure ma il modello è stato inadeguato in termini organizzativi perché ogni singola unità sanitaria locale ha pensato di costruire un contesto autonomo se non autarchico. Oggi è impensabile che un’azienda sanitaria possa decidere da sé se aprire una cardiochirurgia o quanti posti letto avere: serve una visione più centralizzata, più governata, più coerente. Quando si ha una marcata frammentazione, ogni singolo territorio tende a essere ridondante, e non è detto che mettendo insieme tante autonomie si dia una risposta ottimale ai cittadini. Avere invece una visione complessiva dell’offerta ci consente di ripensare un sistema sviluppato in maniera più rispondente ai bisogni della popolazione. Potremmo avere un eccesso di offerta in alcuni ambiti con strutture sanitarie vuote e una carenza in altri ambiti. Una dimensione più grande, secondo me, consente – è quello che stiamo provando a fare nella Asl Roma1 – una rete di offerta più rispondente ai bisogni dei cittadini. Il problema è governare un nuovo modello organizzativo con culture amministrative e gestionali in parte ancora vecchie. Serve quindi un rinnovamento culturale per organizzare queste grandi aziende in modo da gestire in maniera efficiente le risorse e un assetto di offerta dei servizi pienamente rispondente ai bisogni del territorio.

luglio 2017


Il bisogno di un nuovo management per la ricerca pubblica

Dai progetti europei ai rapporti con il privato garantendo trasparenza e autonomia degli Irccs

Intervista a Francesco Ripa di Meana, direttore generale Istituti fisioterapici ospitalieri di Roma, presidente Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere

Oggi le decisioni in sanità in termini di acquisizioni di innovazioni e di cambiamenti organizzativi diventano sempre più complesse e vincolate ai contesti regionali e nazionali. In che modo il direttore di una struttura sanitaria che persegue finalità di ricerca, qual è un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), si mette in relazione con gli altri decisori ai diversi livelli?

Gli Irccs sono strutture del Sistema sanitario regionale (Ssr) che hanno l’opportunità di essere legati al Ministero della salute ma fuori dall’influenza dell’università, e rappresentano così un avamposto delle regioni verso l’innovazione. Pertanto, se ben interpretato, il ruolo del direttore generale in questo contesto è già di per sé una situazione di vantaggio nella decisione di introdurre o meno una nuova tecnologia o un cambiamento organizzativo. Per esempio, gli Istituti fisioterapici ospitalieri (Ifo) potranno diventare il secondo centro italiano di adroterapia, la nuova frontiera della radioterapia per il trattamento di tumori radioresistenti. In questo caso il processo decisionale comporta trovare una mediazione tra l’interesse locale e l’interesse nazionale di disporre di un’apparecchiatura molto costosa la cui disponibilità sarà limitata a pochi centri. Il ruolo del direttore generale diventa dunque quello di mediatore in una dinamica in cui l’interesse del management non è confinato esclusivamente all’ospedale, in quanto orientato di default all’assistenza, ma si estende sempre più anche alla ricerca e all’innovazione, occupando una posizione privilegiata. Non è un caso che la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) svolga di fatto un servizio al paese quando forma un gruppo di aziende sanitarie impegnate nelle ricerca al fine di capitalizzare le best practice, anche solo amministrative, sulla sperimentazione clinica, al fine di accelerare i tempi della ricerca clinica. Lo svolge in quanto interpreta un’esigenza manageriale. Ha ben presente il problema della tempestività delle scelte, ma anche la scarsa efficacia di obblighi amministrativi per eseguire le decisioni. Si tratta di un’esigenza diffusa: il direttore generale deve mettere al servizio della ricerca la capacità di prendere decisioni complesse, come il direttore scientifico deve cogliere l’opportunità della capacità manageriale del direttore generale per affrontare la complessità e le specifiche difficoltà della gestione della ricerca.

Un Irccs come gli Ifo è facilitato dalla sua attività di ricerca o ne è in parte ostacolato? In altri termini, l’innovazione che arriva prima qui che altrove è un vantaggio in termini di governance e di efficienza nelle decisioni finali o rappresenta un maggior carico per l’esposizione anticipata ai costi?

Il problema dei costi lo si governa sempre, è il nostro lavoro. Di certo la ricerca rappresenta un maggior carico manageriale per il direttore generale di un Irccs. Ma l’inserimento dell’innovazione che essa comporta costituisce anche una grande sfida. Per esempio, l’introduzione del robot Da Vinci agli Ifo potrebbe offrire un’importante opportunità di riflessione e non presentarsi soltanto come uno dei tanti problemi manageriali. La gestione dell’innovazione tecnologica è anche un’occasione per ragionare più a fondo e su basi scientifiche: prendere questo tipo di decisioni negli Irccs deve avere delle ricadute sul sistema sanitario nel suo complesso.

Il direttore generale deve mettere al servizio della ricerca la capacità di prendere decisioni complesse.

In che modo un’istituzione come gli Ifo può esercitare un ruolo di mediatore delle informazioni delle nuove terapie che viaggiano tra lo specialista e il paziente?

Per una struttura come gli Ifo che unisce due importanti Irccs romani − un istituto oncologico prevalentemente chirurgi co e un istituto dermatologico – il coinvolgimento nella relazione comunicativa con gli utenti è scontato e necessario. Spesso siamo chiamati, come garanti di un’informazione corretta, a lottare contro la banalizzazione di temi di salute e le fake news. Il problema del management è garantire questa funzione in quanto garante di un’istituzione pubblica. Ma in realtà l’Irccs non dispone di specifici strumenti per comunicare all’esterno le ragioni per cui, ad esempio, ha deciso di inserire una nuova tecnologia nel proprio ventaglio operatorio. Sono più le aziende che producono e commercializzano queste innovazioni, e quindi il mercato, a mediare l’informazione verso i cittadini. E sul farmaco, analogamente, se ne occupa l’Aifa discutendo con l’industria. Noi, spesso, rappresentiamo solo una piattaforma di ricerca, senza condividere i vantaggi della scoperta, che resta di proprietà di chi ha fatto la sperimentazione e non viene condivisa. La socializzazione con altri professionisti del sistema e con gli utenti è un obiettivo che fino adesso non ci siamo posti adeguatamente.

Fonte dati Ircc: La ricerca sanitaria in Italia 2016 – www.statigeneraliricercasanitaria.it

Ai fini delle attività decisionali di un Irccs, qual è il tipo di ricerca (di base, traslazionale, organizzativa) che richiederebbe un maggior supporto economico da parte del Ministero della salute?

Gli Irccs sono inseriti in un processo di cambiamento, anche al loro interno, molto importante. L’entrata effettiva del management negli enti di ricerca, con un ritardo di sette, otto anni rispetto alle aziende sanitarie, sta cominciando a dare i suoi frutti specie nelle scelte strategiche degli enti. Nel contempo sono cambiati i finanziatori: rispetto al passato il Ministero della salute è uno sponsor di sempre minore importanza, rappresenta uno dei tanti enti da cui può giungere supporto. Parte dei finanziamenti viene dall’Unione europea attraverso progetti gestiti dalle regioni che stanno prendendo un peso enorme nel collocamento degli Irccs più importanti nel panorama della ricerca. Per gli Irccs i grandi progetti europei rappresentano una fonte di finanziamento molto rilevante e piena di promesse per il futuro ma che impone nuove modalità di approccio e di rapporto con i privati. Per esempio, l’Unione europea richiede sempre dei partner industriali nei progetti, il che comporta un cambiamento nel nostro rapporto con questi soggetti.

Con la novità dei grandi progetti europei e di una nuova relazione controllata col privato e con la presa d’atto del costo d’infrastruttura, si sta delineando la necessità di una nuova figura del decisore manageriale.

Cioè, se noi siamo una piattaforma tecnologica neutrale che può essere usata per fare ricerca di base e di fase uno, quali sarebbero le garanzie di non sudditanza al privato se offrissimo i nostri servizi al mercato? Cresce di importanza, quindi, la necessità di una cultura manageriale pubblica nelle nostre strutture, anche per il rilievo sempre maggiore che assume la piattaforma di governo strategico e di gestione della ricerca: questa voce rimane un costo totalmente coperto dalle regioni attraverso i fondi formalmente destinati all’assistenza ma che dovrebbero essere esplicitati come un investimento della regione alla ricerca. Se ne prendessimo palesemente atto, questo investimento potrebbe rappresentare, insieme alle spese correnti del Ministero della salute e insieme a tutti gli overhead dei progetti, quello zoccolo duro a supporto di un’infrastruttura fissa di  ricerca che ha bisogno di essere reso stabile. La vita degli Irccs non può essere totalmente affidata alla provvisorietà dei fondi di ricerca finalizzata. Quindi, con la novità dei grandi progetti europei e di una nuova relazione controllata col privato e con la presa d’atto del costo d’infrastruttura, si sta delineando un nuovo scenario che potrebbe aprire una nuova fase in cui si rende evidente la necessità di una figura del decisore manageriale per quantificare queste risorse e la loro finalizzazione, per scegliere le priorità sulle quali impegnarsi, per garantire trasparenza e capacità di autonomia dell’ente in un contesto di interesse pubblico.

Occorre che la parte scientifica apra le porte al management e che il management risponda alle necessità di rendere fattibili le decisione sulla ricerca.

Quanto deve cambiare in questo contesto la figura del manager della ricerca che si distingue dal ricercatore e da chi fa assistenza?

Oggi la ricerca dei finanziamenti non spetta più al singolo grande luminare oppure al classico accademico di una volta ma alla squadra di ricercatori. C’è bisogno di liberare queste équipe da possibili interferenze gerarchiche e credo che il manager abbia prima di tutto il compito di organizzare le centinaia di persone che fanno ricerca per guidarle a essere sempre più forti nella competizione, pur garantendo il rispetto delle regole del pubblico. È un compito in più per il direttore generale di un Irccs ma anche per il manager di un’azienda territoriale sanitaria perché la ricerca si fa in ogni parte del sistema sanitario. Anche in questo contesto c’è bisogno di un cambiamento e di un’evoluzione nei ruoli e nelle relazioni. Negli Irccs è necessario che i direttori scientifici si relazionino con più fiducia con noi manager facendosi artefici di visioni del futuro dell’ente, garantendo insieme la capacità di competere con i grandi enti internazionali che sono da tempo gestiti in modo manageriale. Occorre che la parte scientifica apra le porte al management e che il management risponda alle necessità di rendere fattibili le decisione sulla ricerca: è necessario per trovare delle soluzioni, perché altrimenti non saranno le reti di ricercatori ma i “consulenti”, magari esterni al perimetro pubblico, a guidare la competizione.

luglio 2017


Vaccinazioni: considerazioni e prospettive

È necessario che i vaccini siano obbligatori? E come decidere quali inserire nel decreto?

Piero Borgia, epidemiologo

Nessuno può discutere la grande e stradimostrata efficacia dei vaccini nel prevenire molte malattie, a parte alcuni fanatici di sette che propagandano teorie ascientifiche e del tutto inconsistenti. Sta di fatto che la diffidenza verso i vaccini si è diffusa e che istituzioni, comunità scientifica, professionisti della sanità non sono stati in grado di limitare la misura di tale fenomeno.

Questo problema ha spinto i governanti a un passo molto drastico: rendere obbligatori dieci dei dodici vaccini previsti nel piano nazionale. L’obbligatorietà non va considerata come una violazione delle scelte individuali sulla propria salute, si tratta piuttosto di uno strumento diretto alla protezione della popolazione, così come si vigila sulla qualità dell’acqua che beviamo e dei cibi che mangiamo o sul tasso alcolico di quando ci mettiamo alla guida.

Tale protezione si compone di due obiettivi centrali.

  1. Il tentativo di eradicare alcuni agenti patogeni che affliggono l’umanità. Ci vacciniamo per esempio contro la polio, anche se da molti anni in Italia non ci sono più casi, poiché in alcune aree del mondo il virus continua a colpire e la vaccinazione è ancora necessaria finché l’Organizzazione mondiale della sanità non annuncerà che la polio è stata eradicata dal pianeta. Non può sfuggire che la sparizione dal mondo di virus che provocano malattie invalidanti e mortali sia una conquista enorme per la salute di tutta la popolazione del pianeta Terra.
  2. L’immunità di gregge. In molti hanno appreso di recente il significato di questa espressione. Invece è l’argomento principale per convincere i restii a vaccinarsi e a vaccinare i propri figli. Qualcuno lo sta capendo ora, in seguito al grande risalto mediatico generato dal caso del bambino leucemico contagiato da persone non vaccinate e morto per le complicanze del morbillo. Un evento simbolico, avvenuto in un momento particolare in cui è accesa la discussione sulla legge, fa capire alla gente l’importanza dell’immunità di gregge e, forse, riesce ad abbattere delle barriere ideologiche. Tuttavia occorreva che l’informazione e l’abbattimento delle barriere fossero molto precedenti, poiché si sa bene che casi come quello del bambino non sono per niente una novità e che morti di morbillo ce ne sono stati anche fra bambini precedentemente in ottima salute (ovviamente anche loro contagiati da non vaccinati).

Le resistenze verso questi argomenti comunque sono comprensibili. Banalizzando qualcuno si chiede: “Per la vaga possibilità di proteggere qualche immunodepresso nell’improbabile caso che entri in stretto contatto con mio figlio, devo io metterlo a rischio di qualche danno?”.

La scienza è imperfetta, a volte controversa, ma non esiste alcun riferimento migliore per guidare le nostre decisioni in tema di salute.

La scienza, che studia l’effetto delle numerose vaccinazioni in atto in tutto il mondo, ci dice che esiste una notevolissima probabilità che i vaccini difenderanno i nostri figli dalle malattie che combattono, e una bassissima, infinitesimale, probabilità che essi provochino un danno serio. La scienza è imperfetta, a volte controversa, ma non esiste alcun riferimento migliore per guidare le nostre decisioni in tema di salute.

Ciò detto, a chi scrive non piace molto l’obbligo per i vaccini. Ho seguito con interesse il tentativo della Regione Veneto di abolire l’obbligatorietà. Sono molto più favorevole a una politica di informazione, di educazione, di condivisione e non simpatizzo per provvedimenti che limitino il diritto all’istruzione. Ma questo non è il momento di seguire le proprie simpatie e le proprie ideologie. In Italia c’è un problema reale di malattie che se non prevenute sono in grado di causare gravi danni, e la disaffezione in atto verso le vaccinazioni è molto rischiosa e va sicuramente affrontata. In questo momento, quindi, l’obbligo appare una misura sgradevole ma in parte necessaria. La sua necessità è riferibile ai seguenti punti:

  • è necessario per superare le resistenze dettate da timori infondati,
  • è necessario per abbassare drasticamente la probabilità che i soggetti fragili vengano contagiati sviluppando malattie molto pericolose nella loro condizione,
  • è necessario per quelle malattie per cui l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito perseguibile l’eradicazione,
  • è un rimedio, magari provvisorio, per vaccinazioni raccomandate la cui copertura è subottimale e continua a scendere. Proviamo ora a esaminare il decreto e l’opportunità di rendere obbligatorie le vaccinazioni del piano nazionale.

Tetano, difterite, polio ed epatite B. Si tratta di vaccinazioni che sono obbligatorie da qualche tempo: non è certo questo il momento di toccarne l’obbligatorietà (tetano compreso, che non rientrerebbe nelle categorie considerabili per l’immunità di gregge). A questi va aggiunta la pertosse da tempo inserita in cosomministrazione con tetano e difterite, che risponde quanto meno al secondo dei criteri citati sopra.

Morbillo, parotite e rosolia. La vaccinazione è assolutamente da considerarsi idonea per l’obbligatorietà per tutti e quattro i motivi espressi sopra.

Meningiti. Oggi la meningite è combattuta da diversi vaccini: antimeningococco B, antimeningococco C, anti-Hib (Haemophilus influenzae) e antipneumococco. I primi tre sono inclusi nel decreto, riguardo all’antipneumococcica ci sono pressioni di alcune società scientifiche per la sua inclusione. Qui qualche perplessità sulla congruità di tali vaccinazioni con i quattro criteri che ne dovrebbero determinare l’obbligatorietà esiste, e tale dubbio è stato in parte colto dal legislatore. Le meningiti, infatti, sono una malattia rara. Quelle da Haemophilus sono addirittura rarissime, quelle da meningococco sono molto poco contagiose, quelle da pneumococco sono provocate da una quantità enorme di sottotipi del batterio di cui il vaccino combatte solo una parte. Certo l’obiezione a tutto ciò è che le meningiti sono una patologia gravissima. Ovvio, ma la scelta può essere individuale, visto che sono discutibili i requisiti che ne imporrebbero l’obbligatorietà.

Varicella. Al contrario delle precedenti è meno importante per la protezione individuale, ma diventa invece piuttosto rilevante per l’immunità di gregge. Infatti, si tratta di una patologia generalmente di modesta gravità e con rare sequele, ma molto contagiosa e, in caso di epidemia, molto insidiosa per gli immunodepressi. Sembrerebbe strano considerare più idonea all’obbligatorietà la vaccinazione antivaricella che quella antimeningite. Tuttavia, se riconosciamo che i quattro principi citati dovrebbero ispirare la decisione di rendere obbligatoria una vaccinazione, non ci sono molti dubbi.

Sulla base di queste schematiche considerazioni, si possono trarre alcuni spunti per orientare le scelte di sanità pubblica. Un primo spunto è che andrebbe di molto potenziata l’opera d’informazione ed educazione sui vaccini, non solo tramite enunciazioni programmatiche negli atti e rimando alla buona volontà degli operatori, ma con supporto materiale di mezzi, personale e interventi articolati in ambito sociale oltre che sanitario: l’obbligatorietà deve essere un provvedimento provvisorio accompagnato da un’azione di più lungo periodo di educazione in grado di accrescere nella popolazione la fiducia nella scienza e nelle istituzioni sanitarie e di ridurre l’arroccamento irrazionale a difesa dell’individualità e a scapito della collettività. Inoltre, sarebbe indispensabile considerare complessivamente l’impatto che genera un provvedimento così rilevante.

Oltre ai ragionamenti centrali sull’efficacia non bisogna tralasciare: l’impatto psicologico, gli aspetti organizzativi (con le risorse disponibili i servizi oggi non sono in grado di attuare il piano vaccinale), la sostenibilità economica (reperimento dei fondi e corretta gestione delle risorse).

È necessario valutare a fondo tutti questi aspetti se vogliamo che le disposizioni di legge rispondano a criteri rigorosi e siano giustificabili razionalmente di fronte a tutti i cittadini, qualunque siano i loro valori, le loro opinioni o le loro ideologie, eliminando il sospetto di star solo facendo l’interesse dei produttori.

luglio 2017


Le decisioni della politica, del medico e del cittadino (e dei media…)

Antonio Clavenna e Maurizio Bonati, Dipartimento di salute pubblica, Irccs – Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, Milano

Il 2017 potrebbe essere ricordato come l’anno dell’obbligo vaccinale, anche se il processo di intensificazione delle misure coercitive, nato in risposta alla diminuzione delle coperture vaccinali, è iniziato prima: nel novembre 2016 la Regione Emilia-Romagna aveva introdotto l’obbligo delle vaccinazioni contro difterite-tetanopertosse ed epatite B per l’accesso ai nidi e ai servizi per l’infanzia, e il comune di Trieste aveva approvato un provvedimento simile estendendo l’obbligo anche alle scuole per l’infanzia. Successivamente altre regioni hanno iniziato a discutere l’introduzione dell’obbligo per l’accesso ai nidi (per esempio, Marche, Toscana, Puglia e Lombardia), finché il 7 giugno è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 73 “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” che considera un aumento da 4 a 12 delle vaccinazioni obbligatorie, introduce l’obbligo vaccinale per l’accesso a nidi e scuole per l’infanzia, e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative (fino a 7500 euro) per i genitori che rifiutano la vaccinazione per i propri figli. La decisione della politica a livello nazionale e di molte regioni è stata, quindi, orientata all’inasprimento delle misure coercitive.

Nel 2014 il gruppo di esperti chiamato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a redigere un rapporto sull’esitazione vaccinale, pur riconoscendo che in alcuni paesi l’obbligo ha contribuito a un aumento delle coperture, raccomandava di valutare con grande attenzione e cautela l’introduzione di misure coercitive che possono avere conseguenze negative, tra queste minare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e degli operatori sanitari [1].

Il punto cruciale non è l’obbligo

Tra le raccomandazioni del gruppo di esperti troviamo: “Addressing vaccine hesitancy within a country and/or subgroup requires an understanding of the magnitude and setting of the problem, diagnosis of the root causes, tailored evidence-based strategies to address the causes, monitoring and evaluation to determine the impact of the intervention and whether vaccine acceptance has improved, and ongoing monitoring for possible recurrence of the problem” [1].

Comprendere l’entità del problema, identificare le cause profonde, attuare strategie su misura basate sulle evidenze, monitorare e valutare l’impatto dell’intervento e se l’accettazione dei vaccini è migliorata: è stato fatto o si farà?

Nel dibattito pubblico non è stata esplicitata alcuna di queste valutazioni, a partire dall’analisi della riduzione delle coperture vaccinali, che è stata generalizzata a un calo allarmante in grado di far ricomparire malattie eliminate da tempo, nonostante la riduzione della percentuale di vaccinati fosse consistente solo per alcune vaccinazioni, come il morbillo (da 90,6 a 85,3 per cento tra il 2012 e il 2015), per il quale il problema è però rappresentato dal mancato raggiungimento e mantenimento del 95 per cento di vaccinati più che dal calo in sé. Per le quattro vaccinazioni obbligatorie la diminuzione è stata meno rilevante (da 96,1 al 93,4 per cento) e le coperture, pur ridotte, erano comunque sufficienti a evitare il verificarsi di epidemie; per altre ancora (meningococco) si osservava, invece, un aumento nel tempo del ricorso alla vaccinazione. Non è stato, inoltre, considerato il fatto che le coperture a 36 mesi indicavano un recupero nella percentuale di vaccinati e che i dati del 2016 mostravano un arresto se non un’inversione di tendenza (morbillo) del calo.

Le scelte politiche spesso hanno un orizzonte temporale breve e richiedono risultati visibili in breve tempo.

Con l’unica eventuale eccezione del morbillo (emergenza cronica e nota da tempo), non si trattava quindi di una situazione di urgenza ma, al contrario, c’era il tempo necessario per valutare possibili strategie orientate alla comunicazione, al coinvolgimento, alla persuasione. Ma le scelte politiche spesso hanno un orizzonte temporale breve e richiedono risultati visibili in breve tempo.

L’esitazione vaccinale è un fenomeno complesso, ed è errato ritenere che tutti i genitori che non vaccinano lo fanno perché contrari alle vaccinazioni. Stando alle indagini condotte anche in Italia, i veri e propri anti-vaccini rappresentano circa il 3 per cento dei genitori, mentre una quota più ampia (10-15 per cento) è costituita dagli esitanti, genitori che nutrono dubbi e timori, che ritardano le vaccinazioni e/o le effettuano solo in parte, che potrebbero essere persuasi attraverso l’ascolto e la rassicurazione [2]. Vi sono, poi, genitori che faticano ad aderire alle indicazioni del calendario vaccinale per problemi di tipo organizzativo, legati anche all’accesso ai servizi.

Da questo punto di vista, l’obbligo vaccinale appare una risposta semplicistica, che sembra ignorare una complessità che richiede invece interventi multimodali (“There is no single intervention strategy that addresses all instances of vaccine hesitancy” è un’altra raccomandazione degli esperti sulla vaccine hesitancy dell’Oms, 1).

Le misure coercitive comportano alcuni rischi:

  • ridurre una fiducia già compromessa verso i medici e le istituzioni, come sottolineato dagli esperti dell’Oms [1],
  • polarizzare maggiormente le posizioni e le contrapposizioni (accrescendo la confusione) e aumentare i contenziosi,
  • spostare i genitori esitanti verso una maggiore contrarietà [3].

Anche in questo caso, nel dibattito politico è mancata la valutazione delle possibili ricadute negative, che potrebbero avere effetti a lungo termine e non solo sull’accettazione delle vaccinazioni. Inoltre, abbiamo documentato sulla base dei dati Istat, effettuando una simulazione sulla base dei dati della Regione Emilia-Romagna, che l’obbligo per l’accesso ai nidi nella situazione italiana sembra avere un impatto modesto se non irrilevante, lasciando una quota di bambini dai zero ai tre anni non vaccinati e con il rischio concreto che si creino nidi frequentati da soli non vaccinati, che potrebbero rappresentare piccoli focolai epidemici [4].

In generale, nella decisione di inasprire le misure coercitive e di introdurre l’obbligo per nidi e scuole dell’infanzia è mancato il rendere conto in maniera trasparente ai cittadini:

  • delle motivazioni del provvedimento,
  • degli obiettivi,
  • delle priorità,
  • della strategia complessiva,
  • della valutazione dell’impatto sull’organizzazione scolastica e dei servizi vaccinali,
  • dei risultati attesi,
  • del monitoraggio.

Il provvedimento adottato non fa riferimento alla vaccinazione degli adulti, che per le malattie a elevata contagiosità (morbillo, parotite) è essenziale per garantire il controllo o l’eliminazione e per garantire la tutela dei più vulnerabili; in mancanza di un obbligo per gli operatori sanitari rischia di rendere poco accettabile quello per i genitori.

Alla ricerca delle motivazioni della scelta

Anche la scelta dei vaccini obbligatori non appare adeguatamente motivata. Sono stati inseriti 12 dei 14 vaccini previsti dal Piano nazionale per la prevenzione vaccinale 2017-2019 per l’infanzia. Vaccini differenti tra loro, in termini di efficacia, di durata della copertura, di epidemiologia, contagiosità e severità delle malattie prevenibili. Nella circolare del Ministero della salute del 12 giugno 2017 il razionale del provvedimento è così descritto: “rendere obbligatorie le vaccinazioni nei confronti di malattie a rischio epidemico, al fine di raggiungere e mantenere la soglia di copertura vaccinale del 95 per cento, come raccomandato dall’Oms per garantire la cosiddetta ‘immunità di gregge’”; per alcuni vaccini che garantiscono una protezione prevalentemente o esclusivamente individuale (per esempio, il tetano e l’epatite B) il rischio epidemico è, però, pressoché inesistente, mentre la soglia del 95 per cento di copertura vaccinale per garantire la herd immunity vale solo per le malattie a elevata contagiosità [5]. L’obbligo vaccinale per l’accesso al nido e alla scuola dell’infanzia presuppone la necessità di tutelare la salute della comunità scolastica che non è messa a rischio da malattie non o poco contagiose (tetano, epatite B, malattie invasive da meningococco).

Il messaggio che tutti i vaccini sono efficaci e sicuri, tutti sono essenziali, seppure vero appare eccessivamente semplicistico per molti genitori.

Le scelte operate nei calendari di vaccinazione (vaccini, età, tempi di somministrazione, richiami, cosomministrazioni) sono spesso complesse e scarsamente comprensibili per i genitori. La percezione del rischio varia per le malattie prevenibili, così come quella riguardante la sicurezza del vaccino. Gli andamenti delle coperture vaccinali negli ultimi anni testimoniano come la percezione del rischio meningite è decisamente maggiore della sua incidenza e contagiosità e i vaccini anti-meningococco appaiono maggiormente accettabili, mentre al contrario per il vaccino contro morbillo-parotite-rosolia persiste il timore dell’autismo, nonostante numerosi studi abbiano documentato come non vi sia associazione tra i due. Il messaggio che tutti i vaccini sono efficaci e sicuri, tutti sono essenziali, seppure vero appare eccessivamente semplicistico per molti genitori.

L’obbligatorietà per 12 vaccini potrebbe evitare il rischio che i vaccini raccomandati ma non obbligatori vengano percepiti come meno rilevanti (ma pneumococco, rotavirus e hpv sono esclusi dall’obbligo), ma non favorisce la consapevolezza dei cittadini sulle vaccinazioni. È la richiesta di una delega pressoché totale ed esclusiva, il ritorno a una visione paternalistica della medicina che si pensava superata: l’istituzione/il medico conoscono che cosa è bene per il cittadino e possono decidere al suo posto.

Occorre fare il possibile per recuperare la fiducia, incominciando da un confronto trasparente e sereno sulle ragioni e il merito delle decisioni prese.

Un virus mediatico

Anche i mass media cosiddetti “tradizionali” non hanno contribuito nell’aiutare i genitori a decidere in modo consapevole, diffondendo un’informazione spesso superficiale e orientata al sensazionalismo. Non l’hanno fatto in passato dando spazio anche a tesi e posizioni non basate sulle evidenze scientifiche, mentre negli ultimi mesi hanno concorso prima all’allarme meningite dando origine a quella che i ricercatori dell’Istituto superiore di sanità hanno definito “epidemia mediatica” e contribuendo ad aumentare il carico di lavoro dei servizi vaccinali, poi alla narrazione del morbillo come a un’epidemia mai osservata in precedenza, sposando infine la tesi dell’obbligo come una necessità urgente di fronte a tale emergenza. Molti giornalisti hanno abdicato al ruolo di informare in maniera rigorosa: pochi hanno evidenziato come epidemie di morbillo simili a quella osservata nei primi sei mesi del 2017 si sono verificate pochi anni fa (nel 2010-2011), pochi hanno sottolineato come l’epidemia attuale è in parte dovuta alla mancata attuazione delle strategie di recupero alla vaccinazione degli adolescenti e degli adulti suscettibili (molti dei quali nati quando il vaccino antimorbillo non era ancora un intervento consolidato e diffuso) o hanno chiesto alla politica di essere trasparente nel chiarire le ragioni delle scelte operate.

La fiducia è un aspetto fondamentale nel rapporto tra cittadini/pazienti e istituzioni/ operatori sanitari/operatori dell’informazioni. Come sottolineato dagli esperti dell’Oms, l’incrinarsi di questo rapporto di fiducia è un rischio da valutare con estrema attenzione. Il dibattito che si è sviluppato negli ultimi mesi nel nostro paese, con posizioni estremamente polarizzate e con discussioni che raramente sono entrate nel merito del problema, rischia di aumentare la diffidenza e il divario tra comunità scientifica e società.

L’articolo riguarda la versione iniziale del decreto legge 73/2017. Questa è stata modificata nel corso dell’esame da parte del Senato, con la riduzione a dieci dei vaccini obbligatori e delle sanzioni previste (il massimo nella versione approvata dal Senato e in votazione alla Camera è di 500 euro).

Bibliografia

[1] World health organization. Report of the Sage working group on vaccine hesitancy. Pubblicato il 12 novembre 2014.
[2] Valsecchi M, Speri L, Simeoni L, Campara P, Brunelli M (a cura di) Regione Veneto. Indagine sui determinanti del rifiuto dell’offerta vaccinale in regione Veneto. Rapporto 2011
[3] Leask J, Danchin MJ, Leask J, Danchin M. Imposing penalties for vaccine rejection requires strong scrutiny. Pediatric Child Health 2017;53:439-44
[4] Clavenna A, Bonati M. Obbligo vaccinale e potenziale impatto per l’accesso ai servizi per l’infanzia. Ricerca&Pratica 2017;33:102-11
[5] Fine PE. Herd immunity: history, theory, practice. Epidemiol Rev 1993;15:265-302.

luglio 2017


La fotografia in alto è di Martins: “Map”. Flickr Creative Commons.

