Management della ricerca

Cristina Messa: aprire un dialogo tra università e industrie e fare rete
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Mario Pianta: la politica della ricerca
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Cristina Messa: aprire un dialogo tra università e industrie e fare rete

Alla guida di una università giovane, l’Università Milano-Bicocca, che quest’anno festeggia il ventesimo anniversario, Cristina Messa è intervenuta sul management della ricerca dal punto di vista di chi, come l’ateneo di cui è rettore, fa produzione scientifica.

Secondo Messa, nell’ambito di ricerca e sviluppo, tre sono le attività fondamentali: la valorizzazione della ricerca di base e applicata, lo sviluppo di soluzioni e innovazioni che siano trasferibili al mercato e che possano essere scalabili, la formazione delle nuove generazioni.

Un concetto che il rettore tiene a sottolineare è quello della responsabilità, che deve essere un elemento chiave della buona ricerca scientifica. Per fare buona ricerca “gli atenei e la società devono nutrire grandi aspettative in relazione allo standard, alla professionalità e all’integrità degli scienziati, e devono monitorare per assicurare che etica e buone pratiche siano sempre al primo posto dei valori della ricerca. Tra le responsabilità dei ricercatori rientrano: l’accuratezza e la credibilità dei dati e delle analisi prodotte, l’applicazione di una metodologia scientifica rigorosa e validata, la garanzia che il comportamento verso le persone coinvolte nella ricerca rispetti i più elevati standard e che le pratiche intraprese siano in accordo con la legge e verificabili. Il modello di ricerca e innovazione deve, dunque, costituire un esempio per crescere le generazioni di ricercatori futuri e per tutti i cittadini”.

Come è la nostra produttività scientifica? I dati riferiti dal rettore della Bicocca parlano di una produttività scientifica buona “e lo è ancora di più se rapportiamo la produttività scientifica all’investimento in ricerca, in termini sia di capitale umano sia di progettualità e finanziamento. Siamo al pari di Regno Unito e Canada. Nonostante lo scarso finanziamento, l’efficienza del sistema, per quanto riguarda la produttività, è decisamente elevata”.

Tanta ricerca, ma quant’è l’innovazione? Quali i punti di debolezza?

Tra i principali punti di debolezza dell’Italia il rapporto Science, technology and innovation country profile dell’Ocse  (2014) indica:

  • basso rapporto tra spesa per ricerca e sviluppo e per prodotto interno lordo,
  • limitata presenza di ricercatori, soprattutto nel privato,
  • bassa attrattività internazionale di studenti, ricercatori e investimenti privati in ricerca e sviluppo.

Messa fa anche riferimento alla performance dell’Italia nell’ambito del programma Horizon 2020 e presenta alcuni dati (Eu, 19/06/2017):

  • circa 8 per cento del budget vinto in Italia,
  • i ricercatori italiani sono 168.000 (dati Ocse 2014), cioè il 6,2 per cento del numero totale di ricercatori nell’Unione europea (2.700.000),
  • l’Italia, nell’Innovation scoreboard 2017, si posizione tra i paesi “innovatori moderati”.

Tanta ricerca, non altrettanta innovazione, dunque. “Se noi pensiamo a un percorso che va dai risultati della ricerca alla loro valorizzazione, incontriamo una fase di mezzo, fra l’accademia, la ricerca di base e l’impresa vera e propria, il mondo produttivo, che è stata chiamata la valle della morte”, fa notare Messa.

Quali soluzioni? “Chiaramente non possono essere a livello di singoli ma di sistema. Vanno studiate con i ministeri competenti, con le regioni, nel rapporto impresa-università. Per quest’ultimo aspetto l’università può fare molto, cambiando le proprie strategie e coinvolgendo fortemente il sistema industriale. Gli atenei svolgono un ruolo essenziale per lo sviluppo delle nuove imprese nelle prime fasi di avvio e incubazione, favorendo la creazione e il supporto di nuove attività di business originate dalla valorizzazione dei risultati delle attività di ricerca. La ricerca crea così valore e benessere anche per l’intera comunità e il territorio”.