28 luglio 2017

Cosa guida le decisioni

Le grandi decisioni della storiaIntervista a Raffaele Romanelli
Liberi di rischiare, liberi di sbagliareFabio Ambrosino

Le grandi scelte che hanno fatto la storia

Dalla “idea geniale” di Cavour alle non decisioni: la nostra storia recente nella ricostruzione di un grande storico

Intervista a Raffaele Romanelli, già professore di storia contemporanea presso la Sapienza università di Roma, docente Luiss Guido Carli, direttore del Dizionario biografico degli italiani

Quali scelte hanno segnato la storia dell’unificazione dell’Italia?

Di certo una scelta che ha segnato la storia è quella compiuta dal conte di Cavour di fronte alla spedizione dei Mille in Sicilia e alle rapide, imprevedibili vittorie di Giuseppe Garibaldi. Dopo varie scelte politiche fatte per evitare uno scontro tra democratici e liberali – affrettare il plebiscito di annessione, inviare in Sicilia un “prodittatore” – Cavour ha un’idea geniale: invece di intavolare una trattativa con Garibaldi, gli manda incontro un esercito capeggiato dal re in persona, Vittorio Emanuele II, e il 26 ottobre del 1860, vicino a Teano, i due s’incontrano, il grande condottiero e il grande re. L’immagine diventa mitica, i due grandi, cavallo nero e cavallo bianco, si stringono la mano. Garibaldi, che avrebbe voluto semmai un’assemblea costituente, non può che dire: “Maestà, vi consegno l’Italia!”. È una mossa geniale: dall’oggi al domani viene unificata l’intera penisola, a parte Roma e il Veneto, una sorta di miracolo. Nessuno in Europa pensava che la novità reggesse. Ma fatta l’Unità d’Italia bisognava “fare gli italiani”, ed è stato avviato un percorso per forzare l’unificazione. Nel giro di poco tempo viene strutturata una forma politica e amministrativa unitaria, viene formato un esercito nazionale fondendo quelli già esistenti, da quello borbonico a quello toscano e piemontese (ed escludendo la gran parte dei garibaldini). Negli anni successivi viene introdotto un sistema fiscale e finanziario con nuove imposte, come la tassa sul macinato, che diffonde il malcontento tra i contadini. Un’altra importante tappa è stata la scelta di unificare la scuola e di costruire le strade e una ferrovia da nord a sud del paese lungo la dorsale adriatica. La ferrovia Adriatica – che esiste tuttora – fu una grossa impresa come la conquista del far west. E, anche lì, capitali, finanze, scandali… Queste sono le scelte immediatamente successive all’unificazione che – nel lungo periodo – sono state delle scelte vincenti perché l’Italia, anche se un po’ malmessa, è tuttora unita.

Le scelte compiute all’indomani dell’Unità, in nome della solidarietà e di certi valori, possono essere accostate prima alla reazione nei confronti dell’autoritarismo crispino e poi alla ribellione resistenziale antifascista, a suo avviso?

Dipende dalle scelte cui si fa riferimento. Riferendoci poi ai “valori” e alla “solidarietà”, non la trovo una chiave di lettura molto convincente; quindi sono un po’ perplesso nel rispondere, non condividendo le premesse. Come spiegavo per unificare l’Italia sono state fatte delle scelte “modernizzanti”, di fortissimo realismo politico e di forte impatto sulle realtà del paese, più che nel nome di solidarietà e valori. Anche l’autoritarismo di Crispi può esser visto come un portato estremo di questo decisionismo che però ha incontrato delle obiezioni ed è fallito. Riguardo alla Resistenza, certamente nell’antifascismo militante convergono ideali politici di varia natura – quelli dei comunisti, degli azionisti, dei cattolici. Ma a spingere i giovani a “andare in montagna” accanto a motivazioni etiche contribuirono anche necessità e spinte pragmatiche, come il sottrarsi alla leva repubblichina o all’occupazione tedesca.

Quali potrebbero essere altre scelte, in positivo, che sono state fatte a livello storico-politico in Italia e anche nel contesto europeo?

Una grande scelta è sicuramente l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale. È stata una decisione importante perché l’Italia unita non aveva mai vinto una guerra. L’Italia sarebbe potuta rimanere neutrale, come fece la Spagna. Alla fine l’esercito italiano, formatosi all’alba dell’Unità d’Italia, è riuscito a vincere con enormi sacrifici una guerra molto sanguinosa. Questa vittoria è stata senz’altro positiva per il paese, anche se ha provocato lacerazioni che hanno contribuito più tardi all’ascesa del fascismo. Un’altra grande scelta è la cosiddetta “svolta di Salerno” quando, immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, il paese si è trovato diviso in due – le zone liberate al sud, l’occupazione e la Resistenza al nord. Nell’aprile del 1944 Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, agendo su diretta indicazione di Stalin, arrivò a Salerno dall’Unione Sovietica e dichiarò che il partito non avrebbe posto una pregiudiziale istituzionale: quindi accettò la monarchia, non ruppe con gli altri partiti e, in pratica, rinunciò a fare la rivoluzione alla quale molti militanti erano pronti. Fu una scelta di grandissimo rilievo storico che evitò all’Italia la sorte della Grecia dove c’era una situazione simile e vi fu una guerra civile sanguinosissima. Altre scelte importanti sono state l’adesione dell’Italia alla Nato nel periodo della Guerra fredda, il trattato di Maastricht sull’Unione europea, l’adozione dell’euro, e così via. Ma nella storia ci sono tante scelte, o decisioni, memorabili, a volte anche inventate, o enfatizzate dalle memorie storica. Si pensi al momento in cui Cesare passò il Rubicone, diventato un simbolo, o il giuramento di Pontida e Alberto da Giussano, un personaggio mai esistito ma oggi simbolo di un partito politico.

La psicologia della scelta può aiutare il lavoro storico dell’Occidente?

Credo che in storia si possa parlare di psicologia della scelta solo nel caso di scelte individuali. Più difficile applicarla alle scelte collettive. Prendiamo l’esempio di due casi recenti: il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna e le elezioni di Donald Trump negli Stati Uniti. Agli inglesi è stato chiesto, in un modo un po’ incauto, “Volete rimanere oppure ve ne volete andare?” e loro rispondendo “Ce ne vogliamo andare” hanno fatto una scelta fondamentale per la storia contemporanea. Si può parlare di psicologia della scelta, in questo caso? Forse sì, perché la frustrazione degli inglesi di fronte alla paura di dover rinunciare alle proprie tradizioni a causa della legislazione europea o all’aumento degli stranieri dentro i propri confini ha influito nella decisione. In questo caso la componente psicologica di una scelta collettiva è molto forte. Come lo è stata probabilmente nelle elezioni statunitensi: lo slogan vincente “America first” di Trump ha messo l’accento su motivi psicologici, come – anche qui – la percezione di insicurezza, non coerente però con la realtà descritta dalle statistiche sull’andamento dell’economia o sulla criminalità dovuta all’immigrazione.

Credo che in storia si possa parlare di psicologia della scelta solo nel caso di scelte individuali. I fatti storici accadono per la casualità degli eventi ma anche perché ci sono delle motivazioni profonde.

In generale nei regimi politici dove il potere è concentrato in un singolo, come in una dittatura, la psicologia del singolo ha un’enorme influenza nelle scelte. Se parliamo di scelte individuali, in genere possiamo discutere di quei leader che hanno moltissimo potere, se non assoluto. Quando Nikita Chruščëv aveva installato i missili nucleari a Cuba, si era quasi sfiorata la terza guerra mondiale: le navi russe che portavano le ogive nucleari erano ormai vicine a Cuba e il presidente John F. Kennedy aveva mandato una flotta navale a contrastarle; a questo punto Chruščëv ha ordinato di tornare indietro. È stata una scelta individuale, forse necessaria e inevitabile, in un regime dove c’era una singola persona che poteva scegliere in un modo o in un altro. Oggi, se il leader della Corea del Nord dovesse decidere un attacco nucleare, potrebbe scatenare conseguenze molto gravi: purtroppo è una scelta che dipende solo da lui. Mentre nei regimi democratici e parlamentari le scelte passano attraverso dei meccanismi e delle procedure complesse, che coinvolgono i partiti, la maggioranza di governo, l’opinione pubblica. In questo caso non mi pare che le decisioni si possano esaminare sul piano della psicologia. Vi sono poi scelte, o decisioni individuali, casuali, incidentali. Prendiamo l’esempio del muro di Berlino. I tedeschi orientali, sempre di più, chiedevano il visto per andare a visitare i parenti nell’Occidente. Non sapendo più come fermarli, le autorità hanno detto: “State tranquilli perché abbiamo deciso che un giorno vi daremo il visto per andarci”. Un funzionario – credo un militare – pressato dalla domanda “Ma quando ce lo date?”, disse: “Anche subito”. Ma lo disse perché non sapeva cos’altro rispondere, non aveva ricevuto ordini precisi. Questo ha fatto sì che la folla prendesse d’assalto il muro, e a questo punto i militari non hanno avuto il coraggio di sparare come in genere facevano di fronte a singoli tentativi di fuga. Il muro è stato scavalcato in massa ed è crollato tutto.

Oltre alle scelte anche il caso decide la storia?

Ci sono due approcci alla questione. Si può parlare di pura casualità. Uno storico ha affermato che la storia romana dipese dal “naso di Cleopatra”: se il naso di Cleopatra fosse stato brutto, Antonio non si sarebbe innamorato di lei e la storia sarebbe andata in un altro modo. Tuttavia si può anche pensare che certe vicende, anche casuali, capitino perché ci sono le condizioni perché capitino. Prendiamo l’esempio appena fatto del muro di Berlino. Si può leggere la caduta del muro come un evento dettato da una frase oppure dalle condizioni che si erano create e che hanno fatto sì che questo succedesse. Erano cambiate l’economia, la politica e anche la psicologia al punto da far cadere il muro. Dunque, i fatti storici accadono per la casualità degli eventi ma anche perché ci sono delle motivazioni profonde: i singoli eventi, episodi, fatti e, a volte, incidenti influenzano sicuramente il corso della storia se, però, ci sono le condizioni perché questo avvenga.

Quali sono state le non scelte che se fossero state fatte avrebbero cambiato il corso della storia?

Un esempio classico: Vittorio Emanuele III che non ha firmato lo stato d’assedio nell’ottobre del 1922. Di fronte alla marcia su Roma, il presidente del consiglio Facta predispose un decreto di proclamazione dello stato di assedio, lo portò per la firma al re e questi decise di non firmarlo. Non sappiamo come sarebbero andate le cose se avesse firmato, ma sicuramente è stata una non scelta decisiva. Un altro esempio è quello della Spagna democratica che nel 1936 subisce la sollevazione delle truppe di Francisco Franco, chiede aiuto ai paesi europei che però decidono di non intervenire. Questa è una non scelta. E le non scelte sono comunque scelte: la non scelta è l’altro lato della medaglia delle scelte.

Parliamo anche delle scelte che vengono dal basso, come la cosiddetta Primavera araba. Come stanno cambiando le scelte con i nuovi mezzi di comunicazione di massa?

Intanto, questa definizione è un’invenzione occidentale: la chiamano “primavera” ricordando la Primavera di Praga ma nel mondo arabo nessuno le ha mai chiamate in questo modo. Comunque in Tunisia a seguito dell’arresto di un ragazzo, quindi di una vicenda specifica, la gente ha cominciato a radunarsi per strada ed è montata una forte ostilità verso il presidente e i suoi metodi autoritari. Grazie ai social media questi movimenti si sono diffusi in altri paesi dove la gente ha cominciato a dimostrare e a scendere in piazza, per esempio in Libia, in Egitto, in Siria, luoghi dove però gli esiti sono stati completamente diversi: se in Tunisia questi movimenti “dal basso” hanno portato a una democratizzazione, in Egitto hanno portato a elezioni e poi a un colpo di stato, in Siria − dove da sei anni ormai ci si massacra – hanno portato alla guerra civile. Sicuramente i social media e la mobilitazione popolare hanno influito su questi eventi ma non si è trattato sempre di scelte venute “dal basso”, o almeno le scelte “spontanee” sono state influenzate “dall’alto”, anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione. Khomeyni, il leader persiano in esilio, diffondeva i suoi discorsi tramite videocassette che ebbero una forte influenza sull’opinione pubblica iraniana. Allora la videocassetta era il media di comunicazione di massa, oggi non più, però il tasso d’informatizzazione della popolazione, anche povera, è altissimo. Ormai quasi tutti possiedono uno smartphone. Ovviamente, questo alimenta la diffusione, consapevole o no, di notizie false, le cosiddette fake news, che possono scatenare grandi movimenti di massa. Non so, pertanto, fino a che punto si possa parlare di “scelte dal basso” visto che dipendono anche dalla diffusione – un po’ dall’alto – di notizie, vere o false che siano.

Un altro grande momento di scelte riguarda il rapporto Beveridge: un’azione rivoluzionaria e, indubbiamente, una scelta politica molto importante
per la sanità.

Una breve riflessione sulle scelte che hanno segnato la storia del sistema sanitario?

Non c’è dubbio che l’introduzione del vaccino del vaiolo – siamo alla fine del 700 – sia stata di grande importanza, e abbia suscitato una forte reazione negli ambienti conservatori, cattolici e reazionari. In quel caso la scelta era se applicare la nuova scoperta o meno. Anche oggi la scelta di rendere obbligatori i vaccini per l’accesso agli asili nido e alle scuole materne è una scelta impegnativa – discutibile e discussa – che coinvolge sia il significato della scienza sia il significato della libertà. Un genitore ha diritto di decidere se vaccinare o meno il proprio figlio, oppure no trattandosi di una scelta che incide sulla salute di tutti? Un altro grande momento di scelte riguarda il rapporto Beveridge, pubblicato in Inghilterra alla fine della seconda guerra mondiale, che segna la nascita del welfare moderno e di un sistema sanitario nazionale che assiste le persone dalla culla alla tomba: un’azione rivoluzionaria e, indubbiamente, una scelta politica molto importante per la sanità.

luglio 2017


Liberi di rischiare, liberi di sbagliare

Una cultura dell’errore più positiva nella gestione del rischio favorisce la collaborazione tra medici e pazienti

Fabio Ambrosino, Il Pensiero Scientifico Editore

“Gli americani non sanno cosa sia meglio per loro. Io lo so. So esattamente cosa è meglio per loro. Sono come bambini piccoli: dobbiamo reggere le loro dita appiccicose e pulire le loro bocche, insegnare loro la differenza tra giusto e sbagliato, dire loro cosa pensare, percepire e volere”. Le parole di Frank Underwood, cinico e spietato presidente degli Stati Uniti interpretato da Kevin Spacey nella serie televisiva House of cards, ben rappresentano il modo in cui può articolarsi la relazione tra esperti e non esperti. Spesso ci si aspetta che le proprie decisioni vengano prese da chi, per il suo status o le sue competenze, è ritenuto in grado di fornire soluzioni certe. Tuttavia, come sostiene Gerd Gigerenzer, psicologo direttore del Max Planck istitute for human development di Berlino e autore del libro Imparare a rischiare: come prendere le decisioni giuste, “i consigli degli esperti possono essere pericolosi” [1]. Dietro le indicazioni di una persona qualificata possono nascondersi fattori che, più che con una certezza empirica, hanno a che fare con un’avversione al rischio o un conflitto di interesse. In House of cards, il presidente Underwood si fa carico del destino dei cittadini americani per placare la propria sete di vendetta e appagare l’inesauribile ambizione. I medici, in alcuni casi, fanno quello che fanno solo per evitare una causa legale, a prescindere dagli effetti sulla salute dei loro pazienti. Per questi e altri motivi sarebbe opportuno, secondo Gigerenzer, educare già nelle scuole i cittadini del futuro a valutare i rischi associati a qualsiasi procedura, medica o non medica che sia, e gli esperti a riconoscerli, accettarli e comunicarli in modo trasparente.

Errare è umano (e necessario)

C’è sempre un rischio da considerare quando si opera una scelta o si prende una decisione, ma spesso si tende a nasconderlo in nome di un’impossibile certezza. “L’illusione del rischio zero non si limita a nascere nella testa della gente: viene messa sul mercato, adattata con cura al pubblico, fortemente pubblicizzata”, scrive Gigerenzer. Nel vocabolario della società della conoscenza, infatti, certezza significa potere: chi ha le risposte diventa necessario per gli altri. Ne risulta un atteggiamento nei confronti degli errori per cui si pensa sia meglio non correre rischi piuttosto che ammettere eventuali sbagli. “Questa – sottolinea lo psicologo tedesco − non è però una situazione favorevole all’innovazione, perché l’originalità costringe a correre dei rischi e a commettere, così facendo, degli errori. Niente rischi, niente innovazione”.

Non tutti i fallimenti, infatti, sono negativi. Alcuni sono necessari ai fini di una crescita personale e collettiva. Quando un bambino di tre anni dice, per esempio, “Io ando” al posto di “Io vado”, commette un errore positivo. A quell’età non può ancora sapere quali siano i verbi irregolari e quelli regolari e, poiché i primi sono più rari, deduce che la cosa più conveniente sia supporre che il predicato da lui scelto segua la coniugazione standard. “Questi sono errori buoni, funzionali: se un bambino decidesse di andare sul sicuro e usare solo i verbi che ha già sentito apprenderebbe molto più lentamente. O impari attraverso le mancanze o mancherai di imparare”.

C’è sempre, nel cammino della vita, una caduta da cavallo. — Massimo Recalcati

Nulla più dei propri sbagli permette infatti di crescere e di adattarsi alle richieste dell’ambiente, sia a livello individuale che organizza tivo. Scrive lo psicanalista e saggista Massimo Recalcati: “La via autentica della formazione è la via del fallimento. (…) La formazione è erranza, discontinuità, incontro, rottura col familismo. C’è sempre nel cammino di una vita una caduta da cavallo, un incontro con la terra, un faccia a faccia con lo spigolo duro del reale” [2]. Perché, dunque, nascondere un possibile fallimento? A livello organizzativo, la risposta a questa domanda dipende dall’atteggiamento nei confronti degli errori che caratterizza gli appartenenti a una comunità. In una cultura dell’errore positiva gli sbagli vengono comunicati in modo trasparente e persino incoraggiati al fine di creare, paradossalmente, un ambiente più sicuro ed efficiente. Secondo Gigerenzer, un esempio virtuoso in questo senso è rappresentato dalla compagnia aerea Lufthansa: “Anziché dare l’illusione della certezza, dicono esplicitamente quante volte cade un aereo, una su dieci milioni di voli”. Inoltre, all’interno dell’organizzazione gli errori gravi vengono notificati da chi li commette e documentati da un gruppo ad hoc che riporta l’informazione all’intera comunità aziendale. Un meccanismo che favorisce un approccio costruttivo nei confronti degli errori e permette ai dipendenti di imparare dagli sbagli dei colleghi, contribuendo a rendere i voli sempre più sicuri.

La cultura dell’errore in medicina

Una cultura dell’errore negativa si caratterizza invece per un’elevata avversione al rischio e la tendenza a nascondere i propri sbagli per il timore di perdere quote di potere o di essere puniti. Un esempio in questo senso è, purtroppo, quello della sanità. “In medicina la cultura dell’errore è in gran parte negativa e le notizie sugli eventi critici sono rare”, scrive Gigerenzer. “Incombe sempre la minaccia delle cause legali, per cui gli ospedali sono dominati da una medicina difensiva che spinge i dottori a vedere i pazienti come potenziali querelanti. Di conseguenza, gli errori vengono spesso nascosti”. Un approccio che non contribuisce all’avanzamento delle conoscenze e con effetti indiretti rilevanti: secondo le stime di Martin Makary e Michael Daniel, ricercatori della Johns Hopkins university school of medicine di Baltimora e autori di una pubblicazione in merito su The BMJ, solo negli Stati Uniti muoiono a causa di errori medici più di 250.000 persone ogni anno [3]. Parafrasando le parole di un noto addetto alla gestione dei rischi: “Se le compagnie aeree avessero la cultura della sicurezza di un ospedale, cadrebbero due aerei al giorno”.

Se le compagnie aeree avessero la cultura della sicurezza di un ospedale, cadrebbero due aerei al giorno. — Addetto alla gestione dei rischi

In ambito medico gli errori spesso non vengono accettati e discussi. Al contrario, gli addetti operano in modo da tutelarsi nel caso questi dovessero manifestarsi, talvolta esponendo i pazienti a procedure inutili e trattamenti invasivi. Gigerenzer le definisce decisioni prudenziali: “Una persona o un gruppo valuta che l’opzione migliore, data la situazione, sia A, ma sceglie B, meno buona, per proteggersi nell’eventualità che qualcosa non funzioni”. Si prenda ad esempio il caso dello screening per il cancro alla prostata con il test del Psa. Nonostante non esistano evidenze utili a concludere che questa procedura riduca il tasso di mortalità associato alla neoplasia o migliori la qualità della vita [4], moltissimi clinici la consigliano ai propri pazienti senza conoscere, o comunque non comunicando, le sue reali potenzialità. “Numerosi medici sono convinti di non avere scelta e di dover prescrivere per forza sempre più esami, medicine o interventi, anche a rischio di danneggiare il paziente”, aggiunge Gigerenzer. “Ma sicuramente non consiglierebbero cure del genere al coniuge o ai figli, meno pericolose sul piano legale”. Il ricercatore del Max Planck cita quindi un sondaggio realizzato in Pennsylvania in cui si chiedeva a 824 tra medici rianimatori, radiologi, ostetrici, ginecologi, chirurghi generali, chirurghi ortopedici e neurochirurghi se facessero medicina difensiva. Dai risultati è emerso che il 93% degli intervistati aveva fatto scelte di questo tipo, alcuni dei quali molto frequentemente. In particolare, il 59% degli operatori coinvolti aveva dichiarato di prescrivere più esami del necessario, il 52% di mandare i pazienti da altri specialisti senza necessità, il 33% di prescrivere più medicinali (antibiotici compresi) di quelli indispensabili da un punto di vista medico e il 32% di suggerire procedure invasive (tipo biopsia) per confermare una diagnosi [5]. D’altronde, come recita un detto diffuso tra i medici, nessuno viene mai querelato per eccesso di cure.

Convivere con l’incertezza

Questa situazione potrebbe trarre vantaggio da una cultura dell’errore più positiva, che accetti i fallimenti e se ne serva per migliorare le prestazioni offerte? È ragionevole pensare di sì. Tanto più che, solitamente, un approccio di questo tipo comporta un aumento della fiducia dei pazienti nei confronti dei medici. Gigerenzer riporta il caso di Matthias Rothmund, professore di chirurgia della Philipps university di Marburg, al quale capitò di dimenticarsi una pinza chirurgica all’interno del corpo di un paziente. Immediatamente, il medico informò l’interessato, rimosse il corpo estraneo e denunciò il fatto all’assicurazione, che erogò un risarcimento per il danno subito. “Il chirurgo fu perseguitato a lungo dal ricordo del suo errore”, racconta lo psicologo, “ma cinque anni dopo il paziente tornò nel suo studio con un’ernia e disse che voleva essere operato da lui. Rothmund ne fu sorpreso, ma il paziente gli spiegò che si fidava di lui e della sua clinica, proprio perché aveva subito riconosciuto e corretto il proprio errore”.

Una maggiore trasparenza potrebbe quindi influire positivamente sul rapporto di fiducia tra medici e pazienti, lasciando ai primi maggiori spazi di manovra e liberandoli dalla costante minaccia di cause legali. Per raggiungere questo obiettivo è però necessario che gli operatori sanitari siano prima di tutto capaci di riconoscere e comunicare adeguatamente i rischi associati alle procedure. “La causa principale [di questa situazione] è l’incredibile inefficienza delle facoltà di medicina in fatto di alfabetizzazione al rischio”, scrive Gigerenzer. “Gli studenti devono memorizzare tonnellate di fatti intorno a moltissime malattie, comuni o rare, ma non imparano quasi mai né a pensare statisticamente né a valutare criticamente gli articoli scientifici”. Una maggiore capacità di gestione del rischio potrebbe, in aggiunta a una cultura dell’errore più positiva, favorire invece la collaborazione tra medici e pazienti, responsabilizzando questi ultimi in merito alle scelte riguardanti la loro vita. L’alternativa, infine, è quella di affidarsi passivamente alle scelte dell’esperto di turno, avendo a disposizione come unica arma di difesa quella a doppio taglio della querela.

I 5 consigli di Gerd Gigerenzer per la gestione del rischio in ambito medico

G. Gigerenzer

  1. Chiedere ai medici di usare la frequenza e non la probabilità di un evento singolo.
  2. Chiedere ai medici di esporre i rischi in termini assoluti e non relativi.
  3. Informarsi se l’ospedale in cui ci si trova utilizza delle checklist e, se la risposta è no oppure non arriva, andarsene da un’altra parte.
  4. Chiedere ai medici cosa farebbero se si fosse un loro parente stretto.
  5. Rivolgersi a un medico solo quando si sta veramente male.

Molti modelli della razionalità umana considerano la mente come una sorta di entità sovrannaturale, dotata di capacità di ragionamento demoniache, conoscenze illimitate e tempi potenzialmente infiniti per prendere decisioni. Ma queste idee sono semplicemente in conflitto con la realtà.

Gerd Gigerenzer & Peter M. Todd, Précis of simple heuristics that make us smart

Gerd Gigerenzer è uno psicologo tedesco, direttore del Max Planck institute for human development di Berlino e autore di numerosi manuali e saggi divulgativi.
Le sue ricerche si basano sull’idea di una razionalità limitata che porta gli esseri umani a utilizzare delle scorciatoie cognitive, le cosiddette euristiche, al fine di interagire con l’ambiente in modo adattivo.
Le teorie di Gigerenzer rappresentano però un’evoluzione di questi concetti, descritti in origine dall’economista e cognitivista statunitense Herbert Simon. Egli ha infatti dimostrato che in presenza di particolari condizioni l’utilizzo delle euristiche permette di operare scelte persino migliori di quelle ottenibili attraverso un ragionamento di tipo razionale-statistico. Un effetto che dipende tuttavia dalla modalità in cui vengono rappresentate le informazioni a disposizione. Per esempio, si deve a Gigerenzer la scoperta che i dati presentati in forma di frequenze naturali, piuttosto che in termini di probabilità numeriche, permettono di trarre inferenze più accurate.

Bibliografia

[1] Gigerenzer G. Imparare a rischiare. Come prendere le decisioni giuste. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2015.
[2] Recalcati M. La formazione passa per la via del fallimento. MinimaetMoralia.it; pubblicato il 16 marzo 2011.
[3] Makary MA, Daniel M. Medical error – the third leading cause of death in the US. BMJ 2016; 353: i2139.
[4] Prasad V. The new recommendations for prostate cancer screenings are a bad deal. STATnews.com; pubblicato l’11 aprile 2017.
[5] Studdert DM, Mello MM, Sage WM, et al. Defensive medicine among high-risk specialist physicians in a volatile malpractice environment. JAMA 2005;293:2609-17.

luglio 2017


La fotografia in alto è di Helen Melissakis: “Wrong Way”. Flickr Creative Commons.

28 luglio 2017

Linee guida per decidere

Le strategie del nuovo sistema nazionale linee guida –  Primiano Iannone
Decidere usando il Grade

Le strategie del nuovo sistema nazionale linee guida

Le scelte che determineranno la performance del servizio sanitario e gli esiti di salute conseguenti

Primiano Iannone, Direttore Centro eccellenza clinica, qualità e sicurezza delle cure, Istituto superiore di sanità, Roma

La legge n. 24/2017 sulla responsabilità professionale ha affidato un ruolo fondamentale alle linee guida come elemento di tutela e salvaguardia della sicurezza delle cure da un lato e come criterio di valutazione della responsabilità professionale dall’altro. Nel Sistema nazionale linee guida (Snlg) potranno essere inserite linee guida prodotte da società scientifiche e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, iscritte in apposito elenco istituito e regolamentato dal Ministero della salute, oppure da enti e istituzioni pubblici e privati, previa valutazione qualitativa da parte dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che assume pertanto una posizione di assoluto rilievo come garante della qualità metodologica dell’Snlg stesso.

Nonostante le numerose criticità di non facile soluzione segnalate in un nostro contributo [1], ci sono le premesse perché il nuovo Snlg sia coronato da successo purché si realizzino le condizioni di sotto elencate, che l’Iss farà in modo di perseguire attraverso il Centro nazionale per l’eccellenza clinica (Cnec).