Come formare le nuove generazioni? Secondo Messa è in atto un processo di rinnovamento, particolarmente visibile presso il suo ateneo. C’è bisogno di un capitale umano che sappia dialogare in maniera appropriata con l’accademia e con l’industria. “In tutta Italia, e anche da noi, ci si è concentrati molto sugli stage, tirocini e iniziative che portino i ragazzi direttamente nel mondo del lavoro, e sui dottorati industriali, che sono stati una rivoluzione per chi vedeva i dottorati come il primo gradino per entrare nell’accademia. Ci si è accorti che solo una quota inferiore al 10 per cento dei dottorandi entra nell’accademia, a livello nazionale. Altrettanto succede negli altri enti di ricerca. Dobbiamo quindi valorizzare il nostro dottorato anche insieme alle imprese”.

Tra le piattaforme progettuali di Milano-Bicocca, l’ateneo è particolarmente orgoglioso degli sviluppi della fondazione U4I (University4Innovation), condivisa tra tre università (Bergamo, Bicocca e Pavia) per rafforzare il legame tra ricerca e territorio. Parallelamente, Bicocca ha attivato o intensificato i rapporti con tutti i cluster regionali, con la regione Lombardia, con gli enti pubblici di ricerca e fondazioni, per rafforzare la collaborazione tra i diversi attori della filiera dell’innovazione. “In ambito di innovazione e salute sarebbe auspicabile che in futuro le università rafforzassero i loro rapporti anche con le Ircss. Le università sono sempre più connesse alle imprese: è importante favorire forme di collaborazione e dialogo, come nel caso di Milano-Bicocca con Assolombarda con cui sono attivi diversi progetti di sensibilizzazione che aiutino a trasferire i risultati scientifici al territorio oltre che definire nuove modalità didattiche per formare i professionisti del futuro”, sottolinea Messa. “L’elemento fondamentale di tutto questo sistema è la sinergia ma non solo tra università e imprese o tra mondo della ricerca e imprese. Perché anche la pubblica amministrazione e i cittadini fanno parte della sinergia. Quindi queste collaborazioni richiedono un percorso che non si limiti a valutare i reciproci vantaggi, anche dal punto di vista economico, e che favorisca la capacità di condivisione, supporto, scambio delle conoscenze, inclusione e discussione aperta. Un processo che si era fermato un po’ di tempo fa, ma che ora, in quasi tutto il sistema universitario, è considerato uno degli elementi più importanti. La regione ha anche un ruolo fondamentale. Le politiche regionali sono quelle che dovrebbero unire ancora di più le accademie alle imprese”.

“Siamo in una fase di cambiamento molto importante, si corre tantissimo. Nel settore salute l’Italia è particolarmente forte, sia nel campo assistenziale, perché è uno dei pochi paesi che riesce a mantenere il sistema sanitario universalistico, sia dal punto di vista della ricerca, attraverso una rete molto forte che passa dagli Irccs, dagli enti di ricerca e dalle università. Se riuscissimo a trasferire ancora di più nel nostro sistema produttivo quello che viene prodotto nei laboratori – conclude Messa –  potremmo migliorare e diventare ‘buoni’ innovatori”.

Report a cura di Arabella Festa, Il Pensiero Scientifico Editore

Da leggere
Lio P. Referendum Milano, Messa: “Ora si faccia correre la ricerca”. Corriere della Sera, 25 ottobre 2017.
Bricco P. La nuova trincea dei ragazzi della classe ’99. A tavola con Maria Cristina Messa. Sole 24 Ore, 16 aprile 2017.
Mariani L. Un rettore “al femminile”. Intervista a Maria Cristina Messa. Wall Street Internazional, 12 marzo 2016
Fregonara G. Atenei troppo piccoli, non sanno cogliere i cambiamenti del lavoro. Intervista a Maria Cristina Messa. Corriere della Sera – Cronaca di Milano, 16 settembre 2010.

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Mario Pianta: la politica della ricerca

Il sistema della ricerca e dell’innovazione in Italia, in particolare nel settore della salute che va dalla ricerca medica e biologica di base, all’industria farmaceutica fino alle attività sanitarie e a quelle collaterali, pubbliche e private, è a un momento di svolta: in dieci anni di grave crisi, le politiche di austerità nella spesa pubblica hanno infatti aggiunto, ad alcune debolezze strutturali del sistema tecnologico italiano, nuove difficoltà legate alla gestione delle risorse. Con queste parole Mario Pianta, professore di politica economica dell’Università di Roma Tre, commenta i dati emersi dal Rapporto per l’Osservatorio su ricerca e innovazione (RIO) del Joint research centre della Commissione europea.