  1. Definire le priorità dell’Snlg. È opportuno sottolineare il termine di “sistema” insito nell’Snlg. Se vogliamo dare alle parole un senso, ciò significa che l’Snlg non può e non deve essere costituito da una raccolta disordinata di linee guida ma da un corpus ordinato secondo precisi criteri di rilevanza, non ridondanza, coerenza interna, finalizzato a uno scopo ben definito. Il Cnec avrà pertanto il compito di contribuire a definire i criteri di prioritizzazione delle linee guida [2] (fra cui non potranno non esservi: disease burden, frequenza, costi, variabilità eccessiva della pratica clinica, disponibilità di evidenze di alta qualità, rischi, tasso di contenziosi su specifici argomenti) coinvolgendo gli stakeholder interessati, in modo da rendere esplicite e condivise, se non oggettive, le motivazioni che sottendono le scelte più urgenti.
  1. Mettere in atto un robusto e trasparente meccanismo di stewardship e supporto metodologico agli sviluppatori di linee guida (segnatamente, quindi, le società scientifiche), con una fase precoce di consultazione sull’opportunità e modalità di conduzione della linee guida, considerando attentamente i criteri di priorità sopra citati e se sia meglio lo sviluppo ex novo di linee guida oppure l’adattamento di linee guida attuali e di alta qualità, essendo disponibili approcci specifici [3], con il vantaggio di ridurre drasticamente i tempi di produzione delle stesse linee guida.
  1. Approntare un meccanismo di registrazione e tracking delle linee guida in fase di sviluppo per l’Snlg simile a quello dei trial clinici, proprio per evitare duplicazioni e sovrapposizioni di linee guida sullo stesso argomento.
  1. Stimolare, attraverso la stewardship sopra citata, il passaggio a linee guida centrate sul paziente (patient oriented) in grado sia di rispondere a quesiti clinici rilevanti per i pazienti sia di affrontare le comorbilità e la complessità [4] in modo più convincente e sistematico di quanto fatto finora da linee guida disease oriented, a rischio di inapplicabilità o addirittura di esiti inattesi, comprensive di indicatori utili all’auditing delle performance e schemi di percorsi diagnostico-terapeutici.
  2. Adottare una valutazione rigorosa delle linee guida per l’inserimento nell’Snlg, in termini di qualità del reporting [5], del conducting della linea guida e della corrispondenza fra raccomandazioni e rilevanza delle evidenze citate a supporto. Il tutto adottando framework validati e rendendo trasparente l’intero processo.
  3. Produrre un nuovo manuale metodologico italiano di riferimento per la produzione di linee guida, a cura dell’Iss, che tenga conto dei cospicui progressi che si sono compiuti (in particolare con il metodo Grade e sue estensioni) inclusa la necessità di definire chiaramente le diverse tipologie di linee guida, fra cui quelle rivolte alla gestione di pazienti considerati individualmente, quelle con una prospettiva di popolazione o con una finalità di health policy o di coverage, poiché ciascuna di esse ha bisogno di particolari accorgimenti affinché le raccomandazioni prodotte siano consistenti con la prospettiva adottata.
  4. Sempre a cura dell’Iss, produrre linee guida su tematiche sanitarie o sociosanitarie ad alta priorità non intercettate dagli altri produttori di linee guida, nel rispetto dei più elevati standard metodologici.
  5. Incentivare la definizione di patient related outcome e l’incorporazione degli stessi nelle review question che sottendono la formulazione delle raccomandazioni, nonché la partecipazione attiva e informata dei pazienti stessi al processo di produzione di linee guida.
  6. Promuovere e diffondere le corrette istruzioni per l’uso dell’Snlg, che tengano conto delle considerazioni sopra riportate, per medici e altri professionisti della sanità, per i decisori politici e i manager, e della cultura della evidence based healthcare, come pure degli utilizzatori finali (cittadini, pazienti, caregiver, ecc.), sottolineandone l’aspetto di strumenti utili per decisioni critiche e ponderate e non come scorciatoie euristiche.
  7. Contribuire a definire, fintantoché nell’Snlg non vi saranno linee guida adeguate per numero (e qualità) ai fabbisogni, le buone pratiche clinico-assistenziali di riferimento in linea, peraltro, con i dettami della legge 24, come per esempio linee guida internazionali di elevata qualità non ancora adattate e/o tradotte in lingua italiana, position statement di società scientifiche e raccomandazioni di agenzie internazionali. In questa sezione inoltre si potrebbero includere le low value & negative list (Choosing wisely e similari), volte a scoraggiare pratiche dal basso valore o dal valore addirittura negativo, perché inefficaci, inappropriate o rischiose per la salute. La non ridondanza e la coerenza interna dovrebbero essere le qualità essenziali di questo database di buone pratiche clinico assistenziali, così come delle linee guida pubblicate nell’Snlg.

Conclusioni

La creazione di un safe harbour rappresenta la via italiana che legislativamente si è deciso di intraprendere per far sì che vi fosse ad un tempo la promozione della cultura dell’evidenza e dall’altro una tutela e un ordinamento diverso di quello che è il complesso panorama della responsabilità professionale italiano. La creazione ope legis di un sistema di riferimento nazionale linee guida (inclusivo di una raccolta di “buone pratiche assistenziali”) è la scelta intrapresa, affidando alle società scientifiche italiane in primis il compito di redigere linee guida da inserire nell’Snlg e all’Iss il compito di verificarne la qualità metodologica e la corrispondenza con l’evidenza a cui si riferiscono. Ciò rappresenta un unicum nel panorama internazionale ed è con viva trepidazione che i professionisti della sanità e tutti gli altri soggetti interessati si attendono dall’Snlg un riferimento affidabile per le loro attività.

Il successo di questo programma dipende in larga misura dall’allineamento di una serie di fattori, ove l’Iss giocherà un ruolo fondamentale secondo quanto previsto dalla legge 24, ovvero: la valutazione della qualità e rilevanza delle linee guida ma anche attraverso un programma di prioritizzazione adeguato, la stewardship delle società scientifiche e il riferimento ai massimi standard metodologici, non solo per la valutazione delle evidenze e formulazione delle raccomandazioni ma in merito a composizione dei panel, gestione dei conflitti di interesse, “taglio” da dare alle linee guida. Considerando inoltre, sempre, l’opportunità di adattamento di linee guida esistenti invece che lo sviluppo ex novo di linee guida. Tutti elementi cruciali per determinare il destino dell’Snlg e, in buona misura, anche la performance del Servizio sanitario nazionale e gli esiti di salute conseguenti.

Bibliografia

[1] Iannone P, Coclite D, Fauci A, et al. Quali criteri informeranno il lavoro del nuovo Centro dell’Istituto superiore di sanità? Criticità e prospettive. Recenti Prog Med 2017;108: in press.
[2] Australian commission on safety and quality in healthcare. Establishing national priorities for clinical practice guidelines 2015.
[3] Schunemann HJ, Wiercioch W, Brozek J, et Al. Grade evidence to decision frameworks for adoption, adaptation, and de novo development of trustworthy recommendations: Grade-Adolopment. J Clin Epidemiol 2016;81:101-10.
[4] M Roland, C Paddison. Better management of patients with multimorbidity. BMJ 2013:346:f2510.
[5] Brouwers MC, Kerkvliet K, Spithoff K, on behalf of the Agree next steps consortium. The Agree reporting checklist: a tool to improve reporting of clinical practice guidelines.BMJ 2016;352:i1152.

luglio 2017


Decidere usando il Grade

I ricercatori del Grade working group plaudono alla decisione dell’Agenzia italiana del farmaco che ha scelto di avvalersi dello strumento Grade per valutare l’innovatività terapeutica

Sostenitori e detrattori della medicina basata sulle prove saranno comunque d’accordo che da più di 25 anni l’assistenza al malato non è più la stessa perché – sia davvero un nuovo paradigma o meno – la evidence-based medicine (ebm) ha cambiato il modo di ragionare del medico. Secondo Gordon Guyatt – figura carismatica della ebm e della McMaster university’s faculty of health sciences di Toronto – una delle novità che è andata a integrare i principi della medicina delle prove è nel lavoro del Grade working group. “La ebm – spiega Guyatt – ha avuto un impatto enorme sull’assistenza e sulla pratica medica in tutto il mondo. Ma è stata anche messa in discussione. La critica principale è quella di standardizzare la cura, al punto di apparire come una sorta di ricettario, una cookbook medicine. Uno dei meriti del metodo Grade è quello di aver messo in evidenza anche l’importanza dei valori e delle preferenze individuali, facilitando così il processo decisionale condiviso trasformando la ebm in una medicina personalizzata.”

Uno dei meriti del metodo Grade è quello di aver messo in evidenza anche l’importanza dei valori e delle preferenze individuali. — Gordon Guyatt

Grade è un’organizzazione internazionale di ricercatori creata per facilitare la produzione di revisioni sistematiche e linee guida, e il suo metodo è stato adottato da più di cento organizzazioni in tutto il mondo. “Secondo il metodo Grade – precisa Guyatt – anche gli studi osservazionali o i trial non randomizzati possono produrre prove valutate di alta qualità utili per preparare raccomandazioni che, beninteso, possono risultare forti o deboli.” La forza della raccomandazione viene misurata sulla base di diversi criteri a partire dalla qualità delle prove: le raccomandazioni deboli sono quelle per le quali le evidenze non sono così robuste. Uno degli ambiti sui quali è andata concentrandosi

l’attenzione del Grade working group è la produzione di raccomandazioni utili a prendere decisioni regolatorie. “In questo contesto – dice Holger Schünemann, attuale direttore del Dipartimento di epidemiologia della McMaster – il Grade working group ha appreso con molto piacere che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha scelto il Grade come metodo per la valutazione delle evidenze e per prendere decisioni sulla copertura. È una bella notizia per il Grade ma, cosa più importante, è una bella notizia per i cittadini italiani quella di avere un sistema o un approccio accettato e utilizzato da numerose organizzazioni in tutto il mondo, inclusa l’Organizzazione mondiale della sanità e il Nice in Inghilterra. L’Aifa ha preso una buona decisione perché il Grade dà la possibilità di avere un approccio strutturato per formulare valutazioni sulla base di criteri prestabiliti e prendere una decisione meglio informata.”

Una bella notizia per il Grade ma soprattutto per i cittadini italiani. — Holger Schünemann

Evidenze: si giudicano in rapporto agli esiti La posizione di Schünemann è vicina a quella di Shaun Treweek, altro esponente del Grade e ricercatore presso l’università di Aberdeen in Scozia. “Credo che ogni processo che comprenda la raccolta di un corpo di evidenze in relazione a un outcome importante possa trarre beneficio dal Grade. I regolatori hanno necessità di conoscere l’efficacia di un farmaco o dispositivo e il grado di affidabilità dei risultati della ricerca su cui basano le proprie decisioni. In tal senso Grade rappresenta uno strumento utile, come lo è anche nella produzione di linee guida e, perché no, nelle scelte che riguardano l’innovazione organizzativa. Il punto centrale è nel corpo di evidenze sugli effetti di un intervento sanitario (per esempio di un device) su un esito rilevante (il dolore, per citare uno degli outcome più importanti). Il compito dei decisori è lo stesso sia nel caso di un medicinale sia di qualsivoglia altra innovazione, come può essere una formulazione di un prodotto o le modalità di erogazione di prestazioni di fisioterapia.” Nessuna perplessità, dunque? “Il mio unico dubbio è nel ritenere che il Grade funzioni meglio in presenza di revisioni sistematiche che includono studi diversi su uno stesso intervento che misurano lo stesso esito. Presumo che nei processi decisionali del regolatorio difficilmente si hanno a disposizione delle revisioni sistematiche piuttosto che uno o due studi presentati dall’azienda produttrice, insieme con i dati riguardanti la sicurezza e altre informazioni di carattere generale. Questo corpo di evidenze è analizzabile con Grade ma porterebbe a una classificazione quasi automatica sulla base dei rating del livello delle evidenze. Disponendo ad esempio di un unico studio l’evidenza sarebbe considerata debole proprio in virtù della limitazione degli studi, il che significa che la qualità complessiva delle prove non risulterebbe mai superiore a quella moderata. A quel punto la domanda da porsi è sulla tranquillità con la quale potrebbero essere assunte decisioni regolatorie sulla base di prove di qualità moderata. Non si tratta certo di una novità, ma l’utilizzo del Grade renderebbe questo frangente ancora più evidente e qualcuno potrebbe sentirsi a disagio. Per essere chiari, però, vorrei sottolineare che la questione non riguarderebbe più tanto l’uso di Grade in senso stretto, quanto piuttosto la constatazione che un tale percorso di valutazione esplicita una debolezza che probabilmente non emergerebbe con altri sistemi.”

Ogni processo che comprenda la raccolta di evidenze in relazione a un outcome può trarre beneficio dal Grade. — Shaun Treweek

“In definitiva – prosegue Schünemann – Grade consente di essere trasparenti e permette di formulare giudizi che sono necessari quando un gruppo di esperti o una comunità deve prendere decisioni sulla copertura o applicazione di un determinato intervento. Il Grade working group intende impegnarsi per far sì che l’Aifa e altre organizzazioni italiane possano applicare il metodo Grade nel miglior modo possibile. Dal nostro punto di vista, siamo molto interessati a lavorare con Aifa, anche in considerazione del fatto che la scienza è in continua evoluzione. E potremo imparare dall’Aifa cosa ha funzionato, cosa non ha funzionato e dove sono necessari dei miglioramenti. Del resto, non abbiamo mai sostenuto che il Grade debba rimanere tale e quale, ma al contrario che vanno individuate nuove aree e che bisogna andare avanti con nuovi progetti.”

Prove: l’importanza del contesto

Un punto importante è nella determinazione degli esiti rispetto ai quali valutare gli interventi. “In molte aree abbiamo a che fare con esiti di secondaria rilevanza, che richiedono una valutazione attenta per trovare un equilibrio tra danni e benefici. Grade ha ora stabilito come procedere in questi casi: in che misura essere certi che le persone o la popolazione ritengano importante un determinato esito. Un altro dei molti temi su cui stiamo lavorando è la possibilità di trasferire le informazioni da un sistema sanitario o da una popolazione a un altro contesto. Per esempio, per quanto riguarda le decisioni sulla copertura, potrebbe essere interessante sapere se i risultati degli studi a disposizione condotti in Scandinavia siano applicabili al contesto italiano.”

Lo sviluppo delle linee guida può essere molto costoso, richiede molte risorse e tempo. — Elie Akl

Grade cerca di sviluppare strumenti che consentano di formulare questo tipo di giudizi e valutazioni che a loro volta sosterranno l’applicazione dello strumento nel processo decisionale in merito alla copertura e nello sviluppo di linee guida per la pratica clinica. Un tema molto importante non solo in Italia ma in tutto il mondo. “Lo sviluppo delle linee guida può essere molto costoso, richiede molte risorse e tempo”, conferma Elie Akl, dell’università di Beirut. “Per tale ragione alcuni paesi non hanno i mezzi per svilupparle. Cosa possono fare dunque? Possono rivolgersi ad altri paesi che hanno sviluppato delle raccomandazioni e provare ad adattarle e applicarle al loro contesto. Per cui, ad esempio, se l’Italia ha già sviluppato con il metodo Grade una buona linea guida sulla gestione di una patologia specifica, il governo libanese potrebbe studiarla prendendo in considerazione i fattori legati al contesto, come le differenze tra le regolamentazioni libanesi e italiane, e adattarla al fine di poterla utilizzare nel proprio paese.”

Separare la presentazione della sintesi delle evidenze dal processo decisionale rende il sistema trasparente a tutti. — Paul Garner

“Delle buone linee guida basate sulle evidenze hanno bisogno sia delle revisioni sistematiche, per generalizzare le evidenze, sia del metodo Grade, per interpretare le evidenze e adattare la decisione a un contesto specifico”, precisa Paul Garner della Liverpool school of tropical medicine. “Nel corso dei primi anni in cui si iniziavano a sviluppare le linee guida, ho visto clinici prendere decisioni sui pazienti solo sulla base delle proprie convinzioni e delle conoscenze implicite apprese nel loro training. Lo stesso accadeva con i panel di esperti che stilavano le linee guida i cui componenti prendevano decisioni sulla base delle proprie idee, senza essere trasparenti.” “Il metodo Grade e le revisioni sistematiche – continua Garner – separano la presentazione della sintesi delle evidenze dal processo decisionale. E tale separazione rende il sistema trasparente a tutti. Si tratta di un grande passo avanti. L’applicazione del metodo Grade diventerà sempre più importante per la produzione di linee guida in grandi aree tra cui, in particolare, quella della prevenzione della diffusione dell’antibiotico-resistenza. Ritengo che questa sia una sfida molto importante per tutti noi.”

Il metodo Grade è finalizzato alla produzione di raccomandazioni in campo terapeutico e diagnostico e su come incorporare elementi di valutazione economica nelle raccomandazioni cliniche. Una volta definito il problema, la prima fase di lavoro prevede la formulazione del quesito clinico in modo chiaro e completo seguendo lo schema PICO: paziente, intervento, confronto, outcome. Questo processo va ripetuto per ogni quesito cui si intende rispondere nelle linee guida.

luglio 2017


La fotografia in alto è di XoMEoX: “Which way?”. Flickr Creative Commons.

28 luglio 2017

Decidere per un’assistenza migliore

In chirurgia si sceglie o si decide?Luigi Presenti
Nati pretermine: iniziare, continuare o sospendere le cure intensive?Intervista a Mario De Curtis
Decisioni e priorità in pronto soccorsoDaniele Coen
La malattia tra narrativa e istanteGiuseppe Naretto
Sospendere o non iniziare i trattamenti vitali: è davvero questa la scelta?Giuseppe Gristina

In chirurgia si sceglie o si decide?

Si deve rispondere del proprio operato di fronte ai pazienti, al sistema e alla società civile

Luigi Presenti, direttore della Struttura complessa di chirurgia generale, Presidio ospedaliero di Olbia, Presidente del Collegio italiano chirurghi

Scelta/decisione. Due termini che esprimono concetti che spesso vengono considerati sovrapponibili, ma che, a ben guardare, vanno considerati opposti e complementari. Ci guida l’etimologia. Scegliere discende da ex-eligere, eleggere ciò che pare migliore. De-cidere, invece, ci parla del tagliare via, escludere ciò che appare peggiore. Potrebbe sembrare un gioco linguistico, ma in realtà i due termini corrispondono a due procedimenti conoscitivi diversi. In medicina a volte si sceglie, a volte si decide. In chirurgia si sceglie o si decide?

Scelta

Il processo mentale che porta a una scelta in chirurgia richiede molteplici componenti:

  1. conoscenza/cultura
  2. esperienza individuale/collettiva
  3. valutazione del contesto ambientale
  4. valutazione delle tecnologie disponibili.

È quindi il processo di analisi di ciò che è meglio fare in una determinata situazione. Richiede tempo, spesso confronto interprofessionale, confronto anche con il paziente, che deve essere messo nelle migliori condizioni di conoscenza e di consapevolezza, di serenità psichica, di capacità di valutare le conseguenze e le prospettive della sua malattia.

Il campo di applicazione tipico della scelta è quello della patologia oncologica. Dopo la diagnosi, la stadiazione, si valutano le alternative terapeutiche. Il chirurgo in questi casi è uno degli attori del processo di “choosing“ e la sua libertà di scelta, che in altri tempi era totale, è subordinata alla interazione con il paziente, l’oncologo, il radioterapista, il radiologo, lo psicologo e con altre figure professionali. In alcuni casi il chirurgo è, e non voglio essere provocatorio, mero esecutore del trattamento scelto. Il processo di scelta prevede quindi una completa conoscenza del caso clinico e il “meglio” è di norma la sintesi di posizioni diverse. In questo processo le evidenze scientifiche dovrebbero avere un ruolo predominante, quindi la conoscenza di linee guida rigorose dovrebbe essere patrimonio di tutti.

In alcuni casi il chirurgo è, e non voglio essere provocatorio, mero esecutore del trattamento scelto.

La componente informazione/partecipazione del paziente – e della famiglia – è un altro pilastro del processo di scelta. Più il paziente è informato, più è consapevole riguardo all’iter terapeutico, maggiore è la condivisione sulla strategia, migliori saranno i risultati. L’intervento chirurgico è un atto irreversibile e la valutazione costi/benefici deve essere sottoposta a una valutazione più oggettiva possibile.

Un’altra componente rilevante del processo di scelta è ormai il criterio dell’appropriatezza. In una situazione di crisi economica che si riflette in maniera anche drammatica sul sistema sanitario, il concetto dell’appropriatezza si è trasformato da un criterio con forti connotazioni cliniche a un sistema di relazioni clinico-economico-organizzative. In primo luogo la scelta del setting assistenziale, che in chirurgia è diventato ormai uno degli obiettivi più rilevanti nella valutazione della performance e a cui sono connesse prospettive di risparmio finanziario importanti. Abbiamo così assistito a una progressiva conversione dei modelli di ricovero, con identificazione di numerosi drg chirurgici ad alto rischio di inappropriatezza in ricovero ordinario, un successivo elenco di drg ad alto rischio di inappropriatezza in day surgery, e quindi da erogare in un setting ambulatoriale, fino alla individuazione di interventi che possono essere eseguiti da un solo chirurgo. In questo senso hanno assunto notevole rilevanza anche i nuovi sistemi di valutazione – penso prevalentemente al Programma nazionale esiti – che hanno generato, in una categoria come quella chirurgica non abituata a essere “misurata” in maniera rigorosa e oggettiva, dei flussi positivi, in termini di capacità di autovalutazione, di scelte operative non autoreferenziali, di percezione delle componenti che contribuiscono all’esito di una prestazione chirurgica. Di strada ce n’è di sicuro molta ancora da fare, ma un circolo virtuoso si è innescato.

Inoltre si diffondono i programmi di Choosing wisely, che fanno riferimento alla filosofia della Slow medicine, e che molte associazioni di chirurghi hanno iniziato ad adottare per elaborare raccomandazioni ai propri associati. Colpisce, per esempio nelle raccomandazioni dell’American college of surgeons l’uso di parole chiave come don’t e avoid, nel senso di evitare esami diagnostici inutili e trattamenti di non provata efficacia. È evidente come in questa filosofia si coniughino appropriatezza clinica e appropriatezza economico-organizzativa, con l’obiettivo dell’allocazione di risorse nel giusto contesto.

Decisione

De-cisione. Come detto, appare un procedimento conoscitivo diverso. Lo vedo applicabile soprattutto alla chirurgia d’urgenza. In questi casi gli elementi di valutazione sono di norma più esigui, la componente tempo gioca un ruolo fondamentale, l’informazione al paziente e ai familiari è spesso più sommaria e aleatoria. L’atto chirurgico diventa spesso l’ultimo atto diagnostico, la stessa programmazione della strategia chirurgica può essere prevista solo a grandi linee. In questo senso mi sembra che sia utilizzabile il termine decisione nell’accezione che abbiamo assunto. Si scartano le ipotesi meno favorevoli per adottare quella apparentemente migliore, in un procedimento, per così dire, di sottrazione.

Se la scelta di un trattamento chirurgico in elezione è meditata, razionale, condivisa, la de-cisione in urgenza è istintiva, empirica, spesso umorale. Il chirurgo d’urgenza deve essere capace di elaborare la propria valutazione spesso in tempi brevi, se non brevissimi, e in molti casi la decisione si sintetizza nel binomio operare/non operare. Se l’uomo, come dice Cesare Cases, “si definisce scegliendo e scartando”, il chirurgo si definisce scegliendo e decidendo. La sua capacità di scelta è prevalentemente correlata alla sua disponibilità all’interazione con altri soggetti, alla sua facoltà di mettere in gioco le sue convinzioni personali e le sue abitudini spesso autoreferenziali, alla sua lucidità nel valutare competenza e contesto operativo.

Scelta e decisione sono i paradigmi della responsabilità, che deve caratterizzare l’atteggiamento del chirurgo e il suo approccio ai problemi.

Il chirurgo decisore è invece spesso solo – o mal accompagnato! – e si confronta con situazioni a volte imprevedibili in cui il processo mentale deve essere rapido e, in molti casi, deve “scartare” le opzioni meno favorevoli al paziente.

Scelta e decisione sono comunque i paradigmi della responsabilità, che deve caratterizzare l’atteggiamento del chirurgo e il suo approccio ai problemi. Si risponde del nostro operato di fronte ai pazienti, al sistema, a tutta la società civile. Il senso etico della nostra professione deve essere al centro dei nostri pensieri.

luglio 2017


Nati pretermine: iniziare, continuare o sospendere le cure intensive?

L’elemento fondamentale su cui basare le decisioni è la condizione clinica del singolo paziente

Intervista a Mario De Curtis, Sapienza università di Roma Direttore Uoc di neonatologia, patologia e terapia intensiva neonatale Policlinico Umberto I, Roma

Negli ultimi anni si è verificato un aumento dei nati pretermine. Grazie alle migliori conoscenze mediche e tecnologie più sofisticate si è assistito a un aumento significativo della sopravvivenza dei nati prematuri abbassando la soglia di vitalità fino alle 22 settimane. Decidere se e quando sospendere le cure intensive coinvolge diversi aspetti di ordine deontologico, etico, religioso e organizzativo.

In base a cosa un medico sceglie di iniziare o sospendere le cure a neonati estremamente pretermine?

Stiamo parlando di neonati che non hanno completato lo sviluppo anatomico e funzionale di molti organi e vanno incontro a una serie di malattie che possono essere mortali o compromettere la prognosi a breve e a lungo termine. La decisione sull’inizio e sulla sospensione delle cure a questi bambini è differente nei vari paesi in base a diverse considerazioni di ordine medico, sociale ed etico. In alcuni paesi prevale una valutazione statistica mentre in altri una di tipo interventista, ciascuna delle quali presenta vantaggi e svantaggi. Nel primo caso le scelte si basano essenzialmente sui dati di sopravvivenza e sull’incidenza di disabilità grave a breve e lungo termine. Questi dati però diventano rapidamente superati per il miglioramento e la continua evoluzione dell’assistenza e la scelta dei margini per l’intervento diventa arbitraria. Inoltre c’è un rischio reale di lasciar morire bambini che avrebbero potuto avere una sopravvivenza esente da sequele oppure di indurre danni permanenti in quei nati pretermine che riescono a sopravvivere anche senza essere stati rianimati. Un altro limite è che le statistiche di rischio si basano sul calcolo dell’età gestazionale che può essere a rischio di errore ed è difficile fare una valutazione clinica della maturità del bambino immediatamente dopo il parto. L’approccio di tipo interventista considera invece che tutti i nati vivi devono avere garantiti i mezzi di assistenza intensiva disponibili. Al neonato viene quindi offerto il massimo delle possibilità di sopravvivenza e inoltre vengono evitati errori di valutazione della vitalità in sala parto. L’altra faccia della medaglia è una possibile sofferenza per il paziente e i familiari per un’agonia prolungata, una possibile sopravvivenza di neonati che svilupperanno gravi disabilità e, non da ultimo, un aumento dei costi per tenere artificialmente in vita pazienti destinati a morire.

Non potendo inquadrare in regole predeterminate tutti i casi, quali sono le altre variabili che incidono sulle decisioni?

Le variabili sono di certo numerose. Essenzialmente riguardano la vitalità, la qualità della vita nonché il migliore interesse del paziente. Delle indicazioni vengono fornite dal documento pubblicato nel 2008 dal Consiglio superiore di sanità per definire delle raccomandazioni rivolte agli operatori sanitari coinvolti nell’assistenza alla gravidanza, al parto e al neonato estremamente pretermine. Sono indicazioni sicuramente importanti ma che non risolvono del tutto i numerosi dubbi con cui il neonatologo può confrontarsi nella cura di questi bambini. Al momento della nascita andrebbe fatto ogni sforzo per iniziare la rianimazione su tutti i neonati, anche quelli molto pretermine, che presentino dei segni vitali. In questo modo è possibile fare una migliore valutazione del piccolo paziente, discutere il caso in maniera approfondita e coinvolgere i genitori che devono essere resi partecipi e consapevoli di quanto avviene e di quel che può verificarsi. L’approccio assistenziale deve essere di tipo individualizzato: ogni decisione deve essere presa sulla base della valutazione delle condizioni cliniche del neonato, della risposta alla terapia intensiva e delle possibilità di sopravvivenza e deve essere condivisa con i genitori. Di fatto non c’è un solo momento di decisione ma ce ne possono essere più d’uno con opzioni di scelta diverse in rapporto all’evoluzione clinica del paziente. Dunque l’elemento fondamentale su cui dovremmo basare le nostre decisioni nei nati estremamente pretermine è la condizione effettiva del singolo paziente piuttosto che l’età gestazionale. Tale approccio potrebbe minimizzare il rischio legato all’errore prognostico: verrebbe offerta a tutti i bambini una possibilità di vita, ai genitori una partecipazione attiva alle decisioni di continuare gli interventi terapeutici o eventualmente di sospenderli quando si dimostrano inefficaci e ci si rende conto che possono trasformarsi in accanimento terapeutico.

Come ci si comporta quando si ha una chiara previsione di una compromissione della qualità della vita del bambino?

Senza alcun dubbio la decisione più difficile da prendere è quella della sospensione delle cure e presenta aspetti differenti nei vari paesi. Non sono solo le condizioni cliniche del paziente, le conoscenze scientifiche e la tecnologia disponibile a guidare le scelte ma intervengono altre variabili legate alla cultura del paese di origine e al credo religioso del medico. In Italia la decisione di sospendere le cure intensive in presenza di un neonato con un sicuro e grave danno cerebrale rappresenta l’aspetto che crea maggiore incertezza. Il Comitato nazionale per la bioetica nel 2008 si era espresso affermando che un trattamento che prolunghi la sopravvivenza di un disabile non possa essere definito futile per il solo fatto che si rivela capace di prolungare la vita, anche se qualificabile da alcuni di “bassa qualità”. Lo stesso Comitato distingue la gravosità della malattia dalla gravosità del trattamento e ritiene che non è eticamente né giuridicamente lecito non iniziare o interrompere un trattamento per evitare la gravosità di una vita con un handicap.

Al neonato, dopo averne valutato le condizioni cliniche, sono assicurate le appropriate manovre rianimatorie, al fine di evidenziare eventuali capacità vitali, tali da far precedere possibilità di sopravvivenza, anche a seguito di assistenza intensiva. Qualora l’evoluzione clinica dimostrasse che l’intervento è inefficace, si dovrà evitare che le cure intensive si trasformino in accanimento terapeutico. Al neonato saranno comunque offerte idratazione ed alimentazione compatibili con il suo quadro clinico e le altre cure compassionevoli, trattandolo sempre con atteggiamento di rispetto, amore e delicatezza.
Consiglio superiore di sanità, 2008

A chi spetta la decisione finale di sospendere le cure intensive: ai genitori o al medico

Ogni decisione deve essere condivisa con i genitori ma il punto di vista dei genitori spesso non coincide con quello dei medici. In quasi tutti i paesi c’è la disponibilità dei medici a lasciare ai genitori la decisione ultima sulla sorte del loro figlio, soprattutto quando chiedono di continuare le cure rispetto a quando chiedono di sospenderle. Anche se va tenuto presente che la potestà (oggi chiamata “responsabilità”) genitoriale va considerata come una funzione e non come un diritto, la decisione di continuare le cure intensive e la ventilazione meccanica in un neonato con una grave compromissione cerebrale spesso viene ritenuta dai genitori sicuramente non di esclusivo interesse del loro figlio. In questi casi, mentre in altri paesi si sospende la ventilazione meccanica con la convinzione che la terapia intensiva non sia più nell’interesse del paziente, molti neonatologi italiani si pongono il problema non certamente di ricorrere a una eutanasia attiva ma, in particolari casi, di continuare la ventilazione meccanica, senza trattare le emergenze. Su questo punto sarebbe forse auspicabile un parere più chiaro da parte delle istituzioni.

luglio 2017


Decisioni e priorità in pronto soccorso

Dalla gestione del tempo e delle risorse alla decisione migliore nell’interesse del paziente

Daniele Coen, Grande Ospedale metropolitano Niguarda, Milano

Uno spazio rischioso del “Grande malato”, il sistema sanitario, dove la cura troppo scrupolosa del singolo può paradossalmente avere conseguenze nefaste sulla collettività.

Il processo decisionale in pronto soccorso ha caratteristiche assolutamente particolari rispetto a quelle che sono comuni a quasi tutti i reparti di degenza. Prima e più ancora che preoccuparsi del singolo paziente, gli operatori del pronto soccorso devono infatti occuparsi di quel “Grande malato” che è, oramai troppo spesso, il loro stesso ambiente di lavoro. La prognosi di un paziente che attende da ore di essere visitato può essere profondamente influenzata da quello che i medici decidono di fare (o di non fare) con i pazienti che occupano le barelle, determinandone l’ulteriore tempo di attesa. In modo simile, l’evoluzione clinica di un paziente che attende un trasferimento in terapia intensiva può dipendere dal fatto che i medici decidano o meno di assegnare a lui l’unico letto conteso da vari malati critici. Il “Grande malato”, dove gli operatori e le risorse sono sempre inferiori alle necessità, richiede dunque che medici e infermieri sviluppino innanzitutto competenze e metodi per assegnare correttamente le priorità di intervento.

Gli operatori del pronto soccorso devono occuparsi di quel “Grande malato” che è, oramai troppo spesso, il loro stesso ambiente di lavoro.

Il primo momento decisionale è appannaggio dell’infermiere, che all’arrivo di ogni nuovo paziente dovrà decidere quale codice colore attribuire. Se sarà codice rosso, il paziente supererà ogni fila e ogni attesa, e verrà assegnato a un’area di emergenza dove troverà medici e infermieri immediatamente disponibili a occuparsi di lui. Se sarà codice bianco, dovrà invece rassegnarsi ad attendere ore e ore prima della visita e a subire spesso gli sguardi o le parole di rimprovero di chi ritiene che stia abusando di un servizio di urgenza. Naturalmente, e fortunatamente, la grande maggioranza dei pazienti sta nel mezzo. Ma come decidere ed eventualmente modificare la propria decisione nel tempo in questi casi? I sistemi di triage informatizzati sono certamente di grande aiuto per non dimenticare fattori di rischio, segni o sintomi che possano rimandare a una patologia grave o rapidamente evolutiva. Ma il rischio di una condizione grave non è tutto. Bisogna tenere in conto anche la sofferenza (fisica e psichica), la disabilità, le molte fragilità. Su questi aspetti l’informatica aiuta di meno, mentre contano di più la formazione, l’esperienza e l’elasticità degli operatori. E poi c’è di nuovo il “Grande malato”. Tante volte un codice bianco fatto passare avanti per un problema che può essere risolto in pochi minuti ridurrà, anche se di poco, l’affollamento e magari ringrazierà, ricevendo in risposta un sorriso da parte dell’infermiere, che a sua volta farà bene a tutti coloro che sono ancora in attesa e che sentiranno di essere accolti da persone attente e disponibili.

Al personale medico e infermieristico del pronto soccorso vengono richiesti un atteggiamento critico sui problemi e scelte meditate. Il triage, la diagnosi, la terapia e la sospensione rappresentano quattro momenti decisionali importanti dall’ingresso in pronto soccorso del paziente alla sua dimissione o ricovero.

Un secondo importante momento decisionale riguarda la scelta del medico di sottoporre o meno il paziente a un esame diagnostico. Studiare un paziente significa prolungarne la permanenza in pronto soccorso, esporlo al rischio di possibili complicazioni degli esami strumentali, o a una diagnosi di falsa positività, sottrarre tempo ad altri e infine incrementare i costi. Non studiarlo espone invece al rischio di non riconoscere una condizione che potrebbe richiedere cure immediate o dare adito a complicanze. Alcuni assiomi possono aiutare il medico in questa difficile situazione. Il primo è quello che gli ricorda come, ancor più di porre una diagnosi, il suo compito principale sia quello di valutare il livello di rischio del paziente, dove per rischio si intende principalmente quello di complicanze gravi o di morte. Laddove questo rischio sia basso o bassissimo, la diagnosi può quasi sempre essere rinviata a un altro livello di assistenza (medico di medicina generale o specialista ambulatoriale). Quando invece la diagnosi differenziale comprenda condizioni potenzialmente gravi, il secondo passo è quello di chiedersi quale sia la probabilità pretest di malattia e quanto questa probabilità possa essere modificata dall’esame che si sta prendendo in considerazione. Se l’esame, o l’insieme degli esami considerati, è in grado di raggiungere la soglia decisionale (quella cioè sufficiente per escludere o, all’estremo opposto, per decidere di trattare la malattia), è probabile che chiederlo sia ragionevole. Se così non fosse, sarà facile che il risultato non solo non aggiunga informazioni utili, ma confonda ulteriormente le idee. Tra i tanti esami dallo scarso valore predittivo (positivo o negativo) possiamo ricordare la conta dei leucociti, la temperatura differenziale, la radiografia dell’addome nel sospetto addome acuto, la radiografia dell’emicostato nella sospetta infrazione costale, la tac cerebrale nella sincope.

Questo processo decisionale richiede da un lato la conoscenza di alcuni concetti teorici (sensibilità, specificità, valore predittivo positivo e negativo, odds ratio, rapporto di verosimiglianza) ma dall’altro, tenuto conto della ovvia difficoltà di applicare un calcolo statistico a ogni singolo caso, richiede anche che almeno i percorsi più rilevanti siano già stati fatti “a tavolino”. Per quanto riguarda la probabilità pretest, una serie di score (scelti oculatamente e senza abusarne) possono aiutare. Gli esempi che per primi vengono alla mente sono lo score di Wells per l’embolia polmonare, lo HEART score per la sindrome coronarica acuta, le Ottawa ankle rule per le distorsioni di caviglia, il Nexus per il trauma cervicale, le linee guida canadesi per il trauma cranico minore.In assenza di uno score, sarà inevitabile affidarsi alla clinical gestalt, cioè a una valutazione soggettiva del rischio, che per alcune patologie (per esempio l’embolia polmonare) si è dimostrata non essere meno precisa degli score, ma che varia molto con l’esperienza e la formazione degli operatori. Per quanto riguarda l’utilità degli esami, il concetto teorico da conoscere è quello delle curve ROC; più importante per la pratica è la conoscenza del valore predittivo positivo o negativo dei principali esami. Se l’utilizzo congiunto della probabilità pretest e del valore predittivo degli esami sul nomogramma di Fagan sarebbe il gold standard a cui mirare, protocolli e percorsi diagnostico-terapeutici possono anticipare questi calcoli e venire in aiuto. Certo, in questi casi si tratterà di indicazioni di carattere generale, mentre il medico ha sempre davanti a sé uno specifico individuo, con le sue copatologie, i suoi specifici fattori di rischio, i suoi desideri e le sue idiosincrasie. Considerando che si calcola che meno del 20 per cento delle indicazioni date dalle linee guida sia basato su di una adeguata evidenza, il medico si trova a poter esprimere il senso più profondo della propria professione. Sta infatti a lui creare un ambito relazionale che gli consenta di prendere quella che è la migliore decisione nell’interesse del paziente. Senza atteggiamenti paternalistici, ma evitando anche di limitarsi a elencare una serie di possibilità e di probabilità, senza offrire un parere personale. In questo modo infatti abbandonerebbe il paziente a decisioni che questi non sarebbe in grado di prendere in modo adeguato, perché non sostenuto da un atteggiamento empatico e di reale condivisione da parte del curante.

Infine, è importante che il medico del pronto soccorso apprezzi realisticamente il livello di accuratezza con il quale è possibile raggiungere o escludere una diagnosi. In un ambito nel quale la preoccupazione medico-legale è costantemente presente e la medicina difensiva ampiamente praticata, viene spontaneo porsi obiettivi illusori sulla propria capacità di identificare una condizione clinica grave o potenzialmente grave. In realtà, in casi quali l’infarto del miocardio, l’embolia polmonare, l’emorragia cerebrale postraumatica e in molte altre patologie, è difficile sbagliare meno di una o due volte su cento, anche conoscendo e applicando con attenzione le più recenti linee guida. D’altra parte un obiettivo più alto (per esempio di sbagliare meno di una volta su mille) porterebbe a tempi di permanenza in pronto soccorso e a percentuali di ricovero così elevate da paralizzare l’intero sistema, chiudendo il cerchio e riportandoci al “Grande malato” da cui avevamo iniziato: la cura troppo scrupolosa del singolo finirebbe paradossalmente per avere conseguenze nefaste sulla collettività. Verrebbero infatti danneggiati almeno alcuni degli altri pazienti che non troverebbero le risposte tempestive e adeguate di cui hanno bisogno. Una medicina difensiva intelligente dunque non è fatta di un eccesso di esami ma, nuovamente e soprattutto, di valutazione del rischio e di relazione. È frequente la situazione in cui un medico del pronto soccorso, al termine della propria valutazione, si trova a non aver capito la causa di un sintomo, ma ad avere escluso con ragionevole certezza che questo possa essere dovuto a una condizione pericolosa. Quando così è, e questo capita non raramente anche per sintomi potenzialmente preoccupanti quali la sincope, il dolore addominale o il dolore toracico, questa consapevolezza deve essere condivisa con il paziente. Ci vorrà qualche minuto per spiegarsi e per rispondere a eventuali domande, ma saranno minuti ben spesi.

Sta al medico creare un ambito relazionale che gli consenta di prendere quella che è la migliore decisione nell’interesse del paziente.

Bisognerà ovviamente chiudere la visita proponendo un percorso di ulteriori controlli ogni qualvolta questi siano indicati e dare la propria totale e sincera disponibilità a rivalutare la situazione in qualunque momento. Un ultimo tema di estrema rilevanza per quanto riguarda il processo decisionale in pronto soccorso necessiterebbe di una trattazione dedicata, ma non può non essere almeno accennato qui. Si tratta della necessità (e della capacità) di riconoscere quelle situazioni nelle quali la malattia è andata oltre ogni ragionevole possibilità di intervento e nelle quali il medico deve evitare di condurre battaglie insensate contro la morte. Non saprei fare di meglio, per sottolineare quanto questo sia un aspetto del processo decisionale troppo poco considerato, insegnato e praticato, che citare le parole di Bernard Lown, il grande cardiologo americano famoso per avere introdotto l’uso diffuso del defibrillatore e per avere avviato le prime unità di cure coronariche, ma anche per la sua attenzione a non dimenticare mai gli aspetti umani e relazionali della medicina.

La biotecnologia definisce sempre più le regole dell’arte: tutto quello che è possibile fare tende a essere considerato indispensabile e il medico si adatta a questa regola assurda invece di focalizzarsi sul benessere del paziente. (…) I medici sono sempre meno preparati per uno dei loro compiti più rilevanti: alleviare la sofferenza, il dolore e lo stress psicologico del morire, sia per i pazienti che per le loro famiglie.
— Bernard Lown

luglio 2017


La malattia tra narrativa e istante

Giuseppe Naretto, Servizio di anestesia e rianimazione, Ospedale San Giovanni Bosco,Torino

Una notte vengo chiamato in pronto soccorso. Il collega al telefono mi aveva solo detto: “Puoi venire giù? C’è uno che non respira” e il punto interrogativo era superfluo: ovviamente dovevo scendere.

Il paziente in questione era un signore con il Parkinson, allettato da due anni, con il catetere vescicale a permanenza, in grado a malapena di parlare, che era stato portato in ospedale dall’ambulanza perché da qualche ora i familiari non riuscivano a risvegliarlo. Aveva la febbre, la pressione bassa, respirava malissimo ed era in coma.

Ovviamente avevo tutte le terapie che facevano al caso, o meglio, avevo i mezzi per continuare a tenerlo vivo per un po’. L’avrei addormentato ulteriormente, l’avrei intubato, connesso al ventilatore, sistemando il respiro. Poi gli avrei messo una grossa cannula nel collo attraverso la quale potevo infondere liquidi, antibiotici e soprattutto farmaci per aiutare il cuore a pompare: così la pressione del sangue sarebbe migliorata. Nel frattempo, se i reni non avessero ripreso a funzionare, avrei potuto mettere un’altra bella grossa cannula (questa volta nell’inguine) e poi attaccarlo alla dialisi. Di fronte al mio malato A, io avevo un armamentario di trattamenti B. E alle tre di notte, vi assicuro che scatenare l’esercito della salvezza era la cosa più facile del mondo. Iniziare a infilare tubi e cateteri ovunque, fare radiografie e Tac da capo a piedi, richiedere sfilze di esami; mettermi in mostra come un soldatino d’onore e salvare una vita umana, sarebbe stato veramente facile.

Ho deciso però di prendermi qualche minuto di tempo per pensarci su e parlare con la famiglia. L’uomo aveva settant’anni, quindi per nulla vecchio, secondo i nostri canoni attuali. La figlia e la moglie erano molto preoccupate e agitate. Non capivano cosa fosse successo e non si spiegavano questo peggioramento (fino a una settimana prima se ne stava seduto in soggiorno a guardare la televisione!), quindi si aspettavano misure imponenti e io in fondo ero pronto all’azione. Sentivo però che non si poteva partire subito se prima non si provava ad analizzare la situazione da un punto di vista più ampio. Mi sembrava che se dovevo veramente occuparmi del signor Vito, dovevo capire meglio quale fosse il suo problema e cosa potevo veramente offrirgli.

Continuando nel discorso con la moglie e la figlia si era gradualmente delineato un quadro abbastanza chiaro e cioè, certo, un peggioramento importante nelle ultime ore, ma che arrivava dopo un lungo periodo di malattia. Erano trascorsi tre mesi dall’ultima volta che l’uomo era stato seduto in poltrona e settimane da quando era stato in grado di portare un cucchiaio alla bocca per mangiare un po’ di frutta frullata. Non urinava da quasi sei giorni, e da tre non apriva più gli occhi; poi tutto d’un tratto era comparso questo respiro difficoltoso.

La realtà era che il signor Vito stava morendo e, raccontata così, la storia nella sua narrativa completa era ben diversa dalla sua versione riassunta (fotografata nell’istante): un settantenne che non respira.

Non avevo nulla per restituirgli una vera guarigione o anche solo una parvenza temporanea. Il suo peggioramento “improvviso”, non era altro che un’ulteriore caduta lungo una linea che era in discesa da parecchio tempo, e rappresentava la fase finale della vita. E se anche ipoteticamente fossi riuscito a risistemarlo per rimandarlo a casa, questa vittoria sarebbe stata una breve parentesi fino al crollo successivo e, in questo tempo strappato alla morte, la qualità della sua vita non sarebbe per nulla migliorata.

È vero, non sono io che dovevo giudicare la sua qualità di vita e nemmeno decidere quanto tempo lui avrebbe dovuto trascorrere o meno con la sua famiglia, ma ero io a decidere se aveva senso scommettere, iniziando una terapia poderosa sapendo che le possibilità di vittoria erano sicuramente pari a zero. Inoltre non sarebbe mai stata una vittoria sulla malattia, ma solo sul singolo deterioramento. Questa scommessa la facevo sulla sua pelle, non sulla mia.

Esiste un processo del morire che non può essere arrestato. Lo si può rallentare un po’, talvolta, rimandando il conto finale, ma poi da lì non si scappa e questa sospensione della sentenza, grazie all’intervento delle macchine e di noi rianimatori, si è scoperto avere un prezzo non indifferente.

A volte ho la sensazione che applicando ciò che ho studiato all’università, ciò che mi è stato insegnato essere la medicina, io non stia veramente curando le persone. Esiste un “bene salute” che fa parte del paziente e della sua storia che noi medici troppo spesso non siamo capaci di cogliere, o meglio che nessuno ci ha mai insegnato a cogliere. I nostri obiettivi descritti in termini di riduzione di mortalità e morbilità sono spesso molto lontani dal concetto di cura che invece ci viene richiesto da chi è malato.

Credo che nella solitudine delle nostre decisioni dovremmo prenderci il tempo, e la briga, di riscoprire che cosa si nasconde ai margini di una medicina di frontiera, dove “bene” e “male” (o talvolta “vita” e “morte”) scivolano gli uni negli altri senza mai rivelare chiaramente dove l’uno finisca e l’altro cominci.

luglio 2017


Sospendere o non iniziare i trattamenti vitali: è davvero questa la scelta?

La decisione di smettere di curare un paziente ormai morente non significa smettere di prendersene cura

Intervista a Giuseppe Gristina, Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva, Gruppo di studio per la bioetica

La medicina intensiva ha significativamente ridotto la mortalità da malattie acute gravi, ma per molti pazienti la prognosi rimane infausta. In questi casi mantenere i trattamenti di supporto vitale significa solo prolungare il processo di morte. Così, nelle unità di terapia intensiva gran parte dei decessi avviene dopo che i clinici hanno deciso di limitare le cure non avviando ulteriori trattamenti o interrompendo l’erogazione di quelli già in atto. Malgrado gli eticisti considerino le due pratiche equivalenti sul piano morale, nella pratica clinica il tema continua a generare controversie.

La maggior parte dei decessi nelle terapie intensive si verifica a seguito della decisione dei medici di limitare le cure astenendosi dall’erogare ulteriori trattamenti di supporto vitale o interrompendo quelli già in atto. Che cosa hanno in comune queste due decisioni e in cosa si differenziano?

Sono due decisioni delicate e complesse che si differenziano nell’atto pratico ma che si equivalgono sul piano etico. In un caso si tratta di interrompere un trattamento già in atto, e quindi di intervenire attivamente, mentre nell’altro di non avviarlo. In entrambi i casi la decisione deriva dalla constatazione che eventuali trattamenti di supporto vitale non modificheranno una prognosi infausta anche dopo un periodo di cure massimali. Questi trattamenti serviranno allora solo a prolungare il processo di morte, traducendosi in inutili sofferenze aggiuntive per il paziente e per i suoi familiari. Di conseguenza, se è etico non avviare un trattamento dovrebbe essere considerato altrettanto etico sospenderlo [1]. Numerosi studi hanno invece evidenziato una diversa prevalenza delle due decisioni in rapporto alla cultura e all’appartenenza o meno dei professionisti sanitari a una religione, nonché alla legislazione vigente [2,3]. La letteratura dimostra che l’astensione dai trattamenti è in generale più praticata della sospensione. Se questo è particolarmente vero nelle terapie intensive in Israele e nei paesi arabi e asiatici, in Occidente il maggior ricorso alla sospensione sembra crescere nel tempo [4], essendo influenzato dalla disponibilità di un fiduciario, dall’età avanzata del paziente, da un elevato grado di gravità della malattia, dalla mancata risposta a un trial di trattamento prolungato, dalla severità di una preesistente patologia, in particolare neurologica.

Perché i medici propendono più per l’astensione dai trattamenti che per la sospensione? 

Concorrono diversi fattori. Intanto è dimostrato che quando i medici devono prendere delle decisioni sono spesso influenzati dal cosiddetto “status quo bias” – tendenza a non modificare lo stato delle cose – che comporta, a sua volta un bias di omissione: cioè giudicare azioni dannose come peggiori di omissioni in realtà ugualmente nocive [5]. Questi bias cognitivi possono indurre i medici a ritenere che interrompere attivamente un trattamento sia un’azione peggiore del non iniziarlo. Diversa è anche la percezione che i clinici hanno delle due modalità di limitare le cure: è esperienza comune degli intensivisti che la decisione di interrompere i trattamenti sia più stressante e traumatica in quanto più coinvolgente sul piano psicologico e morale. Questa differenza può essere meglio compresa se si considerano tre situazioni emblematiche. La forma più semplice di astensione è quella che deriva dal rifiuto di essere sottoposto a rianimazione cardio-polmonare in caso di arresto cardiaco (do not resuscitate) da parte di un paziente che ha incluso questa decisione in direttive anticipate di trattamento sottoscritte in precedenza. Più complesso diventa invece il caso di un paziente che è giunto alla parte finale di una traiettoria di malattia cronico-degenerativa e per il quale si decide di astenersi dall’erogare trattamenti di supporto vitale perché ritenuti sproporzionati. Il paziente non sarà ammesso in terapia intensiva, ma potrà continuare a ricevere le cure ordinarie e simultaneamente palliative, al fine di garantirgli una morte dignitosa che può intervenire in un tempo variabile di ore o giorni. Decidere di interrompere un trattamento vitale significa invece dover intervenire attivamente rimodulando al minimo o interrompendo la ventilazione meccanica, interrompendo il supporto inotropo e il rimpiazzo renale, iniziando una sedazione palliativa; la morte del paziente seguirà di là a poco. Una differenza tra queste tre situazioni è certamente innegabile per i pazienti e per i loro cari, per i medici e gli infermieri in rapporto al diverso tipo di stress, alla sofferenza e all’impegno richiesti a ciascuno. Il processo decisionale della sospensione richiede poi che la scelta sia discussa prima dal team di cura, per essere poi concordata con il paziente quando possibile, con i familiari o con un fiduciario. Al contrario, le richieste di ammissione alla terapia intensiva provengono da altri medici e l’eventuale decisione di astensione dai trattamenti (non ammettere il paziente) è, di solito, comunicata loro senza bisogno di discuterla con il paziente o con i familiari. Inoltre, non è neppure necessario ottenere un consenso trattandosi solo di esprimere un criterio di appropriatezza clinica delle cure intensive in quel singolo paziente e non di porre in atto una qualche terapia.

Anche la responsabilità professionale incide sulla scelta di non avviare invece di interrompere le cure?

Diversamente da quanto accade in numerosi paesi occidentali, in Australia e in Nuova Zelanda, nel nostro paese manca una legislazione specifica che disciplini il ricorso alla decisione di limitare i trattamenti di supporto vitale. Questa decisione è però prevista dal codice di deontologia medica (articolo 16 sulle  procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati) oltre che da importanti sentenze delle corti, da raccomandazioni di società scientifiche e documenti di consenso. Ciononostante è possibile che i medici percepiscano un maggior rischio di contenzioso nel caso della decisione di sospendere il trattamento per la sua stretta relazione causale e temporale con il decesso: il tempo intercorso tra la decisione di limitare il trattamento e la morte è, infatti, mediamente inferiore nel caso che sia stata attuata la sospensione dei trattamenti invece dell’astensione. Una seconda questione chiama in causa il principio della giustizia distributiva. In termini giuridici la sospensione non è reato se si dimostra che essa è attuata nel miglior interesse del paziente (criterio della futilità dei trattamenti sproporzionati), ma lo può diventare quando la decisione viene presa su un paziente a beneficio di un altro, come in caso di risorse limitate all’interno di una unità di terapia intensiva. Tuttavia, va sottolineato che gli studi che hanno analizzato le motivazioni della decisione di interrompere i trattamenti di supporto vitale hanno dimostrato che il numero di posti-letto di una unità di terapia intensiva non ha mai costituito un motivo valido per interrompere i trattamenti e che in meno dell’1 per cento dei casi il rapporto costo/beneficio ha rappresentato una ragione primaria per attuare un’interruzione dei trattamenti vitali con, semmai, una maggior propensione all’astensione. Una ragione potrebbe consistere nel fatto che i medici agiscono sulla base della regola “first-come-first-served” [6,7]. I vantaggi di questa regola consistono nel fatto che è semplice da applicare, inequivocabile, ed evita decisioni difficili o controverse. Tuttavia, essa produce conclusioni controintuitive: se il paziente A ha solo un 1 per cento di possibilità di sopravvivere con le cure intensive e il paziente B ha invece il 99 per cento di possibilità di sopravvivere con le stesse cure, la regola “first-come-first-served” darebbe priorità ad A se questo accedesse per primo in terapia intensiva.

In meno dell’1 per cento dei casi il rapporto costo/beneficio ha rappresentato una ragione primaria per attuare un’interruzione dei trattamenti vitali.

Figura 1. La decisione della limitazione delle cure rappresenta una tappa di rimodulazione dei trattamenti nel processo di integrazione tra approccio curativo e palliativo da aff rontare mettendo al centro il paziente morente e il suo diritto di un fine vita dignitoso. Si arriva a questa tappa quando la valutazione clinica indica che la patologia è arrivata allo stadio dell’irreversibilità. La scelta non è tra “fare” e “non fare nulla” ma tra “fare” e “fare altro”, cioè tra la prosecuzione di trattamenti sproporzionati e l’inizio di trattamenti che garantiscono invece una presa in carico globale del malato per garantirgli, con le cure palliative e la terapia del dolore, un fine vita con dignità.

Quali dovrebbero essere i principi che guidano la decisione di limitare i trattamenti alla fine vita dentro e fuori le terapie intensive?

La questione realmente importante è che i clinici sappiano riconoscere quando i trattamenti stanno divenendo inappropriati in quanto sproporzionati e sappiano fermarsi (figura 1). Non esiste una formula unica e astratta per definire quale sia il modo migliore o peggiore per attuare una decisione di limitare i trattamenti di supporto vitale. L’unico modo per affrontare utilmente e concretamente il difficile compito di prendersi cura di un paziente giunto alla fine della vita – come anche quello di “prendersi cura” della sua famiglia – consisterà prima di tutto in una corretta valutazione delle condizioni cliniche mirata a definire se ci si trova di fronte a una patologia potenzialmente reversibile o definitivamente irreversibile. In questo secondo caso la scelta dell’opzione migliore per limitare i trattamenti – interruzione o astensione – deriverà oltre che dalla collocazione del paziente (all’interno o all’esterno della terapia intensiva), da un’analisi accurata dei suoi bisogni, delle sue preferenze, dei suoi valori, così come delle richieste dei familiari per riorientare il trattamento verso le cure palliative e la terapia del dolore riconosciute come un diritto dei cittadini dalla legge 38/2010 per garantire al paziente terminale di morire con dignità. Questo obiettivo fondamentale dovrà però essere raggiunto tenendo conto delle scelte operative e delle propensioni morali, culturali e religiose dei professionisti sanitari al fine di evitare che le scelte alla fine della vita si trasformino in un’occasione di frustrazione e conflitto all’interno del team dei curanti.

*indagine condotta su 255 clinici operanti in 20 terapie intensive milanesi (Giannini et al. Intensive Care Med 2003:29:1902-10); ** www.economistinsights.com(Giannini et al. Intensive Care Med 2003:29:1902-10); ** www.economistinsights.com

Le definizioni

Per limitazione dei trattamenti s’intende “l’interruzione o il non avvio di trattamenti diagnostici o terapeutici che non sono più in grado di contrastare una prognosi certamente infausta e che per il malato comportano oneri superiori ai benefici attesi”. La limitazione delle cure può avvenire per decisione autonoma di un malato cosciente o per decisione dei medici nel caso di un malato non più in grado di decidere per sé. Si definisce eutanasia “l’uccisione intenzionale di colui o colei che ne fa volontaria e consapevole richiesta, da parte di un medico o altra persona competente, tramite la somministrazione di farmaci”. Spesso una mancata chiarezza su questi termini porta a identificare il tema della limitazione dei trattamenti alla fi ne della vita con quello, completamente diverso, dell’eutanasia [8].
In rapporto alle pratiche di limitazione dei trattamenti vitali, sia nella forma della loro sospensione attiva che in quella dell’astensione dal porli in atto, una conferenza di consenso tra 1366 intensivisti di 32 paesi di tutto il mondo ha concordato le definizioni di ciascuna delle due pratiche [9].

Bibliografia

[1] Sulmasy DP, Sugarman J. Are withholding and withdrawing therapy always morally equivalent? J Med Ethics
1994;20:218-22.
[2] Bülow HH1, Sprung CL, Baras M, et al. Are religion and religiosity important to end-of-life decisions and patient autonomy in the ICU? The Ethicatt study. Intensive Care Med 2012;38:1126-33.
[3] Sprung CL, Maia P, Bulow HH, Ricou B, Armaganidis A, Baras M, et al. The importance of religious affiliation and culture on end-of-life decisions in European intensive care units. Intensive Care Med 2007t;33:1732-9.
[4] McLean RF, Tarshis J, Mazer CD, Szalai JP. Death in two Canadian intensive care units: institutional difference and changes over time. Crit Care Med 2000;28:100-3.
[5] Bostrom N, Ord T. The reversal test: eliminating status quo bias in applied ethics. Ethics 2006;116:656-69.
[6] Persad G, Wertheimer A, Emanuel EJ. Principles for allocation of scarce medical interventions Lancet 2009;373:423-31.
[7] Fair allocation of intensive care unit resources. American thoracic society. Am J Respir Crit Care Med 1997;156:1282–1301.
[8] Riccioni L, Busca MT, Busatta L, et al. La limitazione dei trattamenti: una forma di eutanasia? Un approccio scientifico al dibattito sulle decisioni alla fi ne della vita. Recenti Prog Med 2016;107:127-39.
[9] Sprung CL, Truog RD, Curtis JR, et al. Seeking worldwide professional consensus on the principles of end-of-life care for the critically ill: the Welpicus study. Am J Respir Crit Care Med 2014;190:855-66.

luglio 2017


La fotografia in alto è di Edgardo W. Olivera: “Tel Aviv en el futuro”. Flickr Creative Commons.

28 luglio 2017

Le decisioni di global health

Come fermare la “grande cecità”? – Paola Michelozzi
Le compiono altri, riguardano noi – Giacomo Toffol
Dall’assistenza alla copertura sanitaria universale – Gavino Maciocco

Come fermare la “grande cecità”?

Decidere sulla base delle evidenze, agire da cittadini e non da consumatori

Paola Michelozzi, Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario del Lazio

Quali difficoltà incontra il ricercatore che deve informare il decisore su temi su cui l’opinione pubblica è spesso parzialmente o male informata? Che ruolo può avere un ricercatore per orientare i cittadini?

La maggior parte degli scienziati ritiene che siano in atto cambiamenti climatici e riconosce il ruolo causale dell’attività umana sul riscaldamento del pianeta, sostenendo la necessità di interventi in grado di ridurre le emissioni di gas serra. La popolazione, tuttavia, è ancora divisa tra chi è fortemente convinto che siano necessarie azioni immediate e chi invece rimane scettico. Stiamo vivendo una grande contraddizione: da una parte scienziati e gruppi ambientalisti (Act now) che chiedono immediate azioni per prevenire una catastrofe ambientale, dall’altra l’assenza da parte del mondo politico di tutti i paesi di una risposta coordinata e vincolante. Quali sono le ragioni di questa contraddizione? Quali difficoltà incontra il ricercatore che deve informare il decisore riguardo a temi su cui l’opinione pubblica è spesso parzialmente o male informata? Quanto incidono i pregiudizi – vuoi nel cittadino, vuoi nel decisore – nella determinazione delle scelte? Come ricercatori, cosa possiamo fare, perché l’opinione pubblica su alcuni temi cruciali sia maggiormente aderente alle evidenze scientifiche piuttosto che ad argomentazioni di altro genere?

La lettura dell’editoriale di Lisa Rosenbaum The march of science — The true story apparso recentemente sul New England Journal of Medicine [1] stimola riflessioni su aspetti diversi del problema, fortemente interconnessi tra loro:

  • la fragilità della scienza: frequenti cambiamenti di tesi, studi contrastanti, l’espressione di probabilità e non di certezze;
  • il fatto che i cittadini credono a quello a cui vogliono credere e si appoggiano spesso ad argomentazioni pseudoscientifiche a supporto della tesi preferita;
  • la ridotta fiducia dei cittadini nella scienza, soprattutto riguardo ad alcuni temi specifici.

I cambiamenti di tesi della scienza vengono spesso percepiti come una debolezza e generano discredito; la strada per superare questo potrebbe essere quella di una maggiore condivisione, ovvero aiutare i non addetti ai lavori (politici, cittadini) a familiarizzare con il processo scientifico, rendendo trasparenti i passaggi attraverso cui una prova scientifica si va consolidando. Ma il percorso è lungo e complesso e la sua fattibilità lascia perplessi.