In Italia, dal 2008 a oggi, la produzione industriale è scesa del 20 per cento, i centri decisionali si sono spostati all’estero e la spesa pubblica per ricerca e sviluppo è diminuita, in termini reali, del 21 per cento. Siamo quindi lontanissimi dalla quota del 3 per cento del pil delineata dalla strategia Europa 2020, elaborata dalla Unione europea per agevolare l’uscita dalla crisi economica e rispondere in maniera adeguata alle sfide del decennio 2010-2020.

La caduta più grave è stata quella degli stanziamenti pubblici destinati all’università e al finanziamento di istituti e progetti di ricerca. Sostanzialmente si è passati da 9 a 7 miliardi di euro: un taglio di due miliardi che ha portato a una serie di gravi ripercussioni. Le università hanno perso quasi il 17 per cento del proprio organico tra ricercatori e professori passando da 60.000 a 50.000 unità: una flessione pesantissima che va a sommarsi alla riduzione, per la prima volta dall’unità d’Italia, del numero di studenti universitari e di laureati. Il nostro paese sta arretrando in modo drammatico partendo da una situazione in cui già era, sul piano tecnologico e della ricerca, tra i fanalini di coda dell’Europa.

Il rischio – spiega Pianta – è quello che di trovarsi di fronte a un invecchiamento e impoverimento sistematico del sistema universitario, difficile da ricostruire. Un impoverimento in chiave dinamica delle risorse umane che, già grave, potrebbe portare, tra alcuni anni, a un crisi strutturale delle capacità di ricerca e innovazione. “Abbiamo il problema di dover finanziare, in primo luogo, un recupero di competenze tecnologiche e invece stiamo assistendo a una fuga di cervelli con migliaia di laureati e ricercatori che lasciano l’Italia”.

Anche dal punto di vista di ricerca e sviluppo realizzati dalle imprese private si registra un sostanziale calo. Il rapporto Istat sull’innovazione delle imprese 2012-2014 indica che solo il 50 per cento delle nostre imprese è stato in grado generare innovazione, sebbene l’industria del farmaco abbia investito un miliardo di euro, cifra inferiore a quella spesa da altri paesi europei (per esempio, un terzo di quanto speso dalla Germania) ma superiore alla media registrata in altri settori nazionali.

Siamo quindi in una situazione in cui esistono competenze e aree di alta specializzazione nella ricerca di base, nelle applicazioni e nello sviluppo del settore industriale collegato al sistema della salute, ma la soglia dimensionale di questo settore e l’assenza di soggetti forti che possano costruire una coerente politica di sviluppo economico impediscono all’Italia di emergere.

Tutto ciò a fronte di ottime prestazioni del sistema sanitario pubblico universalistico italiano, punto di forza fondamentale del paese che è, tuttavia, sottofinanziato, così come molte altre attività pubbliche. In tal senso le politiche degli ultimi trent’anni, all’insegna della privatizzazione, hanno usato come principale strumento d’intervento gli incentivi fiscali troppo spesso, però, erogati “a pioggia” a tutte le imprese indistintamente.

Tali politiche – continua l’economista – possono servire in alcuni casi ma sono sostanzialmente sbagliate perché non distinguono la diversità delle attività economiche e, soprattutto, perché non risolvono quella che è la difficoltà di base, ossia la mancanza di domanda di beni e servizi.

È importante, quindi, creare una prospettiva d’espansione produttiva, occupazionale e di domanda pubblica, individuando alcune aree prioritarie, ottimizzando le risorse e indirizzandole in modo più efficace in tale direzione. Oltre ad aumentare quantitativamente il livello di risorse destinate alla ricerca, qualitativamente è necessario perseguire una strategia attiva, finalizzata all’equità produttiva, che veda il sistema della salute come un sistema integrato, che, come tale, riceva stanziamenti e risorse specifici.

Per orientare e stimolare gli investimenti in direzioni selezionate, coerenti con le esigenze di sviluppo del paese è necessaria una mano pubblica che, gestendo le risorse finanziarie e dando vita a una banca pubblica d’investimento e a nuovi soggetti finanziari, leghi la politica dell’innovazione alla politica industriale e delle infrastrutture in modo da rendere il sistema più coerente ed efficace.

Report a cura di Stefania Mengoni, Il Pensiero Scientifico Editore

Da leggere
Nascia L, Pianta M, Isella L. Rapporto Paese RIO, Italia, 2016. JRC Science and policy report, European commission, Joint research centre, Brussels, 2017.
Report Istat. L’ innovazione nelle imprese – Anni 2012-2014. Roma, 2016

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