La comunità scientifica spesso è incapace di trasmettere messaggi chiari. Inoltre i messaggi alla popolazione vengono quasi sempre filtrati dalla politica (che sfrutta l’incertezza scientifica per sostenere la tesi più congeniale) o dai media (che hanno l’obiettivo di vendere la notizia inseguendo spesso il sensazionalismo e piegando la realtà verso tesi precostituite). L’obiettivo comune, invece, dovrebbe essere quello di definire politiche favorevoli alla salute della popolazione – basate su evidenze scientifiche – stimolando la partecipazione delle comunità alle scelte, con il supporto del mondo della comunicazione.

Per sensibilizzare i cittadini e fare in modo che l’opinione pubblica riconosca il valore delle evidenze scientifiche su temi cruciali, come i cambiamenti climatici, è fondamentale la comunicazione dei risultati. La comunità scientifica deve trovare un modo per rendere i propri risultati comprensibili anche ai non addetti ai lavori. Le infografiche sono un mezzo efficace per abbattere le barriere comunicative e semplificare le informazioni complesse.

I conflitti di interesse sono di tutti

La gente crede a quello cui vuole credere. Ai risultati della ricerca spesso si contrappongono interessi diversi, come nel caso dei cambiamenti climatici. Campagne di controinformazione sono sostenute dai diversi gruppi di interesse: industriali, petrolieri, politici più attenti a proteggere gli interessi locali che la salute del pianeta. Ma anche il cittadino può essere influenzato da interessi privati. La maggior parte di noi è sinceramente preoccupata per gli effetti dell’inquinamento urbano e si dichiara favorevole a politiche dirette a ridurre gli inquinanti e contrastare i cambiamenti climatici. Ma se le politiche implicano modifiche di comportamenti individuali, come un minor uso delle auto private o la riduzione dei consumi energetici (limitando il riscaldamento invernale o il condizionatore in estate), molti sarebbero pronti a cambiare opinione e a sostenere che sul cambiamento climatico, in fondo, ci sono ancora molte incertezze.

Oltre all’inquinamento, anche le scelte alimentari sono un ambito in cui i risultati della ricerca hanno un impatto problematico sulle convinzioni della popolazione. Nei paesi industrializzati la dieta rappresenta uno dei principali fattori di rischio associati a mortalità prematura come evidenziato dal Global burden of disease study 2010 [2]; obesità ed epidemia di diabete sono tra i maggiori problemi sanitari a cui in futuro si dovrà far fronte. Ma sulle preferenze alimentari ci sono importanti condizionamenti del mercato che influenzano fortemente le preferenze della popolazione, ostacolando la penetrazione di messaggi scientifici. Il consumo di carne rossa, ad esempio, è associato a rischi per la salute e la produzione intensiva della carne è una delle principali fonti di emissione di gas serra. Ma le campagne per ridurne il consumo contrastano con convinzioni secolari sulla mancanza di alimenti sostitutivi di uguale valore nutrizionale o, ancor più, con recenti conquiste delle classi più povere che nel passato non consumavano la carne.

Lo sforzo futuro dovrebbe essere quello di riuscire a far sì che le persone si riconoscano come cittadini piuttosto che come consumatori condividendo un impegno su scala globale, ma essendo contemporaneamente in grado di riconoscere i benefici per la tutela del proprio territorio, del miglioramento della qualità della vita, del benessere personale e di quello collettivo.

La comunicazione del rischio e la percezione del rischio

Dal punto di vista della comunità scientifica chi deve comunicare i risultati degli studi si trova di fronte ad alcune impegnative esigenze:

  • rendere i propri risultati comprensibili ai non addetti ai lavori, riuscendo a trasmettere il grado di certezza delle conclusioni;
  • comunicare ai decisori i risultati in modo che essi ne colgano la rilevanza rispetto alla salute della popolazione e che siano indotti a identificare azioni in grado di ridurre i rischi per la popolazione. I ricercatori possono aiutare questo processo, ma devono essere in grado di proporre scelte sostenibili per la politica, evitando decisioni fortemente impopolari (per esempio, l’obbligo invece della libertà di scelta) che possono generare reazioni negative nella popolazione e un arroccamento del politico;
  • la capacità di comunicare con i giornalisti, senza lasciarsi trainare nella direzione voluta da questi ultimi per motivi non scientifici;
  • la considerazione della grande importanza che ha assunto internet nel condizionare l’opinione pubblica: esistono tesi virtuali ormai ben più potenti delle tesi reali.

Quanto a quest’ultimo punto, un esempio illuminante è stata la notizia della possibile associazione fra vaccino del morbillo e autismo, la cui diffusione in rete ha seminato convinzioni ben radicate nella gente e ha generato interi gruppi di sostenitori con comportamenti vicini al fanatismo. L’impatto di tutto questo è stato talmente devastante da indurre la comunità scientifica e poi i decisori politici a reazioni forse esagerate, come l’obbligo del vaccino per la frequenza scolastica esteso a dieci vaccinazioni, che appare una scorciatoia rispetto a interventi più complessi basati sull’informazione, sulla prevenzione e sulla farmacovigilanza.

Il web rappresenta non solo una delle più importanti innovazioni tecnologiche del ventesimo secolo ma anche un’innovazione sociale con profonde implicazioni per la comunicazione. Molti cittadini vedono nella rete l’unica fonte disponibile per una controinformazione libera rispetto alle fonti ufficiali condizionate da politici corrotti o da interessi economici. Imparare a utilizzare gli strumenti che la rete mette a disposizione per contrastare questo genere di disinformazione dovrà essere uno degli obiettivi più importanti e un impegno per la comunità scientifica per i prossimi anni.

Lo storytelling come strumento politico?

Ritornando alla questione iniziale, cosa possiamo fare noi ricercatori affinché l’opinione pubblica su temi cruciali, come quello dei cambiamenti climatici, riconosca il valore delle evidenze scientifiche? In molti ambiti scientifici si riconosce oggi il valore del racconto, dello storytelling. Ma costruire una storia efficace su temi complessi è difficile; bisogna abbandonare l’idea di essere didascalici e riuscire a coinvolgere emotivamente chi ci ascolta, come suggeriscono Joel Bach e David Gelber che hanno ideato la serie televisiva americana Years of living dangerously, prodotta per il National geographic channel.

Se vuoi che le persone agiscano, non dar loro semplicemente in pasto un mucchio di dati. Coinvolgile emotivamente.
— Joel Bach e David Gelber

Ci ho provato con mio figlio. Era il 2004 e l’Europa stava ancora discutendo sull’impatto dell’ondata di calore che nel 2003 aveva colpito molte regioni, con una stima di oltre 70.000 decessi in eccesso in poche settimane. Lui aveva dieci anni e una sensibilità molto sviluppata per i temi ambientali. Una sera gli raccontai cosa stava accadendo al clima. Non era una storia di fantascienza, la maggior parte degli scienziati era d’accordo: l’inquinamento causato dall’uomo stava facendo ammalare il nostro pianeta: il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello del mare. In futuro alcune aree del pianeta sarebbero state colpite da grandi ondate di freddo e di caldo, da nubifragi e da tornado, mentre altre aree avrebbero conosciuto gravi crisi di siccità. Tutto questo stava già accadendo con rischi per l’estinzione di molte specie animali e per la salute dell’uomo, soprattutto nelle aree più povere del pianeta. Alla fine del mio racconto mio figlio mi ha guardato con occhi sbarrati: “Lo sai che mi stai terrorizzando?”. Mi aveva creduto (essendo sua madre ero per lui una figura autorevole) e non aveva conflitti di interesse. Forse avevo esagerato, ma oggi è un convinto sostenitore delle politiche ambientali.

Se c’è una cosa che il surriscaldamento globale ha perfettamente chiarito è che pensare al mondo solo così com’è equivale a un suicidio collettivo.
− Amitay Ghosh

Un grande scrittore contemporaneo, Amitav Ghosh, ha dedicato il suo ultimo romanzo al tema dei cambiamenti climatici denunciando la “grande cecità” dell’umanità [3] e in una recente intervista si domanda perché i romanzi parlano di tutto tranne che di cambiamenti climatici lanciando un appello a scrittori e artisti perché nella letteratura e nelle arti questo tema non rimanga più una questione marginale. Secondo Ghosh, “siamo entrati nell’era dell’antropocene, in cui l’umanità assume il ruolo di un agente geologico. Apparteniamo a una delle prime generazioni di esseri umani le cui attività hanno alterato non singoli ecosistemi ma un’intera catena di sistemi interconnessi, comprese le correnti oceaniche e lo schema dei flussi ventosi nella stratosfera. La portata di tale rottura è così grande che un fallimento o l’incapacità di rispondervi non possono che sollevare questioni di primaria importanza, soprattutto per chi si compiace della propria consapevolezza, come la maggior parte degli scrittori e degli artisti”.

Bibliografia

[1] Rosenbaum L. The march of science: the true story. N Engl J Med 2017377:188-91.
[2] Lozano R, Naghavi M, Foreman K. Global and regional mortality from 235 causes of death for 20 age groups in 1990 and 2010: a systematic analysis for the Global burden of disease study 2010. The Lancet 2012; 380: 2095-128.
[3] Ghosh A. La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile. Venezia: Neri Pozza, 2017.

luglio 2017


Le compiono altri, riguardano noi

Scelte e decisioni su clima e inquinamento

Giacomo Toffol, Pediatri per un mondo possibile, Associazione culturale pediatri

Qualsiasi decisione o non decisione dei governi che modifichi in un senso o nell’altro tale situazione ha ripercussioni importanti sulla salute di tutti ma soprattutto dei bambini.

Le correlazioni tra cambiamento climatico e salute sono ormai note da anni a tutte le istituzioni scientifiche e politiche che si occupano di salute pubblica. Gli stessi “poteri forti” (inclusa una buona porzione di multinazionali, fatta eccezione quelle che ricavano profitti diretti dai combustibili fossili) hanno fatto i conti di quanto costerebbe (e costerà) anche a loro un mondo ecologicamente insostenibile. Inquinamento e cambiamento climatico, intimamente connessi come due facce della stessa medaglia, rappresentano la maggior minaccia per il futuro delle prossime generazioni sul nostro pianeta. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale per la salute (Oms) nel 2012 ci sono stati 12,6 milioni di morti (il 23 per cento di tutte le morti nel mondo) per cause ambientali modificabili, in gran parte determinate dal cambiamento climatico o da fattori che lo determinano, e oltre l’88 per cento del carico di malattie attribuibili al cambiamento climatico riguarda i bambini di età inferiore ai cinque anni.

È quindi evidente come qualsiasi decisione o non decisione dei governi che modifichi in un senso o nell’altro tale situazione avrà ripercussioni importanti sulla salute di tutti e, soprattutto, dei bambini − i più esposti alle conseguenze del cambiamento climatico. Ricordiamo tra queste le catastrofi naturali derivate da eventi metereologici estremi e le conseguenze dirette dello stress termico, dell’inquinamento atmosferico, dell’incremento delle infezioni trasmesse da vettori e del più difficile approvvigionamento di cibo e acqua. Nonostante il sentire comune che ritiene questo pericolo lontano nel tempo o nello spazio, il nostro paese e i nostri bambini sono esposti già ora in maniera significativa a questi problemi. L’aumento della temperatura media registrato negli ultimi trent’anni in Italia è stato quasi sempre superiore a quello medio globale rilevato sulla terraferma europea: il 2015 in Italia è stato l’anno più caldo dal 1961 e il 2016 è stato il quarto anno più caldo in assoluto [1-2].

Il ruolo dei governi

Intervenire su questa situazione è principalmente compito dei governi, attraverso azioni di mitigazione del clima e di adattamento ai cambiamenti climatici già in atto. Le azioni di mitigazione necessarie sono sia di ordine generale, come sostenere sistemi a energia pulita e promuovere l’uso di trasporti pubblici a basse emissioni, sia di ordine individuale, come favorire le attività motorie – andare in bicicletta o a piedi – in alternativa all’uso di veicoli privati. Tutte queste azioni sono necessarie per ridurre le emissioni di CO2 e quindi l’aumento delle temperature; inoltre, sono in grado di tagliare sia il carico di inquinamento dell’aria all’interno degli edifici sia il carico di inquinamento atmosferico, con ulteriore vantaggio per la salute dei bambini.

A livello europeo esiste una legislazione vincolante per i paesi membri ai fini di ottenere questi obiettivi, e nel 2013 sono state delineate una serie di azioni mirate a identificare e minimizzare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici sull’ambiente e sui settori economici più rilevanti. Come conseguenza molti paesi europei hanno adottato programmi nazionali per ridurre le loro emissioni promuovendo un maggiore utilizzo di energia rinnovabile, dei miglioramenti dell’efficienza energetica degli edifici e delle industrie, e una riduzione delle emissioni di CO2 prodotte dalle nuove autovetture, dall’industria manifatturiera e dalle discariche.

Anche le strategie di adattamento, necessarie per contrastare già da ora gli effetti sulla salute del cambiamento climatico, si devono basare su iniziative governative. Sistemi di allerta precoce per le emergenze climatiche e di counseling per la loro gestione dovrebbero essere inseriti nei programmi di sanità pubblica già esistenti. In Italia, a fine 2014, è stata approvata la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, che fornisce un quadro nazionale su come affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici nel nostro paese [3]. Ma su più di duecento pagine del documento solo cinque sono dedicate nello specifico alla salute descrivendo, in modo superficiale e generico, delle azioni di adattamento di cui solo le più urgenti andrebbero realizzate entro il 2020. Questi tempi lunghi, associati a recenti decisioni governative in campo energetico che vanno in senso contrario a quanto auspicato, come per esempio la promozione di nuovi termovalorizzatori considerati dal governo “infrastrutture e insediamenti strategici di interesse nazionale” non possono lasciare indifferente chi si occupa della salute dei bambini.

Vogliamo avere medici che siano attivisti, medici che facciano campagne per una salute migliore, non solo nella clinica o nella propria pratica quotidiana, ma in realtà anche sul palco pubblico.
— Richard Horton

Il ruolo del pediatra

Cosa prova un pediatra di famiglia di fronte a tutto questo? Gli viene richiesto un parere anche su questi temi? Come può consigliare le famiglie dei propri assistiti? Può essere un punto di riferimento per loro anche su questo?

Che questo sia un problema per i genitori è innegabile, come dimostrano i risultati di un report pubblicato dall’Istat nel 2015 [4]. Secondo questa analisi infatti le preoccupazioni della popolazione italiana si indirizzano soprattutto verso l’inquinamento atmosferico (indicato dal 50 per cento dei cittadini), la produzione e lo smaltimento dei rifiuti e i cambiamenti climatici (47 per cento e 42 per cento), e l’inquinamento delle acque (38 per cento). Da questo rapporto emerge anche che più di otto cittadini su dieci si informano sull’ambiente tramite televisione e radio; ma oltre la metà della popolazione (51 per cento) si mostra critica nei confronti dell’informazione veicolata dai mass media, giudicandola “poco” o ”per niente“ adeguata e chiede quindi consigli, tra gli altri, alle figure sanitarie. Quasi tutti i pediatri di famiglia intervistati nel 2013 a questo proposito riferivano che, con frequenza quasi settimanale, venivano richieste informazioni su queste tematiche da parte dei genitori dei loro pazienti le cui principali preoccupazioni erano l’inquinamento atmosferico dell’ambiente esterno e l’inquinamento di acqua e cibo [5].

È altrettanto innegabile il valore dell’impegno di molti pediatri per indirizzare in senso salutare i comportamenti dei genitori, con la promozione per esempio del risparmio energetico e del movimento attivo. I medici possono rappresentare per i genitori un riferimento importante anche su questi temi e le decisioni governative potranno cambiare solo quando la massa critica di persone preoccupate per l’ambiente, il clima e la salute avrà raggiunto una dimensione sufficiente.

Fortunatamente sappiamo che quando, grazie ad azioni legislative concrete e mirate, sono state ridotte le fonti di inquinamento, la salute dei bambini è rapidamente migliorata. Esistono infatti strategie che sono riuscite a controllare le esposizioni alla fonte riducendo l’inquinamento dell’aria e producendo benefici tangibili per la salute umana e l’ambiente, altamente redditizi anche in termini di costo-efficacia [6]. Diffondere queste informazioni e continuare a promuovere nelle famiglie dei nostri assistiti dei comportamenti virtuosi rimane sempre una delle missioni più utili della pediatria.

Bibliografia
[1] Ispra, Annuario dei dati ambientali – edizione 2016.
[2] www.isac.cnr.it/climstor/climate_news.html
[3] Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Documento approvato con il decreto direttoriale MinAmbiente 16 giugno 2015, n. 86.
[4] Istat. Popolazione e ambiente: preoccupazioni e comportamenti dei cittadini in campo ambientale. Pubblicato il 22 dicembre 2015.
[5] Toffol G. Inquinamento e salute dei bambini: come sono cambiate le conoscenze dei pediatri e cosa chiedono le famiglie. Quaderni acp 2014;21:278.
[6] Landrigan PJ, Sly JL, Ruchirawat M, et al. Health consequences of environmental exposures: changing global patterns of exposure and disease. Ann Glob Health 2016;82:10-9.

luglio 2017


Dall’assistenza alla copertura sanitaria universale

Le parole sono importanti, ma ancora di più le scelte delle istituzioni sovranazionali per la salute globale

Gavino Maciocco, Saluteinternazionale.info

Nel 2010, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) intitolò il proprio rapporto annuale Health systems financing: the path to universal coverage [1]. Sono tre – secondo il documento dell’Oms – i problemi, fondamentali e tra loro collegati, che impediscono ai paesi del mondo di raggiungere la copertura universale. Il primo è la disponibilità di risorse. Nessun paese, anche il più ricco, è in grado di garantire che ogni persona abbia immediato accesso a ogni tecnologia e a ogni intervento che possa migliorare la propria salute o prolungare la propria vita. All’altro estremo della scala, nei paesi più poveri, pochi servizi sono disponibili per tutti. La seconda barriera è il pagamento diretto delle prestazioni (visite, accertamenti diagnostici, farmaci, ricoveri). Anche se le persone hanno una qualche forma di assicurazione, spesso devono contribuire sotto forma di ticket o di franchigie. L’obbligo di pagare – formalmente o anche informalmente (sottobanco) –  nel momento del bisogno impedisce a milioni di persone di accedere ai servizi oppure di dovere andare incontro a spese catastrofiche e spesso di finire in povertà. Il terzo impedimento verso un rapido raggiungimento della copertura universale è l’inefficiente e iniquo uso delle risorse. Secondo una stima prudente, il 20-40 per cento delle risorse sanitarie è sprecato. Ridurre questi sprechi migliorerebbe grandemente la capacità dei sistemi sanitari di fornire servizi di qualità e di migliorare la salute della popolazione.

Ridurre gli sprechi migliorerebbe grandemente la capacità dei sistemi sanitari di fornire servizi di qualità e di migliorare la salute della popolazione.

Quando un sistema sanitario è finanziato attraverso il pagamento diretto delle prestazioni (il cosiddetto pagamento out of pocket), tutti pagano lo stesso prezzo indipendentemente dalla propria condizione economica. Viene così a cadere ogni forma di solidarietà tra sani e malati, tra ricchi e poveri. Questo sistema rende impossibile distribuire i costi durante il ciclo della vita, pagando i contributi quando uno è giovane e sano e ricevendo i servizi gratuitamente in caso di malattia durante la vecchiaia. Quasi tutti i paesi impongono qualche forma di pagamento diretto, ma nei paesi più poveri la proporzione della spesa sanitaria attraverso pagamenti out of pocket è più alta: nel 2007 – rilevava il rapporto –  in 33 paesi a basso e medio reddito questi rappresentavano più del 50 per cento della spesa sanitaria totale. “L’unico modo di ridurre il ricorso al pagamento diretto delle prestazioni sanitarie – afferma ancora il rapporto – è quello di promuovere la distribuzione del rischio, attraverso forme di prepagamento, la strada scelta da molti paesi per avvicinarsi alla copertura universale. Quando una popolazione ha accesso al prepagamento e ai meccanismi distributivi del rischio, l’obiettivo della copertura sanitaria universale (universal health coverage, uhc) diventa più realistico. E quando i pagamenti out of pocket scendono al 15-20 per cento della spesa sanitaria totale il rischio di catastrofe finanziaria e di impoverimento si riduce a livelli trascurabili.”

Universal health coverage: la risoluzione delle Nazioni Unite

Nel 2012 il tema della copertura sanitaria universale diventa oggetto di una risoluzione approvata dall’assemblea delle Nazioni Unite, il 6 dicembre [2], dove si legge:

L’Assemblea generale riconosce:

  • l’importanza della copertura universale nei sistemi sanitari nazionali, specialmente attraverso i meccanismi di assistenza sanitaria di base e di protezione sociale, per fornire l’accesso ai servizi sanitari a tutti, e in particolare ai segmenti più poveri della popolazione;
  • che la copertura sanitaria universale comporta che tutte le persone abbiano accesso, senza discriminazioni, all’insieme dei servizi preventivi, curativi e riabilitativi, definiti nazionalmente, e ai farmaci essenziali, sicuri, economici, efficaci e di qualità, con la garanzia che l’uso di questi servizi non esponga i pazienti – particolarmente i gruppi più poveri e vulnerabili – alla sofferenza economica;
  • che gli stati membri devono far sì che i sistemi di finanziamento della sanità impediscano il pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti e introducano sistemi di prepagamento e di distribuzione del rischio per evitare spese catastrofiche a causa delle cure mediche e il conseguente impoverimento delle famiglie;
  • il bisogno di continuare a promuovere, istituire o rafforzare politiche nazionali multisettoriali e piani per la prevenzione e il controllo delle malattie croniche, e di applicare sempre più estesamente tali politiche e programmi, incluso il riconoscimento dell’importanza della copertura universale all’interno dei sistemi sanitari nazionali.”

L’approvazione della risoluzione dell’assemblea delle Nazioni Unite rappresenta secondo The Lancet l’inizio di una nuova fase in cui la copertura sanitaria universale diventa l’obiettivo chiave della salute globale. “In tutto il mondo – si legge nell’editoriale – ogni anno circa 150 milioni di persone affrontano spese sanitarie catastrofiche a causa dei pagamenti diretti delle prestazioni, mentre 100 milioni sono trascinate al di sotto della linea di povertà. Nella misura in cui le persone sono coperte da meccanismi di distribuzione del rischio e di prepagamento, si riduce anche il numero di coloro che vanno incontro a danni finanziari causati dalle malattie. Un sistematico approccio verso la copertura sanitaria universale può avere un effetto trasformativo nella battaglia contro la povertà, la fame e la malattia” [3].

The Lancet aveva già dedicato alla copertura sanitaria universale una serie di editoriali e di articoli nel settembre 2012. In uno di questi si sottolineava l’importanza della copertura sanitaria universale nel miglioramento della salute della popolazione, in particolare della salute materno-infantile [4]. Uno studio, per esempio, ha rilevato la riduzione del 7,9 per cento della mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni in risposta al 10 per cento di incremento della spesa sanitaria pubblica pro capite, mentre nessun effetto è stato osservato dall’aumento della spesa sanitaria privata [5]. Un recente rapporto dell’Unicef stima che aumentando di 10 punti percentuali la quota della spesa sanitaria destinata a forme di prepagamento si riduce il tasso mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni di 15 per mille, equivalente a 500mila vite di bambini salvati soltanto in India e Nigeria, senza aumentare la spesa sanitaria totale [6].

“La copertura sanitaria universale si trova all’intersezione della politica sociale con la politica economica”, scrive Julio Frenk, già ministro della sanità messicana. “L’introduzione di riforme che promuovono la copertura universale non è soltanto una cosa buona sul piano etico; è anche un’idea brillante per raggiungere la prosperità economica. Questo è uno dei modi più potenti per combattere la povertà, mentre quando le società non assicurano un’effettiva copertura per tutti, ciò diventa un fattore di impoverimento per le famiglie. La copertura sanitaria universale quindi è in grado di mantenere una grande promessa: il focus sull’incremento dell’accesso a servizi di alta qualità con la protezione finanziaria integra politica sociale ed economica, in un modo che – se fatto bene – può portare benefici alle società in tutto il mondo” [7].

L’introduzione di riforme che promuovono la copertura universale non è soltanto una cosa buona sul piano etico; è anche un’idea brillante per raggiungere la prosperità economica.
Julio Frenk

Nella risoluzione delle Nazioni Unite del 6 dicembre 2012 riecheggiano affermazioni e concetti contenuti nella dichiarazione di Alma Ata del 1978. Ci troviamo di fronte al ritorno dell’universalismo, a una sorta di ricorso storico? Non esattamente, perché la stagione che stiamo vivendo è profondamente diversa da quella in cui è nato e si è sviluppato l’universalismo, tuttavia non c’è dubbio che si è aperta una fase diversa. Diversa rispetto alla stagione di segno fortemente neoliberista – degli anni ottanta e novanta – che l’ha preceduta.

L’importanza del lessico

Che ci si trovi un periodo storico molto diverso da quello in cui fiorì e si sviluppò l’universalismo di Beveridge prima e poi quello di Alma Ata, lo si capisce molto bene dall’uso delle parole. La conferenza di Alma Ata si concluse con l’obiettivo health for all (salute per tutti), mentre l’Oms e anche le Nazioni Unite, negli ultimi tempi, hanno scelto il termine “universal health coverage”. Avrebbero potuto usare universal health care, assistenza sanitaria universale, e si sarebbero avvicinati a health for all (con una differenza sostanziale: health care è riduttivo rispetto al semplice health, perché non si occupa di determinanti sociali di salute). Ma hanno usato coverage invece di care.

Il termine coverage si applica alla copertura assicurativa, attraverso differenti forme di prepagamento.

  1. Il modello Beverigde, dove l’universalità della copertura è garantita dallo stato e finanziata dalla fiscalità generale. Nato in Inghilterra è stato adottato in molti paesi, tra cui l’Italia.
  2. Il modello Bismarck (dal nome del cancelliere tedesco che lo introdusse in Germania negli anni ottanta dell’800), basato sulle assicurazioni sociali obbligatorie, finanziate da datori di lavoro e dipendenti. I beneficiari sono i lavoratori e le loro famiglie, ma in molti paesi lo stato interviene per coprire anche disoccupati, disabili e pensionati. Oltre che in Germania tale modello è adottato in diversi paesi centro europei, come Austria e Francia, e asiatici, come Giappone e Corea del Sud.
  3. Il modello delle società di mutuo soccorso, nate nell’800 in Europa, che oggi hanno il nome di community health insurance dove, volontariamente, gli appartenenti a un’associazione, un sindacato, una categoria, una comunità si tassano per coprire le spese sanitarie di un socio. Recentemente questo tipo di assicurazione si è sviluppato in Asia (vedi India, Indonesia e Filippine) e in Africa (vedi Ghana, Ruanda e Tanzania).
  4. Il modello delle assicurazioni sanitarie private, generalmente profit, dove gli assicurati acquistano volontariamente una polizza, il cui costo è molto variabile in relazione alla condizione di rischio dell’assicurato (età, abitudini di vita, stato di salute, ecc.), alle caratteristiche delle prestazioni che vengono garantite in caso di malattia o infortunio, al livello di partecipazione alla spesa (copagamento, detto anche ticket) e di franchigia (l’assicurazione inizia a pagare dopo che le spese a carico del paziente hanno raggiunto una determinata soglia). Nate negli Usa, sono presenti in tutto il mondo.

Perché ci è concentrati sul coverage che è una parte della care? Perché ci si preoccupa così tanto dell’aspetto finanziario dell’assistenza (coverage) e si mettono in secondo piano l’organizzazione e l’erogazione dei servizi (care)? Le risposte a queste domande sono diverse, anche di segno politico diverso.

La prima e la più rilevante spiegazione è che le radicali politiche neoliberiste – drastica riduzione della spesa sanitaria pubblica, privatizzazione dei servizi, spese catastrofiche delle famiglie, rinuncia a curarsi – avevano creato una situazione socialmente, e anche umanamente, non più sostenibile e tollerabile. Limitandoci a due soli paesi, i più popolosi come Cina e India, agli inizi del 2000 su una popolazione di 2 miliardi e 300 milioni di persone, meno di un terzo di essa godeva di una qualche copertura assicurativa. Andava un po’ meglio in Messico dove, su 100 milioni di abitanti, solo la metà di essi usufruiva della copertura assicurativa: coloro che avevano un rapporto di lavoro formale o erano in grado di acquistare una polizza sul mercato privato. Ma andava molto peggio alle popolazioni dell’Africa subsahariana dove solo un’esigua minoranza era assicurata e dove la stragrande maggioranza era costretta a pagare formalmente o sottobanco qualsiasi prestazione di cui avesse bisogno, dalla cura della malaria a un parto, a un intervento chirurgico.

Da questo punto di vista la pressione dell’Oms e poi l’impegno solenne dell’assemblea delle Nazioni Unite verso la copertura sanitaria universale vanno considerati come una condanna implicita delle politiche neoliberiste precedenti (per anni colpevolmente tollerate dalle stesse istituzioni internazionali) e l’inizio di una fase nuova e più promettente per la salute globale (peraltro già anticipata, come vedremo, in alcuni paesi).

Tuttavia la filosofia della copertura sanitaria universale pone dei limiti all’intervento del settore pubblico e lascia ampio spazio a quello privato sul versante sia del finanziamento sia della produzione ed erogazione dei servizi. Sul fronte del finanziamento il governo deve garantire che tutti possano avere accesso alla copertura, con politiche che regolino il mercato assicurativo (sia questo profit o no profit) e con la possibilità d’intervento pubblico nel caso di fasce di popolazione scoperte. Sul fronte della produzione ed erogazione dei servizi il governo deve garantire che i provider, pubblici o privati che siano, operino in modo appropriato e rispondano ai bisogni della popolazione. Ne deriva un modello organizzativo che prevede una chiara divisione tra chi acquista e chi produce i servizi, tra committenti e assicurazioni pubbliche o private, che acquistano i servizi clinici e diagnostici per i propri assistiti nel mercato dei provider.

Siamo lontanissimi dal modello universalistico originario di Beveridge dove lo stato era l’unico attore protagonista del Nhs: finanziava, programmava e gestiva i servizi sanitari nella loro interezza, dalla prevenzione alla cura e alla riabilitazione.

Come si vede siamo lontanissimi dal modello universalistico originario proposto in Gran Bretagna da William Beveridge nel 1942 ed entrato in vigore nel 1948, dove lo stato era l’unico attore protagonista del National health service: finanziava, programmava e gestiva i servizi sanitari nella loro interezza, dalla prevenzione alla cura e alla riabilitazione.

Il nuovo National health service inglese è una versione “regressiva” della copertura sanitaria universale. Una versione assai mercantile, dove lo stato rinuncia di fatto a svolgere qualsiasi funzione di programmazione, limitandosi a ricoprire il ruolo di regolatore del mercato, e dove non c’è spazio per la prevenzione, che è stata infatti dirottata nelle competenze delle municipalità.

Nel mondo si sono affermate varie versioni di copertura sanitaria universale, con caratteristiche molto diverse tra loro (avanzate o restrittive) che rispecchiano la storia, la cultura, l’economia e la politica dei differenti paesi.

Bibliografia
[1] World Health Report 2010. Health systems financing: the path to universal coverage WHO, Geneva, 2010.
[2] United Nations. General Assembly, Global health and foreign policy, A/67/L.36, 6 dicembre 2012
[3] Vega J. Universal health coverage: the post-2015 development agenda. Lancet 2013; 381;179-80.
[4] Moreno-Serra R, Smith PC. Does progress towards universal health coverage improve population health? Lancet 2012; 380:917-23.
[5] Moreno-Serra R, Smith PC. The effects of health coverage on population outcomes: a country-level panel data analysis. Results for Development Institute Working Paper. Washington, DC: Results for Development Institute, 2011
[6] Brearley L, Marten R, O’Connell T. Universal health coverage: a commitment to close the gap. Save the Children, 2013. www.savethechildren.org.uk/sites/default/files/docs/Universal_health_coverage_0.pdf
[7] Frenk J, De Ferranti D. Universal health coverage: good healh, good economics. Lancet 2012; 380:862-3.

luglio 2017



La fotografia in alto è di Robert Couse-Baker: “Sign”. Flickr Creative Commons.

28 luglio 2017

Il ruolo dei cittadini e delle aziende

La condivisione delle decisioni in medicina – A cura di Ivana Truccolo
Un’alleanza priva di gerarchieAntonella Celano
Advocacy, dialogo, condivisioneIvan Gardini
Scegliere dove investire nell’interesse del pazienteIntervista a Annarita Egidi

La condivisione delle decisioni in medicina

Lo sguardo dei pazienti

Ivana Truccolo, Responsabile Biblioteca scientifica e per pazienti, Centro di riferimento oncologico, Aviano Centro di riferimento oncologico, Aviano

La condivisione delle decisioni che riguardano il percorso di cura fra pazienti e curanti, shared decision making, è uno dei temi di cui si scrive e si parla sempre di più nei convegni scientifici e anche nelle occasioni divulgative. Per shared decision making si intende quel processo in cui i curanti e il paziente collaborano nel prendere le decisioni che riguardano il malato, selezionano gli esami, i trattamenti e i piani di cura sulla base delle evidenze cliniche che tengono conto sia dei risultati attesi sia delle preferenze e dei valori dei pazienti [1]. È un argomento questo che rientra nel tema più ampio e talvolta abusato della centralità del paziente e del processo di “democratizzazione della medicina” che mira a recuperare la visione olistica di Ippocrate conciliandola con un impiego appropriato, equo e saggio del progresso tecnologico grazie a pazienti informati, consapevoli e partecipi.

Gli attori di questo percorso sono ovviamente non solo i curanti e i pazienti ma anche i professionisti dell’informazione e comunicazione sanitaria, i media tradizionali, web e social network e non da ultime le organizzazioni di cura e ricerca che si muovono sulla scia di temi caldi oppure in modo proattivo sforzandosi di ripensarsi sulla base del bisogno sempre più avvertito della “persona al centro”. Per un’organizzazione di cura e ricerca, il processo di condivisione delle scelte è molto complesso. Tuttavia, è forse il punto di massima integrazione fra vari aspetti ai quali si presta sempre più attenzione, come per esempio: la cura dell’ informazione ai pazienti, affinché sia accessibile, affidabile e utile; la rilevazione del grado di comprensione e capacità di utilizzo delle informazioni sanitarie (la cosiddetta health literacy); il coinvolgimento di pazienti, volontari e caregiver nella vita delle organizzazioni sanitarie e la loro partecipazione in qualità di equal partner ai percorsi che li riguardano; la capacità degli operatori di trovare il proprio equilibrio fra scarse risorse e nuove sfide in un contesto che non è più quello di un tempo ma non è ancora qualcos’altro di ben definito; la necessità dell’integrazione tra professionisti diversi, sanitari e non; le sfide della multiculturalità.

Un contributo esperienziale

In questi ultimi 20-25 anni, vi è un trend in ascesa relativamente a questo tema nella letteratura scientifica biomedica [2] al punto che, soprattutto negli Stai Uniti, lo shared decision making è ritenuto oggi la vera priorità che permetterà di “salvare” la medicina. Non era così fino ad alcuni anni fa e ancor oggi, forse, in Italia ed Europa, il tema viene percepito come meno cogente che in altri paesi [3]. È interessante tuttavia constatare che vi sono sempre più articoli in cui si fa il punto del percorso di condivisione delle decisioni in medicina nel proprio paese. Indicativa a questo proposito la serie di articoli pubblicati a maggio sulla rivista open access Zeitschrift für Evidenz, Fortbildung und Qualität im Gesundheitswesen, nel numero preparatorio della 9th International shared decision making conference [4].

Su queste pagine abbiamo voluto fare un’operazione diversa: offrire un contributo esperienziale sull’argomento dando spazio alla viva voce di alcuni pazienti e caregiver. Si tratta di undici persone che vivono o hanno vissuto un’esperienza di malattia oncologica: dieci donne e un uomo, di età compresa fra i 30 e i 60 anni, per la maggior parte del nord Italia. Quasi tutte queste persone hanno un rapporto diretto o indiretto con il Centro di riferimento oncologico (Cro) di Aviano perché in cura presso di esso o perché lo frequentano per altri motivi. Il Cro di Aviano è un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico dove, da alcuni anni, è in atto un programma di tipo educazionale partecipato che coinvolge pazienti e operatori, finalizzato all’empowerment di tutte le persone coinvolte e dell’organizzazione nel suo insieme [5].

Le persone sono state invitate via mail a rispondere alle seguenti quattro domande:

  • quanto sono condivise le decisioni lungo il percorso di cura e assistenza?
  • quali opportunità ha il cittadino per informarsi correttamente per poter condividere consapevolmente le scelte terapeutiche?
  • quanta disponibilità trova nel medico e nell’istituzione ospedaliera per un dialogo sulla cura?
  • quali esperienze del Cro di Aviano sono significative al riguardo?

Nell’invito a rilasciare la propria testimonianza è stato spiegato il motivo della richiesta e che il loro contributo sarebbe stato pubblicato su Forward in forma trasparente o anonima a seconda delle loro indicazioni. Le persone sono state invitate a sentirsi libere di rifiutare e alla massima franchezza ed è stato loro garantito che nulla sarebbe cambiato nei nostri rapporti in ragione della loro risposta. Il criterio di individuazione di queste persone è stato di tipo personale in relazione a una conoscenza pregressa delle stesse in virtù di una loro partecipazione ad alcune delle attività di tipo informativo-educazionale o di promozione della scrittura o della lettura o di volontariato, coordinate dalla Biblioteca dei pazienti del Cro di Aviano di cui sono responsabile [6,7]. Quattro persone sono state interpellate tramite altri professionisti con cui ho collaborato in virtù della rete virtuale Patient education & empowerment che si è creata in Italia grazie a un progetto di ricerca supportato dal Ministero della salute [8]. Su 13 persone contattate due hanno declinato l’invito a esprimere la loro opinione in ragione del momento particolare che stanno attraversando. Le testimonianze raccolte non sono state in alcun modo alterate nel contenuto; gli unici interventi fatti sono di tipo editoriale, evidenziati e finalizzati a “cucire” i vari contenuti in modo da garantire la fluidità del testo.

Conclusioni (parziali)

Questo piccolo forum virtuale in cui le persone senza incontrarsi di persona hanno espresso la loro opinione sullo shared decision making fa emergere che il tema è molto sentito, da alcuni pazienti in modo quasi “carnale”, doloroso. Alcuni si sentono “fortunati” ad aver incontrato nel loro cammino operatori disponibili alla condivisione, altri sono testimoni di situazioni meno felici. Non tutti i pazienti intervistati dimostrano di aver chiari i termini della questione. Per alcuni invece la consapevolezza è molto forte. Tutti però apprezzano l’impegno delle organizzazioni a offrire opportunità educazionali per ridurre l’asimmetria informativa fra pazienti e curanti. Apprezzano inoltre soprattutto l’accoglienza da parte delle strutture di cura nel loro insieme, elemento questo che è in grado, talvolta, di compensare singole esperienze personali controverse o francamente negative.

Queste narrazioni personali offrono solo un insight sull’argomento, e non certo lo stato dell’arte in Italia di ciò che pensano i pazienti oncologici sul tema della condivisione delle decisioni circa il percorso di cura. Sono tuttavia molto narrative ed eloquenti e, a una lettura approfondita, possono offrire utili spunti per impostare una ricerca di tipo qualitativo sull’argomento che coinvolga un maggior numero di pazienti.

Ringraziamenti

Ringrazio ognuna delle persone che ha accettato di esprimere la propria opinione e anche chi non se l’è sentita. Siamo persone innanzitutto. Ringrazio anche le dottoresse Sara Francescon, farmacista che opera al servizio di Informazione sulle interazioni tra farmaci del Cro di Aviano, e la dottoressa Alba Chiarlone, psicoterapeuta e psico-oncologa che opera a Siracusa, per la collaborazione.

Dichiaro che non ho nessun conflitto di interessi con alcuna delle persone intervistate né con gli altri operatori coinvolti ma solo rapporti di collaborazione professionale.

Bibliografia

[1] National Learning Consortium. Shared decision making. Fact sheet 2013.
[2] Alper BS, Elwyn G. Prioritizing shared decision making. JAMA 2017;317:856-7.
[3] Deledda G, Mosconi P, Renzi C, Goss C. Il coinvolgimento del paziente nel processo clinico decisionale. Recenti Prog Med 2012;103:384-90.
[4] Härter M, Moumjid N, Cornuz J, et al. Shared decision making in 2017: International accomplishments in policy, research and implementation. Z Evid Fortbild Qual Gesundhwes 2017;123-4:1-5.
[5] Truccolo I, Cipolat Mis C, De Paoli P (a cura di). Costruire la patient education nelle strutture sanitarie. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2016.
[6] Truccolo I. Luoghi per scrivere, svelarci e avere curiosità per un’informazione affidabile. In “La medicina narrativa strumento trasversale di azione, compliance e empowerment” . Bongiovanni M, Travagliante P (a cura di). Milano: Franco Angeli, 2017.
[7] Truccolo I. Providing patient information and education in practice: the role of the health librarian. Health Info Libr J 2016:33:161-6.
[8] Cipolat Mis C, Truccolo I, Ravaioli V, et al. Making Making patient centered care a reality: a survey of patient educational programs in Italian Cancer Research and Care Institutes. BMC Health Serv Res 2015;15:298.


La voce ai pazienti e caregiver

Barbara BragatoPaziente

Faccio parte di quel 7 per cento di donne a cui è stato diagnosticato un tumore al seno metastatico fin dall’esordio. Quindi la mia situazione è certamente differente rispetto a quella che deve affrontare chi ha “solo” un tumore primario. All’inizio della malattia, credo, tutte le persone abbiano un senso di disorientamento, quantomeno perché spesso non siamo preparati a ciò che dovremo affrontare. Il primo istinto è quello di cercare sul web e non è quasi mai la scelta migliore. Tanto per fare un esempio io, all’epoca, (sono in cura da più di sette anni) cercai “tumore al fegato” perché avevo le metastasi lí senza sapere che essendo metastasi da tumore al seno rimaneva lo stesso [tumore al seno, ndc]. Un buon aiuto dal web per confrontarsi (sia per quanto concerne le cure che nei rimedi contro gli effetti collaterali) e sostenersi con altre donne che stanno vivendo la stessa situazione, si può trovare nei vari gruppi, generalmente chiusi, su FB [Facebook, ndc] soprattutto. Ce ne sono per pazienti con tumore al seno, col metastatico o per le persone vicine ai malati. Per il tumore al seno metastatico ho aperto io un gruppo, qualche anno fa, proprio perché sentivo l’esigenza di trovare altre testimonianze, di trovare persone con una buona qualità di vita che convivessero con la mia stessa malattia, perché le rassicurazioni del medico aiutano ma mai come un caso reale e tangibile.
Per la mia esperienza posso dire che la mancanza di tempo è sicuramente uno dei problemi maggiori da affrontare, insieme a un problema più complesso che è quello della comunicazione medico-paziente. Dico sempre che secondo me l’empatia non si può imparare (il mio oncologo fortunatamente ci è nato) ma per qualcuno un bel corso di comunicazione sarebbe indispensabile. Ho degli esempi di risposte date a donne malate e disorientate veramente terribili. Un consiglio che mi sento di dare a tutte le pazienti è di andare alla visita con le domande che si intendono fare scritte in un foglio per non dimenticare qualcosa.
Al Cro organizzano conferenze brevi su svariati argomenti interessanti che spaziano dall’alimentazione all’aiuto psicologico: trovo siano delle opportunità da sfruttare sia per conoscenza personale sia per la possibilità che si ha di fare domande con risposte approfondite.
Un’altra grande opportunità è data dai farmacisti che hanno aperto uno sportello dedicato ai pazienti dove forniscono indicazioni sulle possibili interazioni farmacologiche tra le terapie in corso, i farmaci che utilizziamo, tradizionali, omeopatici, fitoterapici e alimenti. Questo è un argomento molto importante e che spesso i pazienti ignorano non sapendo quindi nemmeno che alcune interazioni possono addirittura ridurre l’assorbimento del farmaco o aggravarne gli effetti collaterali. Succede poi che proprio per ignoranza o noncuranza si omette di dire all’oncologo i farmaci alternativi o alimenti che prendiamo con costanza oltre la terapia provocando i danni sopracitati.

La mancanza di tempo è sicuramente uno dei problemi maggiori da affrontare.

Non dobbiamo avere paura di parlare con l’oncologo, dobbiamo poter fidarci di lui e parlarci sempre con onestà. Molte sono poi le pubblicazioni che vengono fornite gratuitamente e che trattano vari argomenti da come  della malattia ai figli alle procedure per l’invalidità. Secondo me tutte queste cose andrebbero analizzate a casa per poi poter sfruttare al meglio il poco tempo che abbiamo con l’oncologo. Quando si deve iniziare una terapia (soprattutto all’inizio) ho notato che il protocollo è standard, da metastatica invece valutiamo sempre insieme effetti collaterali e benefici prima di decidere.

Eleonora BrunPaziente

“Ascoltare un paziente non richiede solo strumenti medici”.
Negli anni abbiamo assistito ad una repentina evoluzione del rapporto tra medico e paziente passando da una visione più professionale e distaccata ad una relazione decisamente più empatica. Sino a pochi anni fa veniva richiesto al proprio medico solamente la risoluzione del problema di salute attraverso le sue capacità professionali, mentre al giorno d’oggi mi pare evidente come le cose siano cambiate, e come questo approccio non sia più sufficiente per entrambe le figure coinvolte.
Per quanto mi riguarda trovo fondamentale la condivisione con il proprio oncologo dei percorsi terapeutici, nonché la trasparenza in merito ad eventuali conseguenti effetti da sopportare. La situazione in cui spesso il paziente si trova è delicata per questo è decisamente importante per lui, il sapere che difronte non vi è solo un medico oberato di lavoro ma qualcuno in grado di porsi allo stesso livello, capace quindi, di prestare attenzione non solo alla salute fisica ma piuttosto al benessere della persona.
Ecco perché sono fermamente convinta che la comunicazione sia uno strumento indispensabile anche nel rapporto tra sanità e cittadino, in grado di aprire un dialogo bilaterale di cura e lavorare insieme affinché la struttura sanitaria possa andare incontro alle esigenze dei pazienti. Dico questo analizzando la situazione in veste di paziente, portando così la mia personale opinione in merito. Spesso le paure vengono espresse in domande poste verso colui che ha il piccolo grande potere di placare l’ansia e il timore. Ecco perché si ha bisogno di un rapporto empatico: il paziente sente la necessità di un contatto con il proprio medico e soprattutto di comprensione. D’altra parte il paziente deve a sua volta capire che colui che lo ha in cura è un essere umano e come tale porta ad ogni incontro, in maniera più o meno consapevole, un po’ di se e del suo vissuto. Questo credo sia inevitabile. Ascoltarsi a vicenda e rispettarsi, un lavoro importante che entrambe la parti devono fare.
Secondo la mia personale esperienza, posso affermare con serenità di sentirmi in ottime mani e questo non dipende solo dalla professionalità scontata del mio oncologo ma da un certo rapporto di condivisione instaurato fra noi: il fatto di non essere un numero ma avere l’impressione che la mia situazione di salute sia importante così come la mia guarigione. Reputo il mio medico un uomo che fa le cose con il cuore e che comprende il dolore altrui. Sapere di essere ascoltata in qualsiasi occasione e avere una risposta a ogni dubbio che mi viene mi rassicura parecchio e ancora più importante il sentirmi libera di porre qualsiasi domanda che mi passa per la testa seppur assurda, domande che racchiudono desideri, timori, angosce, delusioni e aspettative.  Domande che vengono percepite esattamente così e che trovano comunque una risposta.
La disponibilità di un medico che cerca di tranquillizzarmi di persona, per telefono e anche per e-mail,  una chiamata da parte sua volta a comunicarmi l’esito della tac sapendo quanto tu /io sia in ansia per esso. Tutto questo per me rappresenta l’empatia e un rapporto di condivisione e ascolto reciproco costruito fra due persone in funzione di essa. Il segreto per capire gli altri è identificarsi con loro.

Ascoltarsi a vicenda e rispettarsi.

EGmadre di un paziente

Come mamma di un paziente oncologico devo dire che nei cinque anni di malattia di mio figlio ne ho avuta parecchia di esperienza, considerando il fatto di essere passati attraverso tre ospedali. Nel 2008, quando mio figlio si è ammalato, per capire di che malattia si trattasse alcune informazioni le ho ottenute chiedendo direttamente alla biblioteca del Cro di Aviano, quando siamo arrivati lì per le terapie. Prima, per sapere qualcosa in più di quello che ci diceva il medico a Udine, mi sono informata su internet.
Per quello che riguardava la cura, il medico del Cro ci ha informati su come procedere, rassicurandoci che il protocollo usato veniva condiviso in tutta Europa. Non è che potevamo avere tanta scelta, ovviamente ci siamo fidati, sapendo che il Cro era un istituto d’eccellenza nel trattamento, sia per la radioterapia che chemioterapia. Comunque mi sono informata cercando anche altre possibilità, soprattutto perché mio figlio ritardava le cure, per difficoltà nella ripresa dei valori ematici. Ero preoccupata che non ce la facesse, per questo ne ho parlato con il suo oncologo e lui è stato molto disponibile nell’ascoltarmi e nel commentare eventualmente le scoperte che facevo studiando le casistiche. Questo, nella prima fase della malattia, perché purtroppo nella recidiva le cose sono state talmente veloci da non lasciarci il tempo di fare molto.
L’unico appunto che mi sento di fare, è sull’assistenza logistica della situazione. Mi spiego, soprattutto nel 2008, non ho avuto molto aiuto nell’aspetto burocratico; sapere che potevamo fare domanda d’invalidità per ottenere corsie preferenziali; la possibilità di avere gli ausili senza noleggiarli; come procedere per la fisioterapia…Di questi aspetti, mi ci sono “sbattuta”completamente contro, ho avuto una serie di difficoltà che ho superato grazie all’aiuto di amici (fisioterapisti ed infermieri) che mi hanno dato lo spunto e l’aggancio necessari.
In ogni caso, soprattutto nella recidiva del 2013, ho riscontrato una grande difficoltà di dialogo con alcuni medici di [struttura diversa dal CRO, ndc]. Mi sembrava di lottare contro i mulini a vento. Cosa che non ho riscontrato tra il personale infermieristico, molto attento e disponibile.
Arrivando al CRO comunque, mi sono sentita ben accolta e capita, insieme a mio figlio [anche se poi è mancato, ndc]; il dialogo non è mai mancato, per fortuna. Mi hanno ascoltato nelle richieste e sono stati molto disponibili nel soddisfare i problemi legati al recupero fisico, mandando subito il fisioterapista in stanza e collegandoci all’altro Ospedale per il recupero Post-terapia.

Camilla Mia Lazzarinipaziente

Undici anni a braccetto con il cancro. Ho perso il conto delle visite e dei medici con cui ho parlato. Sono una paziente impegnativa, voglio conoscere ogni dettaglio della mia malattia e delle terapie e non accetto nulla passivamente. Dall’oncologo non mi aspetto prescrizioni ma informazioni e proposte. Dopo tanti anni, mi capita ancora che qualcuno mi chieda cosa hanno deciso i medici. E ogni volta rispondo che i medici non decidono niente: loro propongono e io decido. Molti sembrano scandalizzati da questa affermazione e questo mi dà la misura di quanto si deva ancora lavorare sulla cultura della condivisione.
Dopo aver sentito per la prima volta la parola liposarcoma ho iniziato subito a cercare informazioni. Su Internet, perché è il canale più accessibile per me che utilizzo molto il computer. Fortunatamente la mia esperienza di navigazione in Rete mi ha portato a selezionare fin dall’inizio le informazioni, scartando i siti “alternativi” a favore di quelli istituzionali. Se mi fosse mancata questa capacità critica, probabilmente sarei sprofondata nel caos, con il rischio di lasciarmi irretire dal canto delle sirene delle pseudomedicine. Le informazioni raccolte attraverso il web, i consulti specialistici in diverse strutture, i colloqui con il medico di medicina generale e il confronto con altri pazienti mi sono serviti per valutare criticamente la situazione. Ho discusso di ogni aspetto delle terapie, dalla scelta dei protocolli ai farmaci e integratori da assumere per contrastare gli effetti collaterali: spesso ho accettato le proposte dei medici, a volte le ho respinte e abbiamo concordato soluzioni alternative. Qualcuno apprezza il mio atteggiamento, altri meno: immagino che vedere messa in discussione la propria autorità non mi renda particolarmente simpatica, ma pazienza, me ne farò una ragione.
Ritengo che spesso i medici siano vittime della sindrome dell’orticello. Soltanto due volte, nella mia esperienza, è successo che un oncologo mi abbia fornito spontaneamente informazioni su protocolli, terapie, strumenti e tecniche di diagnosi e cura disponibili in strutture diverse dalla propria. Certo, tutti lo hanno fatto quando li ho sollecitati, ma controvoglia, cercando a volte di minimizzare le qualità altrui. Atteggiamento comprensibile dal punto di vista umano, ma poco opportuno in un ambito in cui c’è in gioco la vita di una persona. In generale, comunque, ho trovato una buona disponibilità al dialogo in occasione di visite ambulatoriali e day hospital e sono convinta che in questo sia stato fondamentale avere un medico di riferimento, anziché incontrare ogni volta una persona diversa. La continuità della relazione permette di non dover raccontare ogni volta tutta la storia dall’inizio, perdendo un sacco di tempo con il rischio di tralasciare qualcosa, concentrandosi ad ogni incontro solo su ciò che è importante in quel momento. Durante i ricoveri, invece, è più difficile essere parte attiva del processo decisionale. Il degente è in una condizione di particolare debolezza e fragilità e il suo coinvolgimento spesso non va oltre la firma del consenso informato per l’intervento chirurgico. Non c’è condivisione sui farmaci somministrati, a parte chiedere se ci sono allergie, né possibilità di accesso alla cartella clinica se non dopo le dimissioni. Paradossalmente, inoltre, il ricovero non favorisce il colloquio: i medici di reparto raramente hanno il tempo di fermarsi a parlare con i pazienti e di solito non c’è un caregiver di riferimento.

Dall’oncologo non mi aspetto prescrizioni ma informazioni e proposte.

EC, uomopaziente

Quanto sono condivise le decisioni lungo il percorso di cura e assistenza?
Le scelte  importanti non sono condivise, il paziente deve  accettare le decisioni che avvengono nei consulti  tra  medici. Le decisioni  vengono  imposte,  non si conosce  nei dettagli il  percorso  che si dovrà affrontare; Inoltre il percorso post-tumore è una strada che devi affrontare in solitaria  o devi  appoggiarti ad associazioni volontarie che per fortuna sono presenti nel territorio.

Quali opportunità ha il cittadino per informarsi correttamente per poter condividere consapevolmente le scelte terapeutiche?
Quando scopri di avere un tumore, cerchi nella  struttura o  nel medico un appoggio per delle spiegazioni e rassicurazioni sulle diverse possibili soluzioni, sei praticamente indotto ad accettare quanto ti viene proposto, soprattutto se la scoperta è improvvisa e devi muoverti in fretta, questo riduce la possibilità di consultare altre strutture/medici. La cosa più semplice ed immediata è quella di consultare  Internet per ricercare  le varie patologie,  considerando che spesso le notizie sono forvianti.

Quanta disponibilità trova nel medico e nell’istituzione ospedaliera per un dialogo sulla cura?
Come paziente confermo che la disponibilità che riscontri nei medici varia da soggetto a soggetto, alcuni,  seppur competenti, trasmettono un certo distacco che non aiuta. Grande aiuto è stato svolto dal personale infermieristico, che si è dimostrato preparato, molto disponibile e di fondamentale supporto per le cure ed il  post-cura.

Quali esperienze del CRO di Aviano sono significative al riguardo?
Il CRO è un’ ottima struttura ospedaliera, ma emerge che mancano certi riferimenti per i pazienti, soprattutto nella riabilitazione, fondamentale per certi aspetti (es.  cura dell’alimentazione, sostegno psicologico mirato, consigli su attività fisiche utili ad aiutare la ripresa delle normali funzioni vitali ecc.). La mia è l’esperienza di un percorso estremamente difficile, ma  che ha messo in luce le grandi qualità umane e professionali del personale [con cui mi sono rapportato, ndc].

Alcuni, seppur competenti, trasmettono un certo distacco che non aiuta.

SC, donnapaziente

Due anni fa iniziavo un percorso di cura alquanto articolato. Particolarmente sofferto, soprattutto dal punto di vista psicologico, è stato il processo diagnostico, non mi è stato risparmiato nulla: ho iniziato con mammografia ed ecografia, ho continuato con diverse biopsie a entrambi i seni e al cavo ascellare sinistro, ho concluso con scintigrafia e risonanza mammaria. L’intervento chirurgico è esitato in mastectomia, svuotamento del cavo ascellare, quadrantectomia all’altro seno. È seguito un ciclo piuttosto pesante di chemioterapia e radioterapia.
Il mio rapporto con il personale del CRO in questo lungo percorso? Nella fase diagnostica, la più delicata dal punto di vista psicologico, non sempre ho riscontrato una forte dimensione empatica, soprattutto nel personale medico. Capisco che i pazienti sono tanti e che è prioritario comportarsi professionalmente dal punto visto tecnico, ma è anche vero che ogni paziente è unico, ha una sua storia, ha un suo vissuto, una  sua rappresentazione della realtà… insomma avrei molto apprezzato una maggiore attenzione alla personalizzazione della relazione, che avrebbe potuto realizzarsi anche senza sforzi eccessivi. Sarebbe stato sufficiente ad esempio non spazientirsi di fronte alla mia richiesta di ripetermi alcuni passaggi sulle modalità dell’intervento di mastectomia. Anche la comunicazione non verbale/paraverbale avrebbe potuto aiutarmi molto, per esempio un sorriso, una pacchetta sulle spalle… avrebbero rappresentato un segno di maggiore vicinanza, di incoraggiamento, un deciso segnale che ti puoi affidare totalmente alla figura che hai di fronte.
Ricordo che, quando mi sono svegliata dall’intervento, mi sentivo massacrata, dolori lancinanti …non mi capacitavo, continuavo a chiedere antidolorifici di tutti i tipi… mi chiedevo se era normale stare in quelle condizioni… mi veniva detto che l’intensità del dolore dipendeva dall’espansore mammario che era stato inserito. A quel punto pensai che se mi fosse stato detto del dolore acuto a cui si andava incontro non avrei deciso per l’inserimento…
Durante la chemioterapia, sono stata sottoposta a controlli con vari specialisti. Durante un controllo ginecologico, il medico, nonostante la mia opposizione con le lacrime agli occhi, decise di eseguire delle biopsie per scongiurare altre problematiche…e come se non bastasse ad elevare il mio stato di preoccupazione, mi veniva anche illustrato con dovizia di particolari gli effetti della futura terapia ormonale… Per fortuna le biopsie ebbero esito negativo… era quindi il caso di infierire in quel momento del percorso terapeutico sul mio stato di vulnerabilità?
In altri controlli, la professionalità degli operatori sarebbe stata più apprezzata se evidenziassero di conoscere il percorso terapeutico della paziente che hanno in visita, evitando ad esempio domande che avrebbero potuto incutere preoccupazione. E ricevere o fare telefonate durante una visita o colloquio non genera sempre l’impressione di aver un contatto esclusivo con il paziente …
Non sono mancate molte luci nel mio percorso terapeutico. Durante il ricovero: le volontarie dell’Associazione locale Andos, che hanno dimostrato una delicata vicinanza offrendo informazioni utili con opuscoli sul percorso riabilitativo e sull’iter per il riconoscimento dello stato di invalidità; il servizio di psicologia con un’ampia gamma di modalità di approccio; lo staff della Biblioteca Pazienti che si è prodigato nel fornirmi informazioni, opuscoli, libri su diversi tematiche oncologiche. Durante il percorso chemioterapico ho molto apprezzato l’articolato Programma di “Patient Education & Empowerment” che mi ha permesso di sperimentare positivamente un ciclo di riflessologia plantare, di avere dei colloqui con radiologi/oncologi su specifiche tematiche di mio interesse, di partecipare a numerosi e interessanti incontri a tema organizzati su vari aspetti che coinvolgono le malattie oncologiche come, la gestione delle emozioni, la qualità degli alimenti e le loro etichette, le questioni controverse in tema di alimentazione, la riabilitazione e l’attività fisica, la medicina integrata: il tocco terapeutico, le terapie mente-corpo (yoga, meditazione).
Grazie alla partecipazione a questi incontri è aumentata la consapevolezza che attraverso una conoscenza approfondita sulle varie dimensioni e aspetti della malattia oncologica è possibile governare meglio la propria qualità della propria vita.

Avrei molto apprezzato una maggiore attenzione alla personalizzazione della relazione.

Marilena Bongiovannipresidente nazionale Angolo onlus

Parlare di integrazione del percorso di cura, di condivisione delle decisioni tra medico e paziente, è una scelta ardua ma proponibile.
Proponibile, perché al CRO sono notevoli gli sforzi in questa direzione e grandi i risultati che si ottengono.
Quando il paziente arriva al CRO è forte da parte di alcuni medici il bisogno di accogliere nel modo più “confortevole” il paziente e di metterlo a proprio agio nonostante la sgradevole posizione in cui si trova: una diagnosi di cancro non è delle più agevoli da digerire e l’accoglienza è il primo passo nella manifestazione di buona volontà nel voler ascoltare e condividere.
Ci sono pazienti che sono arrivati qua dopo diagnosi e cure fatte altrove. Il ritorno della malattia e la sconvolgente convinzione di non essere stati curati nel modo opportuno porta questi pazienti a cercare altrove ciò che non hanno saputo o voluto condividere nei posti da cui provengono. La diagnosi di malattia è il primo passo nel percorso di cura, è il momento più difficile e quello in cui ha più importanza essere seguiti. Al CRO c’è molta attenzione per il momento diagnostico e alla costruzione insieme al paziente dell’iter terapeutico. Il paziente non viene lasciato solo perché sono tante le offerte che si profilano all’orizzonte. Prime fra tutte le attività del programma di  Patient  Education, che non vuole educare il paziente a fare il paziente, ma vuole essere uno strumento di crescita e di sviluppo di potenzialità insieme al paziente, un percorso di formazione in cui medico e paziente, insieme, imparano e crescono, e insieme producono quegli aspetti integrativi ma sostanziali di apprendimento.
Alcuni esempi sono la stesura di libretti per il paziente, scritti con una regia unica, e analizzati sempre dalle associazioni di pazienti prima di divulgarli; l’inserimento nei corsi di Nordic Walking per la riabilitazione oncologica per il mantenimento e/o miglioramento delle qualità della vita in tutte le fasi della malattia; i massaggi di reflessologia plantare per migliorare la risposta e/o eliminare alcuni degli effetti collaterali delle chemio.
Altro aspetto importante è la riabilitazione. Sempre più si afferma il concetto di riabilitazione come parte integrante del progetto di cura del paziente neoplastico. Insieme a chirurgia, chemioterapia e radioterapia, la riabilitazione deve intervenire in tutte le fasi dell’iter diagnostico/terapeutico, con lo scopo del mantenimento e/o miglioramento della qualità di vita. Il programma riabilitativo deve essere diversificato, multidisciplinare, personalizzato, flessibile, stabilito anche sulla base dell’habitus psicologico del paziente oltre che del contesto psico-sociale in cui egli vive.
In quest’ottica la Psiconcologia, riconosciuta come disciplina autonoma, rientra a pieno titolo nel percorso riabilitativo della persona malata, sia come terapia specifica per il paziente, sia come supporto permanente per gli operatori della sanità.
Il consolidamento a tutti i livelli del lavoro in rete, con integrazione tra Psiconcologia  e associazioni di pazienti e di volontariato è già una pratica corrente. Le associazioni di pazienti, in particolare, hanno ben compreso l’importanza di questa integrazione e del ruolo fondamentale della riabilitazione psicologica nel paziente oncologico.
Un’attività spesso proposta dalle associazioni di pazienti riguarda la scrittura terapeutica che può rientrare a pieno titolo nelle pratiche terapeutiche volte alla riabilitazione psicologica dei pazienti oncologici e può occupare un posto non secondario nelle molteplici attività di umanizzazione.
Valorizzare lo strumento della scrittura autobiografica, significa approfondire la conoscenza di sé, scoprire altri aspetti di sé, lavorare su se stessi e relazionarsi con meno fragilità, più sicurezza e determinazione. Estendere questa pratica lungo l’arco della vita significa attuare una specie di lifelong rehabilitation.
L’associazione ANGOLO, sede nazionale presso il Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, dal 2013 ha sviluppato un percorso riabilitativo al CRO e in varie sedi in Italia attraverso lo strumento della scrittura.
Riteniamo che al CRO il percorso della condivisione delle scelte terapeutiche da parte del paziente sia svolto anche negli aspetti più intimi della malattia oltre che in quelle di sostegno e di accudimento.

Anna Clarapaziente

Ritengo che, purtroppo, non in tutte le strutture il cittadino abbia la possibilità di essere correttamente informato sulla reale entità del suo problema di salute e sulle scelte terapeutiche da adottare.

Purtroppo, non sempre la disponibilità del medico curante e dell’istituzione ospedaliera è adeguata alle istanze del malato. Istanze che sono molteplici, in un ventaglio che abbraccia una richiesta di aiuto oggettiva, terapeutica, con un supporto psicologico che indirizzi il paziente verso la strada della guarigione.

Ho notato, piacevolmente sorpresa, che il Cro di Aviano, polo di eccellenza in campo ospedaliero e all’avanguardia nella ricerca, interagisce con la persona malata in una visione olistica. Le molteplici attività di accoglienza, sensibilizzazione, informazione che rientrano nella mission di questa struttura creano un clima empatico di collaborazione fra la PERSONA e il medico con il suo team. La collana CRoinform, il cifav con le informazioni sui farmaci, il Cronews favoriscono tutti un servizio che rende consapevole e cosciente il paziente che sa comprendere e sente di essere tutelato da un organico di altissima qualità, in un’ottica duale, mente-corpo imprescindibile in un cammino di guarigione.

Ho notato, piacevolmente sorpresa, che il Cro di Aviano, interagisce con la persona malata in una visione olistica.

Simona Pretepaziente, infermiera

La mia esperienza è quella di infermiera in oncologia, che ha subito un intervento di “mastectomia” per carcinoma della mammella, proposto giustamente dal primo chirurgo a cui mi sono rivolta. Alla mia richiesta di intervenire sull’altro seno presumibilmente sano, nello stesso modo, al fine di ottenere una profilassi chirurgica, mi sono sentita rispondere in maniera poco chiara con frasi come “No… si potrebbe ma… forse… vedremo…” conclusasi con un rifiuto da parte del medico. La mia richiesta era motivata dalla mia conoscenza e dalla condivisione del percorso con l’oncologo di riferimento. Fortunatamente il secondo chirurgo contattato ha ascoltato, compreso, condiviso e, dopo avermi sottoposta a consulto psicoterapeutico e successivi colloqui con l’équipe medica, ha accettato la mia proposta. A tre anni dalla diagnosi sono ancora infermiera in oncologia, per scelta, ma soprattutto sono serena.
Circa le opportunità per  il cittadino di informarsi correttamente per poter condividere consapevolmente le scelte terapeutiche, credo che avere come interlocutore un medico aperto al dialogo e che usi un linguaggio chiaro sia il modo migliore per avere informazioni adeguate. Una “seconda opinione” potrebbe avvalorare o meno le scelte terapeutiche proposte. Non credo alla informazione tramite Web, confonde ed è priva di feedback.
Riguardo alla  disponibilità trovata nel medico e nell’istituzione ospedaliera per un dialogo sulla cura, posso dire che, nella mia esperienza personale, ho incontrato un “chirurgo conservatore” che poco ha considerato la mia persona nella sua interezza ed esperienza di vita; un oncologo assolutamente disponibile al dialogo ed alla condivisione e un “Chirurgo olistico”, vero alleato terapeutico.

Rossana Coccolopaziente

Scrive Rossana che “all’inizio per timore la condivisione era minima poi ho imparato a farlo in libertà e autonomia”. Riguardo le fonte di informazioni risponde che utilizza spesso il mezzo informatico collegandosi a siti conosciuti e autorevoli “ma la fonte preferita resta il personale medico del centro di Aviano”. La disponibilità al dialogo da parte del personale medico è stata “pressoché totale a parte una sporadica esperienza di tipo negativo”. Tra le esperienze al Cro di Aviano che reputa significative ricorda: “Una di queste è stata senza dubbio aver conosciuto prima telefonicamente e poi personalmente la dott.ssa… [del Servizio di informazione farmaci, ndc]. Competenza, umanità e disponibilità. La conoscenza del dottor… [chirurgo, ndc] è stata poi fondamentale per l’intervento e il successivo percorso. Ottima impressione”.

Mi sono sempre sentita accudita e ben seguita da tutti.

AL, donnapaziente

AL si dichiara completamente d’accordo sulla prima domanda relativa alla condivisione delle decisioni durante il percorso di cura o di assistenza, ma non approfondisce. Circa la possibilità per il cittadino di informarsi, scrive che lei personalmente “oltre che a parlare con i miei medici curanti, ne parlo con i miei familiari, con il mio medico di base e mi informo su internet per poi rivolgere eventuali domande ai medici”. Continua dicendo che trova “molta disponibilità nel medico e nell’ospedale per un dialogo sulla cura”. Riguardo le esperienze significative al Cro, dice “Non ho esperienze particolari ma mi sono sempre sentita accudita e ben seguita da tutti.”

luglio 2017


Un’alleanza priva di gerarchie

Andare oltre il paziente “al centro” di decisioni prese da altri

Antonella Celano, Presidente Associazione nazionale persone con malattie reumatologiche e rare (Apmar onlus)

Le decisioni sul percorso di cura e di assistenza non sono mai condivise completamente con i pazienti, per una serie di fattori. Ad esempio, per la mancanza di un approccio completo e multidisciplinare dovuta a una diffusa “inappropriatezza organizzativa”, che è causa dell’indisponibilità o impossibilità dei medici a fare rete tra loro. A ciò si aggiunge la difficoltà di entrare in contatto con medici di altre specializzazioni, sufficientemente informati sulle patologie reumatologiche.

Il cittadino/paziente dovrebbe essere considerato protagonista del percorso di cura, non solo un soggetto passivo, anche perché avere informazioni sulle decisioni terapeutiche che lo riguardano, è vitale per una corretta gestione della malattia e influisce sugli esiti. Inoltre, il paziente di oggi non può più essere considerato solo un “malato”, perché è un cittadino sempre più esigente, che valuta anche in base alla tecnologia disponibile, cerca soluzioni innovative e tende a considerare complessivamente le proprie esigenze di cura.
C’è da dire che se da un lato la possibilità di comunicare sul web in tempo reale, abbattendo le distanze materiali, permette di reperire molteplici informazioni, non sempre queste si rivelano attendibili. Capita anche che le persone non riescano a riconoscere migliori opportunità di informazione, o magari siano in possesso di informazioni giuste, ma non sappiano comunicare con i medici di riferimento o con i dirigenti delle strutture ospedaliere presso le quali sono presi in carico.

La strada che porta un paziente verso la capacità di saper essere “un vero protagonista del proprio percorso di cura” non è semplice, è tortuosa e non ha fine; accompagna il paziente nella cronicità della sua malattia. A tal proposito, il ruolo della Associazione nazionale persone con malattie reumatologiche e rare – Apmar onlus, negli anni, è diventato sempre più rilevante riguardo il supporto e il sostegno delle persone affette da malattia reumatica nella loro esperienza di cura. L’associazione è ritenuta un vero e proprio punto di riferimento per chi desidera informarsi correttamente, nel contesto di una continuità di relazione medico-paziente, al fine di poter attuare scelte terapeutiche consapevoli.  La nostra mission è ottenere la miglior qualità di vita possibile per le persone affette da patologie reumatologiche e rare e per i loro familiari.

Dall’empowerment all’engament

Da tempo parliamo di empowerment del paziente e cerchiamo di trasferire alle persone le competenze necessarie per aumentare la comprensione della propria patologia, sviluppare sensibilità nella percezione dei sintomi e della loro ricaduta nella vita quotidiana, incidere sulle scelte di cura. Per raggiungere questo obiettivo Apmar fornisce strumenti e servizi per il coinvolgimento e la partecipazione del paziente alla tutela e la cura della salute (counselling, coaching, applicazioni per la gestione delle terapie, ecc.). Con grande impegno è possibile realizzare, con efficacia, campagne di prevenzione e di educazione sanitaria e, inoltre, gestire in modo più accurato le patologie croniche.

Nel tempo, le persone affette da malattie reumatiche che si avvicinano ad Apmar, diventano da un lato capaci di gestire la propria malattia con consapevolezza e autonomia, dall’altro aumentano il proprio “potere” di condividere e pianificare le decisioni insieme al team medico e alle istituzioni ospedaliere.

Oggi auspichiamo l’engagement, in una sorta di patto di alleanza tra medico e paziente, relazione priva di gerarchie, nella quale gli attori coinvolti collaborino durante tutto il percorso di cura, lasciando alle spalle il vecchio concetto di “paziente al centro”… delle decisioni prese da terzi.

luglio 2017


Advocacy, dialogo, condivisione

Il ruolo delle associazioni dei pazienti per favorire e migliorare la qualità del confronto tra cittadini e istituzioni

Ivan Gardini, Presidente Associazione EpaC onlus

Come tutti ben sanno, il nostro è un paese con un sistema sanitario invidiabile e invidiato, che però trova elementi di criticità nella sua stessa natura frammentata dovuta alle autonomie regionali. Queste stesse frammentarietà e lacunosità si traducono spessissimo anche in una difficoltà nel reperire le giuste e indispensabili informazioni per il cittadino: difficile reperire le documentazioni, non sempre pubblicate o comunque disperse nei meandri di siti web indecifrabili, complesso comprenderne i contenuti e interpretarne il significato ed essere così pienamente consapevoli delle possibilità offerte e delle modalità con cui avvalersi del proprio diritto alla salute.

In un tale contesto, le associazioni come EpaC cercano di colmare proprio questi gap attraverso azioni di dialogo, monitoraggio e indagine con il solo scopo di reperire e mettere a disposizione tutte le informazioni utili, semplificandole, e di rilevare criticità, adoperandosi in maniera propositiva per la risoluzione delle stesse, sempre e soltanto nell’interesse del paziente. Per questo motivo rappresentiamo un punto di riferimento per decine di migliaia di pazienti. Ma attenzione: per colmare taluni vuoti istituzionali, a tutti i livelli, servono associazioni ben strutturate, con personale qualificato e opportunamente formato. Parliamo, quindi di un livello qualitativo più elevato del semplice e puro “volontariato” e non sempre viene colta questa differenza.

Il rapporto medico-paziente rappresenta, come facile immaginare, un anello indispensabile e di importanza primaria, quasi vitale, in tale contesto, ma che, accanto a esempi di eccellenza e di sintonia perfetta tra bisogni del paziente e procedure di sistema, presenta casi di gestione superficiale e assenza di comunicazione, quasi come se il paziente non dovesse essere parte né dei processi decisionali a monte né,peggio ancora, di quelli che lo vedono protagonista in quanto destinatario finale. Probabilmente quello dell’epatite C e delle nuove e formidabili terapie curative rappresenta un caso emblematico di tutto ciò ma anche un “evento storico-sanitario” a sé stante. Dal dicembre 2014, data dell’arrivo del primo dei farmaci di seconda generazione che hanno cambiato e continuano a cambiare la storia di questa patologia, abbiamo assistito a esempi rappresentativi di quanto raccontato sopra: dalla partecipazione a livello nazionale ad alcuni processi decisionali delle associazioni di pazienti, alle difformità di applicazione delle stesse decisioni in ambito locale, con numerosi problemi di accesso e di negato diritto alle cure, di dinamiche a volte contorte di programmazione sanitaria rispetto ad altre realtà che hanno invece mostrato una capacità organizzativa esemplare, una gestione lungimirante e nelle quali i risultati sono stati evidenti.

In un tale contesto, anche il medico curante può trovare difficoltà di varia natura e la scarsa chiarezza e/o lentezza con la quale certe decisioni giungono al medico si riflettono negativamente anche sul dialogo medico-paziente. È emblematico il caso della rimozione delle restrizioni di accesso alle cure. Attraverso un lavoro lungo e faticoso, fatto di advocacy, dialogo, dimostrazioni di realtà evidenti, e condiviso (è giusto sottolinearlo) con diversi medici ed esponenti istituzionali, si è poi finalmente giunti all’agognato traguardo dell’eliminazione di restrizioni nell’accesso e, cosa più importante, a una programmazione di intervento con un obiettivo incontrovertibile: l’eliminazione dell’epatite C dall’Italia.

Purtroppo, stiamo assistendo all’emergere di criticità ormai croniche del nostro sistema salute:  ciò che viene deciso a livello centrale a volte non è comunicato in maniera sufficientemente chiara (per esempio i nuovi criteri di accesso 7/8 che sono stati oggetto di mozioni parlamentari) oppure viene distorta dai media come nel caso della circolare Lorenzin “Istruzioni operative in merito all’applicazione del decreto ministeriale 11 febbraio 1997 relativo alle modalità di importazione di specialità medicinali registrate all’estero” con conseguenti rallentamenti da parte delle regioni nell’avviare tempestivamente il piano di eradicazione annunciato dall’Agenzia del farmaco (Aifa).

Aifa e Ministero della salute si sono fortemente impegnati per garantire cure a tutti i pazienti aventi diritto.

Naturalmente ci sono esempi lodevoli di buona gestione. Per esempio, quello della Regione Lazio che ha istituito l’Osservatorio regionale sull’epatite C dimostrando concretezza e decisa volontà di azione e condivisione dei percorsi, con un coinvolgimento in prima linea proprio dei pazienti; la Sicilia, forse l’unica regione a oggi in grado di programmare un intervento sulla base di dati reali e sulla intelaiatura di una rete ben strutturata; la Lombardia che ha mostrato da sempre una capacità organizzativa invidiabile.

Va comunque detto, a onor del vero, che Aifa e Ministero della salute si sono fortemente impegnati per garantire cure a tutti i pazienti aventi diritto; tale e tanto è stato lo sforzo che siamo tra le prime dieci nazioni al mondo ad avere accesso universale ai farmaci hcv e ad acquistare questi nuovi e potenti farmaci a prezzi sostenibili. Ma, ora, appare evidente come un programma ambizioso, qual è quello presentato dall’Aifa e dal Ministero della salute di curare 80.000 pazienti/anno, richieda uno sforzo collettivo che deve necessariamente passare attraverso scelte condivise e convergenti, direzioni di intervento e programmazione comuni, e che, pur nelle inevitabili differenze dovute alle peculiarità del territorio, trovino un percorso comune. Unica strada questa per assicurare uguaglianza di cure a tutti i cittadini italiani.

Un imponente impegno, dunque, dal quale nessuno deve ritenersi esente, compresi i media che hanno il delicato compito di contribuire alla diffusione di informazioni corrette e, soprattutto, precise e veritiere.

luglio 2017


Scegliere dove investire nell’interesse del paziente

Quando le priorità della ricerca privata incontrano i bisogni e le priorità dei cittadini

Annarita Egidi, Market acces director Takeda Italia

Una delle funzioni fondamentali nelle aziende consiste nel prendere decisioni valide in modo efficiente e tempestivo. Quali criteri generali sovrintendono le vostre decisioni?

Tutte le decisioni prese all’interno di Takeda, in Italia e nel mondo, rispettano le quattro priorità globali: patient, trust, reputation, business. Proprio in quest’ordine. Nel prendere quindi una decisione, di qualunque genere, ci chiediamo quale impatto avrà innanzitutto sui pazienti e a seguire sulla fiducia della comunità in cui operiamo, sulla reputazione dell’azienda, e infine sul business.

Per un’azienda farmaceutica quali sono i principali fattori che determinano il priority setting nella ricerca?

Gli unmet medical needs: le aziende devono focalizzare la ricerca negli ambiti in cui c’è forte necessità e dove è possibile porsi l’obiettivo di cambiare la vita delle persone. Ambiti in cui si possa modificare il corso di una malattia e riportare l’aspettativa di vita al livello delle persone sane. Un esempio è rappresentato dal mieloma multiplo: negli ultimi dieci anni la sopravvivenza a cinque anni è migliorata sensibilmente, raggiungendo oltre il 45 per cento grazie alla disponibilità di nuove opzioni terapeutiche. Una rivoluzione che potrà portare alla cronicizzazione di questa patologia alla quale il sistema deve prepararsi. Investire nella ricerca per le malattie rare significa dare una speranza a piccoli gruppi di pazienti con enormi problemi da gestire: dal burden della malattia, alla frustrazione di non avere una diagnosi e infine non avere una cura. E la centralità del paziente vuole dire dare voce anche a questi pazienti.

Le aziende devono focalizzare la ricerca negli ambiti in cui c’è forte necessità e dove è possibile porsi l’obiettivo di cambiare la vita delle persone.

Un fattore determinante è il know how che un’azienda può esprimere in una specifica area. Infatti, la conoscenza profonda di determinate aree terapeutiche aiuta l’azienda a comprendere meglio le patologie e a trovare soluzioni mirate alla loro cura. Takeda investe in ricerca quasi il 20 per cento del proprio fatturato e ha deciso di limitare il focus della sua ricerca in quattro aree: gastroenterologia, oncologia, cardio-metabolico e sistema nervoso centrale. Fondamentale è la partnership con le università, i piccoli gruppi di ricerca e le aziende in grado di sviluppare tecnologie innovative a supporto della terapia, come per esempio i sistemi di coniugazione degli anticorpi monoclonali che consentono di sviluppare targeted therapy e biomarcatori.

Un altro fattore è la possibilità di migliorare gli outcome clinici in aree già parzialmente soddisfatte. Se pensiamo ancora una volta alla centralità del paziente, diventa cruciale mirare la ricerca, e quindi gli investimenti, verso soluzioni efficaci che siano anche in grado di migliorare la gestione della malattia. Limitare il peso di una somministrazione infusionale che dura molte ore e costringe il paziente a recarsi frequentemente in ospedale è un grande valore. Una terapia oncologica orale gestibile a casa, efficace e sicura consente una maggiore aderenza alla terapia e quindi una conferma degli outcome clinici attesi; al contempo, rende la vita del paziente una vita normale, con l’affetto della famiglia e la tranquillità del proprio ambiente domestico. Ovviamente questo non è sempre ottenibile, tuttavia deve essere un elemento tenuto in forte considerazione nelle decisioni d’investimento anche per i benefici gestionali ed economici in grado di generare nel sistema.

Quanto pesa il fattore tempo nella decisione di sviluppare o meno una linea di ricerca o una molecola?

I tempi della ricerca rappresentano certamente un aspetto importante da considerare nelle decisioni di allocazione degli investimenti. Tuttavia, rispetto ad alcuni anni fa − e in particolare nello sviluppo clinico dei farmaci innovativi − i tempi della ricerca cominciano a ridursi, grazie a nuove metodologie statistiche applicate agli studi clinici e soprattutto a una maggiore precisione nella diagnosi molecolare dei pazienti più indicati a un certo trattamento. Ne consegue che gli stessi costi possono andare incontro a contrazioni più o meno sensibili, dal momento della fase 1 all’eventuale commercializzazione. Rimangono comunque alti sia l’impegno economico complessivo sia quello necessario, spesso in parallelo e quindi addizionale, a sfoltire da una rosa di composti attivi in laboratorio quelli effettivamente utili; pertanto a tutt’oggi la decisione go/no go è senza dubbio un milestone “drammatico” per un’azienda farmaceutica.

Se lo shared decision making è sempre più al centro dei processi decisionali aziendali, quali funzioni aziendali vi sono coinvolte e in che misura?

Attore principale nei processi decisionali strategici di un’azienda globale legati alla ricerca è senza dubbio il dipartimento ricerca e sviluppo, ma non si può prescindere dal supporto delle funzioni di market access, medical affairs e anche government affairs. L’interazione tra funzioni diverse consente di valutare tutti i possibili aspetti legati all’investimento, inclusa la compatibilità con le priorità e gli obiettivi di salute dei governi. Tempi di sviluppo, sequenza di studio delle possibili indicazioni, disegno degli studi, valutazioni sulla situazione di mercato che si genererà al momento del lancio del nuovo farmaco, evoluzione dei meccanismi di accesso nei vari paesi sono alcune delle valutazioni necessarie ai fini delle decisioni aziendali.

Nelle vostre decisioni di carattere strategico, tenete anche conto del parere dei pazienti?

Come già specificato sopra, il beneficio per i pazienti è l’elemento prioritario nelle decisioni aziendali. Di conseguenza, l’interazione con i patient advocacy group riveste un ruolo molto importante nei processi decisionali: l’obiettivo è comprendere cosa i pazienti si aspettino dalle terapie che siamo in grado di mettere a loro disposizione e quali siano i loro bisogni e le loro priorità. Per questa ragione oltre agli investimenti sui farmaci sono sempre di più le aziende che supportano i patients support program.

Monitoraggio dell’aderenza e degli effetti della terapia, consegna a domicilio dei farmaci e counselling sono solo alcuni dei servizi che possono migliorare gli outcome clinici del trattamento e consentire al paziente una buona esperienza di terapia. Compatibilmente con la normativa vigente in Italia (e nel resto del mondo), sta diventando frequente anche il coinvolgimento dei pazienti sin dalla fase di disegno degli studi clinici al fine di studiare con attenzione anche gli outcome clinici importanti per loro e l’impatto sulla qualità della vita, parametro sempre più rilevante anche nelle valutazioni di tipo regolatorio. Diventa quindi auspicabile che i pazienti siano sempre più coinvolti anche nelle decisioni dei payer e dei policy maker.

Il dialogo con i payer diventa l’elemento decisivo di collaborazione sugli aspetti di sostenibilità.

Quali fattori determinano di più la decisione del prezzo di un vostro farmaco?

Si tratta di un processo complesso, che coinvolge numerose funzioni aziendali ed è mirato innanzitutto alla valutazione del reale valore aggiunto che il nuovo farmaco produrrà per il sistema, utilizzando le tecniche e i modelli più accreditati in termini di health technology assessment. Il prezzo che proponiamo tiene inoltre conto del confronto con i farmaci già disponibili e dell’impatto sul budget del servizio sanitario nazionale. Il dialogo con i payer diventa poi l’elemento decisivo di collaborazione sugli aspetti di sostenibilità.

luglio 2017


La fotografia in alto è di Evan Blaser: “The yellow line”. Flickr Creative Commons.

28 luglio 2017

Chi usa i big data per decidere

Machine power: la finanza degli algoritmi – Alessio Malta
Su quale pil scommettere?Intervista a Luciano Pietronero
La formula vincente. Per migliorarsi, il calcio dà i numeriRebecca De Fiore
Le scelte del MisterChris Anderson

Machine power: la finanza degli algoritmi

Algoritmi sempre più efficaci con enormi quantità di dati a disposizione promettono di generare le migliori decisioni di investimento possibili, idealmente prive di bias

Alessio Malta, Il Pensiero Scientifico Editore

IF X>5 THEN GO TO LINE 21, una semplice “scelta condizionale” (in presenza di un certo dato, salta verso un’altra istruzione). Questo era il livello di decision making di Eniac, il primo computer elettronico general purpose della storia, progettato dagli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale per il calcolo delle curve balistiche dei proiettili di artiglieria, trenta tonnellate di pannelli distribuite sull’area di un campo da volley. Alla presentazione ufficiale Eniac stupì il pubblico moltiplicando 5000 volte 97.367 per se stesso in meno di un secondo.

I primi computer si comportavano in effetti come formidabili calcolatori, in grado di elaborare dati ma non di prendere decisioni. La tecnologia da allora ha fatto enormi passi in avanti e le macchine sono sempre più capaci di processare dati e di fare scelte basate su modelli di comportamento umano. Questa rivoluzione, ancora in atto, si muove sotto le insegne della cosiddetta “intelligenza artificiale”.

Il concetto di adattamento da parte dei computer sulla base dei dati in entrata non è in realtà nuovissimo. L’intuizione delle reti neurali artificiali, una tecnica di programmazione che mima più o meno il modo in cui un cervello umano risolve problemi con un ampio raggruppamento di neuroni, è vecchia di decenni (le prime applicazioni notevoli risalgono alla fine degli anni ottanta). Quello che è cambiato recentemente è la disponibilità di dati strutturati e non strutturati (nel corso degli ultimi due anni è stato generato il 90 per cento dei dati nel mondo), la potenza dei computer e le tecniche di programmazione. Più della metà della popolazione mondiale ha accesso a internet e miliardi di smartphone sono utilizzati per produrre dati, cioè il materiale grezzo per l’intelligenza artificiale. Tecnologie e hardware sempre più potenti e sofisticati, disponibili a un costo infinitamente minore rispetto al passato, fanno il resto.

Intelligenza artificiale e machine learning

L’intelligenza artificiale e il machine learning possono essere definiti, senza complicarsi troppo la vita, come una serie di algoritmi che identificano e agiscono sulla base di schemi costanti e ripetibili all’interno dei dati osservati. I dati possono essere quelli prodotti da una routine o da una transazione ricorrente, tipo pagare i conti di una carta di credito, oppure derivano da un comportamento umano, come la tendenza all’acquisto al cambiare del prezzo. In altre parole, il machine learning è la chiave di tutti i processi che mettono le macchine in condizione di generare conoscenza dall’esperienza. Questo significa che i computer imparano dai dati senza che siano stati esplicitamente programmati su dove “guardare”.

Normalmente per arrivare a un algoritmo si segue una procedura sintetizzabile in tre passaggi: si circoscrive la fonte dei dati, si individua uno schema all’interno di quei dati e poi si fa una previsione della mossa successiva. Un algoritmo di questo tipo innalza la curva di apprendimento all’aumentare dei dati con cui ha a che fare e degli schemi che la macchina è in grado di identificare. In sostanza l’accuratezza nelle previsioni da parte del computer aumenta all’aumentare della qualità e della quantità dei dati. Più o meno quello che succede con l’autocompletamento automatico della barra di Google.

Tra le applicazioni più note e mature dell’intelligenza artificiale ci sono i programmi di speech recognition e di natural language processing (Siri di Apple), il gioco (gli scacchi e go), le macchine che si guidano da sole (la self-driving car di Google).

The next Big Think

Nel caso dei mercati finanziari, l’intelligenza artificiale e il machine learning, che per definizione sono predittivi su enormi masse di dati con velocità e accuratezza stupefacenti, si presentano davvero come la next Big Thing. Il machine learning sta già ridefinendo i processi all’interno delle società del settore finanziario sfidando modelli di business vecchi di decenni: le società di gestione della ricchezza usano soluzioni di deep learning (la branca del machine learning basata sui network neurali artificiali) per investimenti di lungo termine, gli advisor sono rimpiazzati da chatbot che arrivano a coprire il 95 per cento delle richieste, molti hedge fund fanno ricorso sistematicamente agli algoritmi per le decisioni di investimento .

In uno scenario come questo, gli istituti finanziari si sono stanno posizionando per trarre il massimo beneficio dagli sviluppi e le applicazioni specifiche dell’intelligenza artificiale. Il miglioramento in velocità ed efficienza nel processare i cosiddetti “big data” e il potenziale risparmio dei costi che deriva dalla capacità dell’intelligenza artificiale di prevedere le condizioni migliori per agire (timing, dimensioni del lotto, riserve di liquidità) delineano prospettive particolarmente allettanti. In più, i computer eseguono gli scambi finanziari a velocità e frequenze inavvicinabili da parte di un trader in carne e ossa, riducendo contemporaneamente gli errori manuali dovuti a fattori umani. Goldman Sachs prevede che i risparmi derivanti dall’implementazione di tecnologie di intelligenza artificiale potrebbero arrivare a 34-43 milioni all’anno entro il 2050 grazie al miglioramento delle scelte di investimento e ai tempi di reazione minori rispetto alle situazioni dei mercati.

Finanza su misura: i robo advisor

Fonte: Cognizant 2016

I robo advisor (cioè i servizi di consulenza finanziaria personalizzata online) usano modelli rule based che richiedono poche variabili (età, propensione al rischio, obiettivi, ecc.) per ricavare un modello di allocazione degli asset, cioè di diversificazione degli investimenti, che permette di guidare il cliente nel tempo ribilanciando il portafoglio quando necessario. In genere i robo advisor basano le loro scelte sulla cosiddetta “teoria del modern portfolio” che tipicamente privilegia investimenti di lungo termine per mantenere consistenti ritorni e richiede un’interazione minima con gli advisor finanziari umani.

Quando moriremo tutti, Aidyia continuerà a fare trading.
– Ben Goertzel, Chief Science Officer di Aidyia

Hedge fund col pilota automatico

Molti fondi speculativi (in inglese fund hedge) impiegano già nel loro organico le migliori menti della ricerca sull’intelligenza artificiale, anche se non ci sono ancora abbastanza dati disponibili sulle performance che provino incontrovertibilmente la superiorità degli algoritmi. Goldman Sachs usa l’intelligenza artificiale per analizzare big data come il tempo, le notizie, gli avvenimenti e l’impatto che hanno sui mercati finanziari. Gli hedge fund quantitativi Renaissance technologies o Two sigma puntano direttamente a “battere” il mercato attraverso decisioni di trading basate sugli algoritmi o su strategie sistematiche. Aidya, un hedge fund con base a Hong Kong, usa già l’intelligenza artificiale senza nessun tipo di intervento umano. Il motore analizza grandi quantità di dati, inclusi i prezzi di mercato, volumi e dati macroeconomici fino ai documenti societari per fare previsioni e prendere decisioni sulle strategie di trading e di investimento.

Analisti versus algoritmi

Nel 2016 la stima è che circa il 75 per cento degli scambi mondiali sia stato gestito da algoritmi. Un fenomeno di questa portata implica ovviamente conseguenze non trascurabili sui livelli occupazionali del settore e la tendenza sembra inarrestabile. Il Chicago mercantile exchange group per esempio ha chiuso gran parte dei suoi uffici nel 2016 perché i trader sono stati rimpiazzati dall’intelligenza artificiale.

Il fatto è che gli analisti finanziari impiegano giorni nella raccolta e nell’analisi dei dati, i computer minuti. Gli analisti evolvono e imparano dai loro errori ma l’intelligenza artificiale lo fa in un tempo incomparabilmente inferiore e senza i condizionamenti che derivano da sentimenti tanto umani quanto controproducenti come l’avidità o la paura. Ciononostante, del fattore umano non è ancora possibile fare a meno. Da una parte il ruolo degli analisti si sposta sempre di più verso quello dei data scientist, dei cosiddetti quants e degli ingegneri, che mantengono il sistema, gli forniscono gli input necessari ed entrano in azione quando si presenta uno scenario a cui la macchina non è capace di far fronte. Dall’altra, per fronteggiare l’innata diffidenza da parte delle persone a investire i propri soldi in un sistema che non prevede l’intervento umano, si cerca di affidare agli individui in carne ossa almeno le funzioni di controllo. I network neurali sono praticamente scatole nere, nel senso che nascondono i processi che orientano le decisioni e questo rappresenta un problema per le società che li usano e devono spiegare a clienti e investitori come vengono prese le singole decisioni, soprattutto quando si tratta di decisioni non ottimali o perfino sbagliate. Si possono anche fare cattive scelte negli investimenti o nella gestione del portfolio, ma c’è una bella differenza se un essere umano è in grado di spiegarle e di ragionare sulle alternative rispetto ad addossare semplicemente la colpa a una macchina.

Le macchine sono allergiche alle grandi crisi

In generale, mentre gli algoritmi di intelligenza artificiale hanno consentito ai computer di avere la meglio sui migliori giocatori in carne e ossa negli scacchi o nel go, è più complicato mettere i computer nelle condizioni di “battere” i mercati finanziari in modo significativo. L’intelligenza artificiale, considerando intervalli di investimento molto brevi (diciamo dai secondi, o anche meno, fino ai giorni), funziona bene perché si tratta di un contesto in cui macinare velocemente dati in modo efficiente aggiunge valore di per sé. Sul medio-lungo periodo (mesi o anni), i modelli di intelligenza artificiale non hanno ancora dato grandi risultati. Il modello di intelligenza artificiale per definizione impara il comportamento dei mercati dalle serie storiche e le previsioni hanno necessariamente un collegamento con il passato. È intuitivo quindi come un sistema del genere sia destinato al fallimento se si verifica una deviazione significativa nella psicologia dei mercati e nel comportamento degli investitori. Dopo la grande crisi finanziaria del 2008 i mercati hanno cominciato a muoversi in modo nettamente più difensivo rispetto al periodo precedente. E i modelli non sono stati in grado di “imparare” in anticipo questo nuovo comportamento.

… a sua immagine e somiglianza

Un altro tema che solleva il grande sviluppo dell’intelligenza artificiale è la mancanza di diversità e le sue conseguenze. Le macchine apprendono dai dati che sono creati e forniti dai data scientist. Se i dati in entrata hanno un condizionamento sistematico (per esempio l’eccessiva omogeneità dei data scientist), anche i risultati saranno gravati da quella distorsione: le macchine possono ricevere i bias dai creatori umani, imparare i loro “pregiudizi” e prendere quindi decisioni condizionate da quelle distorsioni.

Io non temo i computer. Temo la loro mancanza.
Isaac Asimov

Una rivoluzione annunciata

L’intelligenza artificiale ha il potenziale per trasformarsi in uno dei fattori più rivoluzionari del ventunesimo secolo e il settore finanziario sembra il banco di prova predestinato di questa rivoluzione. Il giro di affari secondo la Bank of America crescerà dagli attuali tre miliardi di dollari fino a 36 nel 2020 e a 127 nel 2025.

Algoritmi sempre più efficaci che incorporano enormi quantità di dati, strutturati e non strutturati ­– dalle notizie in tempo reale ai dati dai social media, dai valori di borsa alle serie storiche per le strategie di backtesting – per generare le migliori decisioni di investimento possibili, sempre meno rischiose e idealmente prive di bias e influenze umane.

Ogni rivoluzione che si rispetti porta con sé dei rischi, in questo caso la difficoltà di fare luce sull’opacità di un mercato dominato dagli algoritmi, la progressiva emarginazione dell’elemento umano e le evidenti questioni legate alla privacy dei big data. Ma la delega alle macchine è un processo in apparenza così ineluttabile, così intimamente legato al progresso tecnologico attuale che anche per il settore finanziario l’unica via sembra quella di assecondarne le conseguenze cercando quanto più possibile di governare gli aspetti potenzialmente negativi.

luglio 2017


Su quale pil scommettere?

Analizzare l’economia con i sistemi complessi della fisica per ottenere con i big data previsioni oggettive di crescita

Intervista a Luciano Pietronero, Dipartimento di fisica, Sapienza università di Roma

Luciano Pietronero, professore di fisica dell’Università Sapienza di Roma e consulente dell’Ifc-World bank di Washington, con il suo gruppo di ricerca ha sviluppato economic complexity, una nuova metodologia fondata su un algoritmo che elabora i big data economici e industriali di un paese derivando analisi e previsioni più oggettive e affidabili sulla sua evoluzione economica rispetto all’analisi tradizionale.

Come nasce economic complexity e che differenze ci sono con l’analisi tradizionale dei fenomeni economici?

L’oggetto di studio sono la competitività industriale e le prospettive di crescita dei paesi. Per studiare questo problema si acquisiscono di norma moltissimi dati, dall’educazione alle fonti energetiche, ai trasporti. Nell’analisi tradizionale dall’insieme di dati si ottiene una risposta soggettiva: la sintesi dipende dall’osservatore, quindi con gli stessi dati di partenza, economisti diversi possono dare risposte diverse. Il nostro obiettivo strategico consiste nel superare questa situazione “prescientifica” e cercare di derivare un’informazione unica attraverso gli algoritmi appropriati e un’analisi matematica verificabile, eliminando quasi del tutto la soggettività. Si tratta di un approccio davvero nuovo quindi, radicalmente diverso dall’analisi tradizionale, e non è un caso che nasca nel contesto di un dipartimento di fisica. La fisica è la scienza per eccellenza, quella più rigorosa, e l’idea di eliminare il più possibile l’elemento soggettivo dall’analisi è un aspetto tipicamente scientifico.

I big data sono il carburante dell’algoritmo di economic complexity

I big data rappresentano una grande opportunità e insieme una mitologia. Al contrario di quello che comunemente si pensa, non è ovvio che aggiungere dati (anche se corretti) comporti necessariamente un miglioramento dell’analisi e delle previsioni. L’aggiunta di un nuovo dato in una nuova dimensione da un lato fornisce qualcosa dal punto di vista informativo, dall’altro aggiunge “ambiguità” perché bisogna confrontare quel nuovo dato, in modo inevitabilmente arbitrario, con quelli appartenenti a dimensioni già oggetto di ricerca. Il bilancio per l’analisi può rivelarsi positivo o negativo, ma la situazione migliore è partire da dati magari limitati ma in cui il rapporto segnale rumore è ottimale, quindi i criteri di selezione sono essenziali. Non sempre “più è meglio”…

Google page rank, l’agoritmo degli algoritmi, è punto di riferimento o una base di confronto?

Google page rank è stata una grande rivoluzione prima concettuale e poi pratica ed economica. Il passaggio dall’analisi del sito a quella dei legami tra i siti (gestita da un algoritmo tra l’altro abbastanza semplice) ha rappresentato un salto concettuale nell’analisi dei sistemi connessi. Il suo successo è dimostrato dal fatto che spesso in un network, in un sistema con siti e legami, si è portati naturalmente a usare un algoritmo simile a Google page rank. Per parte nostra, crediamo di aver dimostrato che nella prospettiva dell’analisi dell’economia fondamentale ci sia bisogno di un algoritmo qualitativamente diverso. Google è stato il primo esempio ma non è un algoritmo universale, e c’è spazio per la creatività e le novità. Tanti algoritmi per tanti problemi: le bufale del web, le raccomandazioni, la medicina.

L’analisi di economic complexity promette di diventare uno strumento fondamentale per orientare le scelte delle istituzioni internazionali e dei governi nelle scelte nelle scelte di politica economica. Vi siete posti il problema dell’impatto che le vostre previsioni potrebbero avere sui mercati?

Tradizionalmente economia e finanza vengono considerate separate ma in realtà non è così, perché in realtà ci sono importanti connessioni. Economic Complexity si basa sull’economia fondamentale, le previsioni hanno la massima probabilità di essere verificate in un arco che va dai 3-5 ai 7 anni. Si valuta la capacità industriale di un paese e si osserva l’evoluzione su un arco che di tempo che avrà un impatto sulla finanza sul lungo periodo. L’impatto è sano perché se un soggetto ha una capacità produttiva fondamentale buona avrà successo. Economic Complexity premia queste caratteristiche, privilegiando l’economia reale rispetto alle speculazioni finanziarie. In un certo senso favorisce scelte più etiche…

Il passaggio dal “livello paese” al “livello azienda” è una prospettiva concreta per il vostro algoritmo? A che punto è lo sviluppo?

Un paese è come una foresta, un’ecosistema esteso e complesso. La sua stabilità è dovuta a diversi elementi e in questo caso economic complexity funziona bene. Un’azienda invece è come un animale individuale che deve mangiare ogni giorno e fronteggiare gli altri animali diretti competitori. Quindi un paese, per sua natura diverso dal punto di vista ecologico (e anche matematico) da un’azienda, richiede un’ottimizzazione sostanzialmente diversa. I nostri metodi oggi sono ottimizzati a livello paese, ma alcuni elementi valgono anche per le aziende. In futuro contiamo di estendere il metodo in modo sistematico anche per le aziende.

luglio 2017


La formula vincente. Per migliorarsi, il calcio dà i numeri

Rebecca De Fiore, Il Pensiero Scientifico Editore

Il talento, la classe di un giocatore, le decisioni di un bravo allenatore sono tutte componenti fondamentali per costruire una squadra di successo. Ma è possibile migliorare le prestazioni con numeri, dati e statistiche? Negli ultimi anni, con la rivoluzione dei big data applicati allo sport, si sta provando a rispondere a questa domanda.

Nel calcio, a differenza che negli altri sport, l’analisi statistica ha incontrato numerose resistenze. Su tutte quelle degli allenatori, preoccupati che il loro lavoro potesse essere messo in discussione. È famosa la risposta che diede Harry Redknapp quando era allenatore del Southampton all’analista Simon Wilson dopo una sconfitta: “Facciamo così, la prossima volta facciamo giocare il tuo computer contro di loro e vediamo chi vince”. Ma soprattutto bisogna considerare che il calcio è uno sport estremamente complicato da prevedere ed è definito da eventi rari: i goal. Se nel basket si tira circa 123 volte in una partita, nel calcio si tira solo poco più di 12 volte. E se nel football americano si segna in media una volta ogni 9 minuti, nel calcio una squadra segna un goal ogni 69. Per questo la scienza dei dati ha impiegato molto più tempo a diffondersi nel mondo del pallone. Ma oggi, con l’avvento dei big data, anche nel calcio si stanno iniziando a capire le potenzialità dell’analisi statistica.

Ogni anno vediamo spuntare nuovi aspetti, vediamo progressi rapidi, che ci allontanano sempre più dall’approccio di colui che possiamo considerare il primo analista calcistico della storia, Charles Reep, un contabile arruolato nell’aeronautica. Nel primo dopoguerra, dopo una chiacchierata con Charles Jones, capitano dell’Arsenal di Herbert Chapman, al ragioniere venne voglia di applicare la contabilità al calcio, di cui era appassionato. Nel corso della sua vita scrisse di oltre 2200 incontri, dedicando a ciascuno circa 80 ore. Reep riuscì a dimostrare che soltanto due goal ogni nove nascevano da azioni con più di tre passaggi consecutivi. Dunque, pochi passaggi, lanci lunghi e rapidi contropiedi: le sue conclusioni furono talmente popolari da determinare la verticalità del calcio inglese. Oggi il computer ha sostituito il taccuino, ma il data analyst è diventata una delle figure più richieste nel mondo del pallone.

Nei paesi anglosassoni, tutti i club professionistici hanno a disposizione un data analyst, dotato di un’ottima formazione matematica e statistica, ma spesso con scarse conoscenze calcistiche e tattiche. In Italia, invece, nell’ultimo anno sta acquisendo sempre più rilievo la figura del match analyst. Oltre che avere competenze matematiche, è un allenatore a tutti gli effetti. Non si limita ad analizzare i dati che gli vengono messi a disposizione, ma lavora anche sui video e sulla preparazione tattica delle partite. Analizza l’avversario, le partite specifiche, ma anche l’atteggiamento dei singoli giocatori e le sedute di allenamento.

Se l’analisi applicata al calcio è arrivata anche in Italia, lo si deve a un allenatore in particolare: Arrigo Sacchi. A proposito della sua rivoluzione tattica, Daniele Morrone scrive su l’Ultimo uomo: “La rottura dei paradigmi esistenti effettuata da Arrigo Sacchi ha spinto il dialogo tattico in avanti come, prima di lui, aveva fatto solo l’Olanda del calcio totale. In ambito nazionale, ha portato al cambiamento di un modo di pensare calcio che sembrava insito nella natura stessa della scuola italiana, nel codice genetico degli allenatori italiani, cioè, proiettandola prima in quello che sarebbe diventato il calcio un decennio dopo”. Ed è proprio con questa rivoluzione di fine anni ottanta che sono cambiati anche i metodi di lavoro che hanno portato nel tempo a un utilizzo massiccio delle tecnologie nel mondo del calcio.

Le prime aziende a essere nate in Italia sono la Digital soccer, bresciana, e la Sics di Bassano del Grappa, che oggi sviluppa programmi di video-analisi avanzati per poter analizzare anche le singole prestazioni. Poi è nata anche la Wyscout che, con clienti come Barcellona, Liverpool e Boca Juniors, si è imposta diventando la principale protagonista nel settore dello scouting dei giocatori e dei giovani per il mercato calcistico. La Juventus è stata il primo club in Italia a dotarsi di uno staff di match analyst a tempo pieno e oggi ha a disposizione quattro analisti, coordinati da Riccardo Scirea, che analizzano attentamente le partite della prima squadra fino a quelle delle giovanili. È la Roma, invece, la squadra che sfrutta maggiormente i dati statistici nel settore scouting in fase di calciomercato, grazie anche all’impegno della società americana, più vicina culturalmente allo sfruttamento dei big data.

Nel corso degli anni, però, l’obiettivo dell’analisi statistica è cambiato. Se Reep voleva aiutare le squadre a migliorarsi basandosi su convinzioni che già aveva, oggi si cercano di sfruttare i dati per stabilire se ciò che diamo per scontato sul calcio è vero. Non si usano più i numeri per dimostrare una teoria, ma per capire cosa ci dicono e che direzione prendere.

Football analytics è una disciplina in cui il modo col quale una squadra gioca suggerisce quali statistiche vanno studiate perché sono significative.
− Joao Medeiros, Wired

Analizzando i risultati dei quattro principali campionati europei (Premier league, Bundesliga, Liga e Serie A), è venuto fuori che in media la squadra che segna di più in una stagione vince il campionato circa la metà delle volte (51 per cento), mentre la squadra con la miglior difesa circa il 46 per cento. Dunque, è vero che segnare più goal di tutti in un campionato dà probabilità leggermente più alte di vincere il titolo rispetto a subirne di meno, ma sembrerebbe non essere così efficace. In Premier league, infatti, segnare dieci goal in più riduce il numero di sconfitte dell’1,76 per cento, mentre subire dieci goal in meno le riduce del 2,35 per cento. Così, se quello che conta è evitare una sconfitta, se hai una buona retroguardia aumentano le possibilità di vincere il titolo o di salvarsi. E questo è solo un esempio delle indicazioni che può dare l’analisi statistica. I big data applicati al calcio ci insegnano che tenere palla, completare più passaggi, non cederla troppo spesso all’avversario significa più vittorie, più punti e più successi. Ci insegnano che l’89 per cento dei calcio d’angolo va sprecato e che la squadra che tira per prima ai calci di rigore vince in oltre il 60 per cento dei casi.

Quello che è fondamentale capire è quanto questi dati influiscono o dovrebbero influire sulle decisioni di un allenatore. Da sempre gli allenatori raccolgono le informazioni nei modi più tradizionali, parlando con osservatori e collaboratori o seguendo gli allenamenti, e continuare a farlo è importante. Ma per prendere le migliori decisioni possibili gli allenatori devono attingere anche a fonti di dati oggettivi. E qui entrano in gioco i numeri. La difficoltà, oggi, sta nel capire cosa è davvero necessario: di dati ne hanno in abbondanza, la parte fondamentale è saperli leggere.

La sensibilità di un allenatore sarà sempre fondamentale nei processi decisionali, ma non si potrà più non sfruttare anche l’oggettività dell’analisi statistica.

Insomma, è davvero iniziata la rivoluzione dei big data nel calcio? La risposta ce la dà Antonio Gagliardi, match analyst della Nazionale italiana dal 2010, che in un articolo per l’Ultimo uomo scrive: “Credo che la rivoluzione dei big data nel calcio sia definitivamente esplosa e sia ormai irreversibile, gli addetti ai lavori che sceglieranno di non cavalcare e percorrere questa strada rimarranno semplicemente indietro. L’occhio, la sensibilità, l’intuizione di un allenatore o di un direttore sportivo saranno sempre importanti e fondamentali nei processi di scelta ma non si potrà non sfruttare il vantaggio di uno studio e di una rielaborazione attenta dei dati statistici”.

luglio 2017


Le scelte del Mister

Dati e statistiche insieme all’intuizione per valutare acquisti, strategie di campo e calci d’angolo

Intervista a Chris Anderson, senior partner Anderson Sally Llc, già professore alla Cornell university, già managing director Coventry City football club

Chris Anderson, David Sally – Tutti i numeri del calcio

Per poter capire più a fondo la rivoluzione dei big data applicati al mondo del calcio e, soprattutto, quanto i dati e l’analisi statistica incideranno sulle decisioni di un allenatore, abbiamo intervistato Chris Anderson, autore, insieme a David Sally, di Tutti i numeri del calcio.

Qual è l’equilibrio tra innovazione e tradizione nel mondo del calcio?

L’asse della bilancia è ancora fortemente spostato a favore della tradizione. Si tratta di un’industria conservatrice dominata da insider che sono cresciuti nello sport e sono diventati esperti di un determinato modo di lavorare e fare le cose. E in parte è curioso perché il calcio è anche un settore molto competitivo, ma ciò non si è tradotto in una diffusa apertura verso l’innovazione tecnologica. L’innovazione – nella misura in cui esiste nello sport – è invece arrivata dall’interno: in genere da allenatori con una mentalità aperta, che vogliono lavorare in modo diverso e che stanno cercando modi diversi per vincere. Ma spesso ciò ha significato innovazione per quanto riguarda il modo di giocare e non gli strumenti decisionali che stanno sì cambiando, ma lentamente. Alcuni club come la Roma stanno provando a innovarsi. Tuttavia non c’è stato un moneyball moment nel calcio, in parte perché provare nuove cose può essere rischioso e nel calcio rischioso può significare relegazione. Quindi c’è un’avversione al rischio insita nell’essenza stessa della competizione, accanto alla realtà per cui, nel calcio, un’alternativa alla vittoria dovuta all’essere più intelligenti è una vittoria dovuta all’aver speso più soldi. In conclusione, questo vuol dire che per ora la tradizione continua a dominare l’innovazione.

Pensa che un giorno il data analyst potrà gestire direttamente una squadra di calcio?

No. Non presto almeno, e non credo che dovrebbe. I requisiti della raccolta e dell’analisi dei dati non riescono ancora a colmare la distanza che li separa dall’abilità di generare quelle intuizioni necessarie per gestire tutti gli aspetti di un club professionistico. Secondo me, allenare una squadra di calcio sarà sempre un mix di arte e scienza e, idealmente, sarà una combinazione di computer ed esperienza a guidare le decisioni.

In che misura i dati guidano effettivamente le decisioni di un allenatore? Come possono aiutarlo?

Attualmente i dati guidano le decisioni di un allenatore solo in misura molto limitata. La maggior parte delle decisioni prese dagli allenatori riguarda quale giocatore comprare e come allenare; come e chi far giocare è basato su strumenti e intuizioni più tradizionali. L’analisi può contribuire a rendere più efficace il lavoro di un allenatore (riducendo, ad esempio, la quantità di tempo trascorso a guardare video) e rendendolo più efficace (individuando nei dati le tendenze e i modelli che l’occhio umano e il cervello non sono equipaggiati a rilevare).

Allenare una squadra di calcio sarà sempre un mix di arte e scienza.

Quali sono i limiti principali della data analytics?

Il calcio usava solitamente dati di scarso valore. Ciò è cambiato radicalmente negli ultimi vent’anni, così come la nostra capacità di elaborare e analizzare questi dati. Attualmente, i limiti della data analytics riguardano molto meno la tecnologia e la qualità e la quantità dei dati, ma piuttosto come le analisi vengono usate dai footbal decision – la qualità e la natura dei processi di gestione e decisione che utilizzano l’analisi. Oggi, l’analisi non è un problema di tecnologia ma di gestione.

luglio 2017

28 luglio 2017

Il social housing partecipato

Le decisioni condivise quale imperativo etico per il social housing

© Felipe Díaz Contardo

“Chiedendo la partecipazione dei cittadini non cerchiamo la risposta giusta ma di individuare il problema. Non c’è niente di peggio di una risposta giusta alla domanda sbagliata”. Con questa filosofia l’architetto cileno Alejandro Aravena, premio Pritzker nel 2016,  insieme ai colleghi dello studio Elemental ha sperimentato più volte in uno spazio pubblico lo sharing decision making per trovare la soluzione migliore anche quando le risorse sono scarse.

L’assemblea con i cittadini di Constitución – Foto: © Elemental

Una foresta di pini. Centinaia di casette a schiera rosse e bianche. Alcune complete, altre costruite per metà. Sono state progettate per gli sfollati di Constitución, la cittadina cilena sull’estuario del fiume Maule rasa al suolo da un maremoto nel 2010. Era una notte di febbraio. Più di cinquecento le vittime. I sopravvissuti rimasero senza una casa e con un paese distrutto. Lo studio Elemental era stato interpellato per progettarne la ricostruzione. Diverse aziende di costruzione avevano proposto di erigere sulla costa un muraglione protettivo com’era stato fatto in Giappone dopo uno tsunami. “Ma sapevamo dall’inizio che le persone del posto dovevano essere coinvolte, il muraglione non era quello che volevano”, racconta Aravena. La prima decisione fu quindi formare un consorzio con i residenti, il governo, la multinazionale che metteva i soldi e lo studio Elemental. La seconda organizzare delle assemblee aperte ai residenti. Furono loro a spiegare che il vero problema non era lo tsunami, un evento comunque raro. Ma lo erano i continui allagamenti dovuti al fiume, la mancanza di verde e le poche abitazioni. Messe a fuoco le vere priorità Elemental diede un’alternativa al muraglione, ossia quella di creare una barriera naturale con un bosco di pini per attenuare l’impatto di un maremoto, trasformare la zona del fiume in un parco pubblico con un bacino di ritenzione in grado di prevenire le inondazioni. Per le abitazioni proposero un complesso di edilizia popolare chiamata incrementale che spendendo poco garantisce un tetto a tutti. I cittadini di Constitución scelsero l’alternativa, un buon esempio di edilizia sociale, sostenibile e partecipata.

Le case di Villa Verde di Constitución, qui in foto, sono un esempio di edilizia incrementale ideata da Elemental nel 2003 per dare un tetto a 100 famiglie povere di Quinta Monroy, a Iquique, nel deserto di Atacama. La sfida era di garantire un alloggio con i 10mila dollari sovvenzionati dallo stato, appena sufficienti per comprare il terreno e costruire alloggi di 40 mq. La soluzione è stata di progettare una casa di 80 mq e di costruirne solo la prima metà, quella “buona” che difficilmente le famiglie avrebbero potuto pagare da sole: a due piani, con due stanze da letto, una cucina, un bagno e un tetto. L’altra metà l’avrebbero completata i residenti quando se lo sarebbero potuto permettere. L’incremental house è un esempio di edilizia sociale in grado di trasformare nuova ricchezza da un bene in disfacimento. “Un alloggio progettato in questa prospettiva − spiega Aravena − non è solo un riparo ma uno strumento per superare la condizione di povertà.” Per ricostruire Villa Verde erano stati finanziati 22.300 dollari, le famiglie hanno acquistato la mezza casa a 700 dollari e con altri 2 mila dollari l’hanno ultimata diventando proprietari di un immobile che oggi vale circa 100mila dollari.

Foto: © Elemental


La fotografia in alto è di Daniel Novta: “Stop”. Flickr Creative

28 luglio 2017

La survey

Scelte e decisioni: un’indagine sui professionisti sanitari

Conoscere il punto di vista del personale sanitario sulle grandi questioni che attraversano la medicina di oggi. Abbiamo cercato di mettere a fuoco il sentiment sulla medicina di precisione, sul valore e sui valori che informano la pratica medica, sul coinvolgimento dei cittadini nella sanità, sulle potenzialità che possono giungere dall’applicazione dei big data alla medicina. Nel corso del 2017, la prima survey è stata dedicata all’innovazione: molto se ne parla ma senza riuscire talvolta a mettersi d’accordo sul suo significato. Questa volta è il turno delle scelte e delle decisioni: medici, farmacisti, infermieri, dirigenti sanitari sono chiamati a farne centinaia ogni giorno. In un post pubblicato di recente, Richard Smith suggeriva di prenderne il più possibile senza troppo ragionare, portando come esempio se stesso come giocatore di tennis: buono giocando d’istinto, ma pessimo ragionatore.

In questa survey abbiamo coinvolto due categorie di medici specialisti incontrati in occasione di due congressi nazionali: i cardiologi e i pediatri. Interessante, il secondo “campione”, per essere a contatto con bambini e genitori, quasi sempre intermediari del piccolo paziente nel processo di decisione condivisa.

DESCRIZIONE DEL CAMPIONE
I dati preliminari di cui presentiamo un’anticipazione si riferiscono a 144 cardiologi intervistati al congresso nazionale dell’Associazione medici cardiologi ospedalieri (Rimini, 11-13 maggio 2017) e a 164 pediatri partecipanti al convegno della Società italiana di pediatria (Napoli, 29 maggio – 1 giugno 2017). I dati saranno integrati dalle risposte dei 514 partecipanti alla stessa survey online, aperta ai professionisti che ricevono con regolarità le e-newsletter Cardioinfo e Va’ Pensiero.

Anche in questa occasione, la provenienza geografica è stata in parte influenzata dalla sede di svolgimento dell’evento: prevalenza di cardiologi del nord (61% contro il 28% del sud, il 22% del centro e il 7% delle isole) e del centro e del nord e di pediatri del sud Italia.

ANALISI DEI RISULTATI
Cosa guida il medico a prendere decisioni? In più della metà dei casi, sia il cardiologo sia il pediatra si affidano alle linee guida: il cardiologo prevalentemente su siti di società scientifiche (44%) e il pediatra tramite Pubmed (47%). La seconda opzione per il cardiologo è l’esperienza personale (37% vs 28% per il pediatra), mentre quest’ultimo mostra un po’ più di familiarità con la ricerca nella letteratura scientifica altra dalle linee guida, anche se la differenza nelle risposte potrebbe essere dovuta a una più intensa attività delle società del settore nel produrre documenti di riferimento.

Cosa la aiuta solitamente a prendere una decisione diagnostica o terapeutica?

Linee guida che, però, hanno valore solo orientativo per l’81% dei cardiologi e per il 68% dei pediatri, per i quali le implicazioni legali delle decisioni hanno un peso importante (molto 31% e abbastanza 54%).

Il 58% dei pediatri non ha mai o quasi mai sentito parlare di shared decision making. Situazione non molto diversa tra i cardiologi: mai 30% e raramente 22%. Approfondiremo il dato nella valutazione estesa dei risultati della survey, ma tra i rispondenti al sondaggio online il livello di conoscenza sembra essere maggiore (18% ne ha sentito parlare frequentemente e 35% ogni tanto). Se le decisioni che riguardano sia la diagnosi sia la terapia sono sempre o quasi sempre condivise con il paziente o con la famiglia del bambino, i costi delle terapie non sono tra gli argomenti più discussi. Forse è normale, in un sistema sanitario che solleva quasi integralmente i cittadini dall’onere economico delle cure.

Ha sentito parlare di shared decision making?



Quanto frequentemente le è capitato di parlare con il malato dei costi della cura?

Un’ultima parola sull’importanza assegnata all’informazione proveniente dall’industria: molta o abbastanza per il 69% dei pediatri, il 79% dei cardiologi e il 61% dei professionisti abbonati alle newsletter del Pensiero Scientifico Editore.

luglio 2017


La fotografia in alto è di Clive Varley: “Where To …You Decide!”. Flickr Creative Commons.

Iscriviti alla newsletter di Forward

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

Pin It on Pinterest